La storia della Parrocchia di San Bartolomeo Apostolo
Si fa tradizionalmente risalire al 18 Novembre 1571 la data solenne della dedicazione della nostra chiesa parrocchiale di San Bartolomeo, sulla base della memoria del sacerdote don Giovanni Fogliani, come compare nella nota del Registro dei Battesimi, Matrimoni e Morti dal 1570 al 1602. Questa data coincide con la Festa liturgica della Dedicazione della Basilica dei Santi Pietro e Paolo a Roma. Tuttavia il titolo di San Bartolomeo era attribuito ben prima alla Chiesa di cui troviamo all’interno delle mura del Castello, che risalirebbe al X-XI secolo d.c.. Nel luogo della attuale chiesa parrocchiale venne eretta la Chiesa di San Rocco, probabilmente entro la prima metà del ‘500. Questo secondo edificio sacro, non pensato come futura chiesa parrocchiale, fu probabilmente costruito come ex voto in occasione di un’epidemia cinquecentesca di peste – dal momento che san Rocco era tradizionalmente il santo invocato con questa tragica malattia.
E’ probabile dunque che inizialmente l’anniversario della dedicazione cadesse il 23 Agosto ( vigilia di San Bartolomeo) e gradualmente le due solennità finirono per sovrapporsi e poi unirsi, prevalendo la Festa della Dedicazione del 18 Novembre. I nomi di San Rocco e San Bartolomeo, come identificazione dei patroni della chiesa parrocchiale si confondono per tutto il corso del XVI secolo.
Breve resoconto dei principali interventi sulla chiesa parrocchiale
Nei primi decenni del Settecento, la chiesa parrocchiale di Formigine ebbe finalmente la pala d’altare dedicata al santo titolare: un grande olio su tela, raffigurante il martirio di San Bartolomeo, collocato nel coro. Già nel 1686 l’arciprete don Pietro Gazzotti aveva dichiarato agli uomini della Comunità che il coro della parrocchiale versava in condizioni disastrose e che era bisognava correre ai ripari per evitarne il crollo
Nonostante i vari interventi susseguitisi nel corso del XVII secolo, sembrava che nella chiesa parrocchiale non si facesse in tempo ad intervenire su un problema strutturale, che subito ne sorgeva un altro. Le cattive condizioni dell’edificio, la sua vetustà, la scarsa coerenza dei diversi interventi parziali che si erano susseguiti in quasi due secoli sulla struttura cinquecentesca, con la costruzione di nuove cappelle per gli altari laterali, rendevano necessario un radicale intervento di restauro. La popolazione formiginese aumentò – giungendo a circa 1450 abitanti – e si rese opportuno non solo restaurare l’edificio esistente, ma ampliarlo per renderlo più capiente. La Comunità di Formigine si decise finalmente a deliberare una totale ricostruzione della plebana: così, fra il 1727 ed il 1735, la chiesa di San Bartolomeo Apostolo fu ricostruita nelle dimensioni attuali.
Il 28 aprile 1727 s’iniziarono a scavare le fondamenta dei pilastroni che sorreggono la volta della navata e le arcate delle cappelle. Il progetto della nuova chiesa era dell’architetto ducale Giovan Maria Ferraroni detto il Brigo. Il Ferraroni non seguì direttamente i lavori, dei quali si occupò il capomastro Michel Angelo Mazzacani di Formigine, sotto la vigilanza volontaria del signor Alessandro Gandini .
Nel 1735, la nuova chiesa era terminata e, ottenuto il permesso del vescovo Giuseppe Maria Fogliani, l’arciprete don Bellini procedette a benedirla. Il contesto storico di guerra, di incertezza, di scarsità di mezzi e di vera e propria miseria nel quale i formiginesi decisero di intraprendere un cantiere simile, rende l’opera ancora più grandiosa, specialmente se raffrontata alle esigue dimensioni del centro abitato nel quale la nuova, grande plebana sorgeva.
All’interno vi erano due sagrestie: quella parrocchiale tutt’ora in uso, e la sagrestia della confraternita del Rosario ( “oggi ex sagrestia”).
Se oggi ci si avvicina al centro storico lungo la via Giardini, da Maranello e si osserva il vasto tetto della chiesa parrocchiale che sovrasta le case circostanti, si può facilmente comprendere l’orgoglio dei parrocchiani di allora, quando giungevano a chiamare San Bartolomeo “la Cattedrale”.
La facciata della nuova chiesa settecentesca rimase incompiuta sino al 1914, mentre l’interno fu decorato dall’Anastasi ed ospitava gli antichi altari, unitamente ai nuovi che la maggior capienza dell’edificio sacro consentì di collocare in sei cappelle – tre per lato- lungo l’ampia navata centrale.
Un successivo profondo intervento alla chiesa avvenne a partire dall’8 Dicembre del 1906, su volontà dell’allora parroco don Adriano Morselli, il quale commissionò un progetto per portare a termine la facciata, rimasta ancora allo stato grezzo. Fu scelto il progetto dell’ing. Carlo Castiglioni, intervento che richiamava la facciata della chiesa di San Vincenzo a Modena e riprendeva lo schizzo realizzato nel 1876 dal conte Luigi Alberto Gandini. La facciata fu portata a termine nel 1914. Un ulteriore progetto redatto dall’ing. Lauro Rognoni di Sassuolo, presentato il 15 ottobre 1911 prevedeva poi interventi sul tetto, sulle grondaie, sugli intonaci come anche spostamenti di porte, finestre, tribune e balaustre. La fine dei lavori si ebbe solo il 15 Novembre 1916.
Purtroppo verso la fine della seconda guerra mondiale (in particolare nei bombardamenti aerei tra il 14 e il 20 aprile 1945) la parrocchiale subì gravi danni dai bombardamenti: l’abiside crollò e le volte della chiesa furono lesionate seriamente.
In questo contesto il 29 Luglio 1945 don Antonio Baraldi prese possesso della parrocchia di Formigine come successore del defunto don Morselli. Dopo i bombardamenti venne ricostruita l’abside della chiesa e furono rafforzate le volte, specialmente quelle delle cappelle laterali. Il tetto fu consolidato… la chiesa fu riaperta al culto la domenica 14 aprile 1946, esattamente un anno dopo i bombardamenti aerei . Il restauro postbellico della chiesa parrocchiale comportò il rifacimento dell’altare maggiore, con mensa in marmo bianco di Carrara, colonnine, scaffe e tabernacolo in marmi policromi, paliotto in scagliola e ciborio in marmo, gesso e legno. Inoltre, fu necessario provvedere una nuova balaustra, trasformare la sagrestia del Carmine in sagrestia della chiesa parrocchiale e sostituire l’organo Colonna, distrutto dalle bombe con l’organo Traeri, di proprietà della confraternita di San Pietro ( in cui è tornato alcuni anni fa).
Nella seconda metà degli anni ’70 di nuovo la chiesa necessitava di interventi manutentivi notevoli, oltre che si rendeva necessario l’adeguamento liturgico che recepisse le linee del Concilio Vaticano II. Lo stato della chiesa parrocchiale in quegli anni presentava diversi elementi di criticità dal punto di vista strutturale, funzionale e liturgico. La carpenteria lignea settecentesca che sosteneva le falde del tetto – riparata nel 1945 – versava in condizioni deplorevoli, così come gli intonaci interni, pesantemente intaccati dall’umidità, mentre il primo pilastro in cornu Evangelii era stato consolidato in modo insufficiente dopo i bombardamenti e destava preoccupazione; il pavimento doveva essere risistemato; gli intonaci esterni erano cadenti; l’impianto di riscaldamento e l’impianto elettrico erano ormai obsoleti; lo spazio per l’assemblea risultava insufficiente e si sosteneva che taluni elementi che avevano perso l’originaria funzione liturgica, come le balaustre, potessero essere eliminati per ampliare lo spazio per i fedeli; il coro dietro l’altare maggiore era ritenuto uno spazio inutile, da eliminare. Si aggiunga la grande enfasi posta in quel periodo sul rinnovamento liturgico, che rendeva superata la tradizionale presenza degli altari laterali nelle apposite cappelle, dove, in realtà, non si celebrava quasi più già in precedenza, a causa del calo dei sacerdoti e della soppressione o dell’accorpamento di benefici e legati connessi ai singoli altari.
L’affievolimento dell’idea di separatezza e intangibilità dello spazio sacro e l’accentuazione della dimensione orizzontale a scapito di quella verticale nella celebrazione liturgica, rendevano oramai quasi incomprensibile la ragione della separazione del presbiterio dall’assemblea, concretizzata nella diversa pavimentazione e nella delimitazione visibile e immediata costituita dalla balaustra. L’uso di ricevere l’eucaristia in piedi durante una processione verso l’altare anziché in ginocchio – oltre alla successiva reintroduzione della possibilità di ricevere la particola consacrata sulle mani, disposte a forma di croce – rese inutile anche la funzione pratica della balaustra come grande inginocchiatoio collettivo lungo il quale i fedeli a turno attendevano il passaggio del sacerdote – che la percorreva da un capo all’altro – per ricevere la Comunione.
Il pulpito della chiesa parrocchiale di Formigine era crollato durante i bombardamenti del 1945 e non era più stato ricostruito, visto che la comparsa di impianti di amplificazione lo aveva reso superfluo.
A Formigine, dopo l’iniziale collocazione di un altare provvisorio ad popolum, si scelse di trasformare radicalmente il presbiterio, in parte sulla base di considerazioni di carattere liturgico, in parte per ragioni di rimodulazione degli spazi di una chiesa divenuta piccola rispetto alle esigenze di una comunità in crescita.
Nel 1971 furono effettuati i primi interventi di restauro della chiesa parrocchiale: inizialmente, vennero privilegiati il campanile, il tetto, gli intonaci esterni. Le campane furono elettrificate, mentre non fu possibile sostituire la scala del campanile con una struttura in ferro, come era stato ipotizzato. Un intervento significativo e durevole consistette nella sostituzione delle capriate in rovere del tetto, che minacciavano il crollo, con una struttura in ferro zincato a caldo, per alleggerire e consolidare la copertura.
Il restauro degli interni dovette attendere qualche anno ancora..
Il 1 maggio 1978, il Consiglio pastorale si riunì in seduta straordinaria per discutere del problema.
L’architetto avrebbe dovuto ricevere entro fine maggio le foto ed i rilievi necessari alla realizzazione del progetto, da sottoporre al Comune ed alla Soprintendenza. Frattanto, era necessario iniziare a compiere i saggi sulle pareti e sul pavimento della chiesa, in vista dell’avvio dei lavori, tenendo comunque presente che “il pavimento dovrà essere tutto uguale, come segno di unità”.
Ai lavori sull’edificio della parrocchiale si aggiunse la demolizione e la ricostruzione del fabbricato adiacente, per tornare a trasferirvi la sagrestia nella sua sede originaria, visto che, dopo il 1945, era stata utilizzata quella precedentemente appartenuta alla confraternita del Rosario, poi del Carmine, che ora veniva unita all’aula liturgica mediante un arco aperto nella parete divisoria.
Entro il dicembre 1981, furono compiuti significativi interventi; Durante i lavori che furono svolti fra il 1981 e il 1984, l’aspetto interno dell’edificio mutò notevolmente. Innanzitutto, ogni superficie muraria fu imbiancata in maniera uniforme, coprendo ed annullando qualsiasi elemento decorativo. Il pavimento divenne un’unica superficie in marmo rosso di Verona, uniforme nella navata, nelle cappelle, nel presbiterio, nell’ex coro e nella sagrestia. Sotto il pavimento, a metà navata, venne collocato l’attuale impianto di riscaldamento, che permette il circolo dell’aria attraverso due grandi grate.
Furono rimossi completamente l’altare maggiore, gli stalli del coro, le balaustre marmoree del presbiterio e degli altari laterali, le cancellate in ferro battuto e ottone delle cappelle del battistero e della grotta di Lourdes, le statue presenti in chiesa accanto agli altari laterali e le stesse mense, i tabernacoli ed i paliotti di questi ultimi.
Restò intatto solo l’altare di Sant’Antonio Abate, l’unico che non avesse subito rifacimenti nel corso dei secoli e che si fosse conservato nelle originarie linee settecentesche, tuttora utilizzato per la riposizione del Santissimo Sacramento al termine della Missa in coena Domini del Giovedì santo.
La cornice in stucco della pala d’altare di San Bartolomeo venne demolita ed il quadro fu collocato nell’ancona di ciò che restava dell’ultimo altare laterale in cornu Evangelii, già del Sacro Cuore, donde erano state rimosse le statue del Sacro Cuore, di Santa Rita da Cascia e Santa Teresa del Bambin Gesù. Il paliotto dell’altare maggiore fu collocato presso l’altare del Carmine, dove, in modo del tutto particolare, al posto della mensa preesistente, sorretta da colonnine in marmo, fu costruita una specie di grande mensola, sospesa alla parete da putrelle di ferro, nascoste dal paliotto. La conformazione dell’altare cosi trasformato, dal quale furono rimossi anche alcuni altorilievi in gesso, preservava nell’insieme una parvenza di antichità, ma perdeva, proprio per le misure e la collocazione della mensa e degli scalini sottostanti, le caratteristiche proprie di un altare.
L’organo Traeri proveniente dalla chiesa della Madonna del Ponte fu traslato dal coro – dove era stato collocato nel 1945 – al cosiddetto coretto, lo spazio libero immediatamente in cornu Epistolae, dove un tempo sorgeva la cantoria della Comunità. La scalinata del presbiterio fu arretrata, liberando spazio per aumentare la capienza della navata centrale, mentre nuovi banchi e vere e proprie panche venivano posti nelle cappelle laterali, occupando lo spazio ricavato dalla demolizione degli altari e delle balaustre.
Il nuovo altare maggiore fu realizzato in marmo bardiglio, di forma rettangolare, privo di decorazioni, tranne un semplice fregio policromo raffigurante l’ultima cena nella posizione che sarebbe stata quella del paliotto. Un grande ambone dello stesso materiale fu collocato in cornu Evangelii. Il nuovo tabernacolo, sempre di marmo bardiglio e di notevole peso, recante una raffigurazione del Buon Pastore di ispirazione paleocristiana sullo sportello, fu fissato al centro della parete absidale, mediante una pesante putrella in ferro. Sotto il tabernacolo venne collocata, sostenuta da altre due putrelle, una pesante mensola in marmo pieno.
La sede per il celebrante, a tre posti, rialzata di tre scalini, fu collocata fra l’altare ed il tabernacolo e due mensole vennero murate, per fungere da credenza, accanto alle porte che conducono alla base del campanile ed al corridoio della sagrestia. La porta di servizio verso la sagrestia, un tempo invisibile, divenne l’accesso comune dei celebranti e dei ministranti all’altare, pur mancando di qualsivoglia elemento decorativo, a causa della sua funzione originaria.
L’antico Crocifisso che si trovava in sagrestia – con ogni probabilità si tratta di quello cinquecentesco dell’omonimo altare – fu restaurato e collocato, con una scelta che si è rivelata duratura, al di sopra dell’altare maggiore. E’ sospeso mediante un solido cavo d’acciaio e due tiranti laterali trasparenti in filo di nylon: una carrucola permette di calarlo a terra in occasione del Venerdì santo, quando viene utilizzato per l’adorazione della Croce.
Eliminati i lampadari in vetro di Murano, nel corso della ristrutturazione della parrocchiale furono realizzati l’impianto elettrico e di illuminazione che, con successive modifiche ed aggiornamenti, sono sostanzialmente in uso tuttora.
Per terminare, furono realizzate delle vetrate moderne nel coro – raffiguranti spighe di grano e tralci d’uva – e nel finestrone della facciata – con il martirio di San Bartolomeo – mentre un dipinto del sassolese Sergio Togni, avente per soggetto Gesù e gli Apostoli, fu collocato nella cornice vuota posta fra la bussola del portale ed il finestrone, dove probabilmente un tempo si trovava l’iscrizione commemorativa della ricostruzione settecentesca della chiesa, da tempo scomparsa.
Scrisse don Giuseppe Verucchi, nella pergamena che sarebbe stata posta sotto l’altare: 15.3.1984 Oggi pomeriggio mensa, ambone, tabernacolo e sede del celebrante vengono collocati finalmente al loro posto. DEO GRATIAS
Ringrazio il Signore che ci ha guidato in questi anni di crescita nella fede e nella comunione in parrocchia e ci ha sostenuti nel voler realizzare la ristrutturazione e il restauro completo della chiesa.Ringrazio i parrocchiani che mi hanno sempre accompagnato e sostenuto con consigli, volontariato generoso e continuo, offerte in danaro. Non ci sono stati contributi “grossi” di aiuti o di privati: posso dire che la chiesa restaurata è di tutti i credenti formiginesi perché sono essi che anno dopo anno sono sempre stati puntuali nel versare quanto la loro fede nel Signore e l’amore alla Chiesa suggeriva al loro cuore.
La spesa è stata di circa 400.000.000 di lire. Debbo scrivere che mai ci siamo trovati in difficoltà quando c’era da pagare…c’erano anche i soldi.
Sono contento di poter affermare che insieme alla chiesa si è rinnovato la CHIESA: ora una comunità più ricca, attenta alla Parola, fervorosa nella celebrazione dei Sacramenti, generosa nell’amore fraterno, nel servizio e nell’impegno nella società si raduna nella chiesa rinnovata, funzionale, decorosa, per progredire ancora e sempre nella fede, speranza e carità. DEO ADIUVANTE Assieme a questa pergamena sono contento di poter deporre sotto la mensa dell’altare: – alcuni sassi del fiume Giordano; – altri raccolti sulle rive del lago di Galilea e dal Sinai; – altri presi nottetempo attraverso un’apertura che esisteva (nel vetro protettivo) della roccia del Calvario all’interno della chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme.Celebrando l’Eucarestia potremo pensare che Gesù morto e risorto si rende presente tra noi e vi trova qualche reliquia della sua terra. E noi non potremo dimenticare che le nostre radici sono in Palestina…e che alcuni pezzettini di quelle radici sono anche nella nostra chiesa. 15/03/84
CON GIOIA
D. Giuseppe Veruccchi
La Chiesa parrocchiale: l’esterno
Le due iscrizioni che troviamo sul frontale sopra l’ingresso della chiesa:
“D.O.M. in honorem S.Bartholommei ap. dicatum”; significa “Deo Optimo Maximo («a Dio ottimo massimo»). Dedicata in onore di San Bartolomeo Apostolo”.
“Frons haecce con lata pecunia ingentique populi gaudio facta est”. Del 1914 “Questo frontale è stato realizzato con una grande somma di denaro e con la grande gioia della popolazione”.
La Chiesa parrocchiale: l’interno - Il Battistero antico
Entrando sulla sinistra la prima cappella è dedicata al Sacramento del Battesimo, sormontata da una immagine di una colomba da cui si dipartono i raggi, simboli dello Spirito Santo. All’interno vi troviamo l’antico fonte battesimale, e un quadro raffigurante san Giovanni Battista, con la pecorella, San Lorenzo martire, con la dalmatica rossa e con la graticola ( nella parte inferiore) e Maria, in Gloria, che tiene in braccio il figlio Gesù ( nella parte alta). Il dipinto con influssi manieristici dovuti a pittore locale (anonimo) è databile intorno al 1650.
L’altare del Crocifisso
La cappella della Beata Vergine del Rosario
Pala della Madonna del Rosario con san Domenico, Santa Caterina da Siena e i riquadri dei quindici misteri, di Vincenzo Spisanelli (1595-1663), ante 1653.
L’altare della Madonna del Rosario era la sede dell’omonima confraternita, che indossava una cappa color azzurro turchino. La confraternita era stata fondata una prima volta presso l’altare di San Nicola il 16 ottobre 1583 dal domenicano fra’ Tommaso Cenci, poi nuovamente eretta il 4 aprile 1610 da un altro religioso domenicano, padre Benedetto Marabotto da Torino non perché si fosse nel frattempo estinta, ma per far rientrare i suoi ascritti entro le prescrizioni dettate da Clemente VIII nel 1604, che permettevano di conseguire notevoli indulgenze ed altri benefici spirituali. Questa confraternita aveva lo scopo di diffondere la recita del Rosario ed organizzava due processioni all’anno, la prima nella Domenica in Albis, l’altra nella prima domenica d’ottobre, in prossimità della solennità della Beata Vergine del Rosario. Celebrava anche le feste di San Vincenzo Ferrer e di San Domenico. Probabilmente, l’altare di San Nicola non era mai stato condotto a termine, dato che nella visita pastorale del 1 luglio 1579 era stato prescritto che esso venisse “diligenter construiri”( diligentemente costruito) e dotato di una sacra immagine che raffigurasse anche San Rocco e Santa Lucia, i cui altari – teoricamente – avrebbero già dovuto essere stati demoliti da tempo, poiché troppo vicini all’altare maggiore. Nel 1588, cinque anni dopo la prima fondazione della confraternita del Rosario, l’altare fu realizzato con decori in gesso dal plasticatore Paolo Bisogni. E’ plausibile che in tale occasione esso cambiasse titolo, da San Nicola ad altare della Madonna del Rosario, come lo troviamo definito nel corso della visita pastorale del vescovo Pellegrino Bertacchi, nel 1611.
Nel 1622, la confraternita del Rosario acquistò da quella di San Pietro Martire la cappella che quest’ultima possedeva nella Parrocchiale e che, stante l’oramai definitivo trasferimento del sodalizio presso la Madonna del Ponte, era stata abbandonata e giaceva in uno stato penoso, come aveva rilevato il vescovo Pellegrino Bertacchi, nel corso della visita pastorale del 1619.
I confratelli di San Pietro impiegarono tre anni a decidersi – anziché i tre mesi prescritti – e deliberarono di cedere la vecchia cappella ai confratelli del Rosario, come il priore Giovan Battista Vaccari, notaio e cancelliere della Comunità di Formigine, dichiarò il 13 febbraio 1622.Possiamo immaginare che tale acquisizione consentisse ai confratelli del Rosario di ampliare il modesto altare del 1588: infatti, in seguito a questo trasferimento, fece la sua comparsa una nuova pala – l’attuale – di dimensioni considerevolmente maggiori, attribuita a Vincenzo Spisanelli (1595-1663), con un’ ancona lignea appositamente realizzata nel 1653. La precedente pala della Madonna del Rosario – da taluno attribuita allo Schedoni – fu collocata nel coro, poiché l’altare maggiore era ancora privo della sacra icona, mentre le immagini dei demoliti altari cinquecenteschi di Santa Lucia e di San Rocco, in quel tempo, si trovavano ancora nel presbiterio.
La cappella di san Francesco di Assisi
San Francesco riceve le stimmate (Carlo Rizzi, 1737), olio su tela realizzato per la chiesa del Conventino, trasferito in chiesa parrocchiale nel 1945 dopo il bombardamento del Conventino.
Il 27 Marzo del 1693 il padre cappuccino Francesco Affarosi fonda presso il conventino la confraternita delle Sacre Stimmate, molto legata alla famiglia Calcagnini
La cappella della Natività
L’altare e cappella di Sant’Antonio Abate e San Gaetano di Thiene ( Altare della reposizione)
Pala di Olivier Dauphin (1634-1683)
L’altare della Madonna del Carmine
Oltre al Rosario, un’altra devozione introdotta a Formigine nel Seicento era quella rivolta alla Madonna del Carmine. La prima traccia archivistica risale ad una testimonianza per grazia ricevuta dalla Madonna del Ponte, messa per iscritto nel 1632 e conservata presso l’archivio della confraternita di San Pietro Martire, relativa ad un evento di diciotto anni prima: è la testimonianza di un voto alla Vergine Maria e della promessa celebrazione di due Messe, una presso l’oratorio della Madonna del Ponte, l’altra presso un altare della Madonna del Carmine nella chiesa parrocchiale. La devozione a Maria Decor Carmeli doveva essere già presente a Formigine nei primissimi anni del XVII secolo. Non siamo in grado di dire quale fosse la collocazione dell’altare della Madonna del Carmine al quale la testimonianza faceva riferimento, poiché non ve n’è traccia negli inventari del tempo. Si può supporre che si trattasse di un altare avente un altro titolo, presso il quale era collocata anche un’immagine della Madonna del Carmine. Questa sorta di “coabitazione” fra più immagini sacre sembra plausibile se consideriamo che, nel 1639, i devoti avevano indossato lo scapolare ( detto anche “la pazienza” o, al plurale, “le pazienze”), pur in assenza di formale erezione canonica della confraternita, ottenendo il permesso di esporre una immagine – si suppone già allora una statua – della Madonna del Carmine. Anche un inventario del 1684 testimonia la presenza di questa effigie mariana. L’origine del vero e proprio altare del Carmine non è chiara, poiché nel 1640 un tal Giacomo Gatti iniziò a costruire una apposita cappella, inviando una lettera alla Comunità per ottenerne il permesso:
Tuttavia, il Gatti aveva iniziato i lavori – e in modo maldestro – senza nemmeno attendere la risposta della Comunità: Gli uomini della Comunità, dopo aver bloccato i lavori in corso, deliberarono di concedere il permesso per costruire la cappella del Carmine, ma a determinate condizioni che il Gatti era tenuto a rispettare, “e non le piacendo di far così troverà luogo in altra chiesa” :
Non se ne fece nulla, se nel 1666 un tale Antonio Rossi, a nome dei devoti del Carmine, chiese ed ottenne il permesso di erigere una nuova cappella, dirimpetto all’altare della famiglia Calcagnini, ossia accanto all’altare del Voto. Anche questa volta l’iniziativa non ebbe seguito: nel 1687, i devoti si limitarono a ricavare una nicchia nella parete accanto al medesimo altare del Voto, a condizione che ciò non danneggiasse la cappella né ostacolasse le celebrazioni che vi si svolgevano in occasione della Messa votiva.
D’altronde, la confraternita del Carmine utilizzava già da anni l’altare del Voto, come attesta una lettera dell’arciprete Cesare Zavarisi – non datata, ma precedente il 1656 – nella quale si chiedeva al Vescovo di poter tornare a celebrare regolarmente sull’altare “dedicato alla Madonna di Reggio, a cui sta aggregata la Compagnia del habito della Beata Vergine del Carmine”, precedentemente sospeso in occasione di una visita pastorale per varie piccole irregolarità alle quali era stato posto rimedio.
La statua della Madonna del Carmine era già presente, dotata di più vesti e di monili donati dai devoti, come testimonia un inventario custodito in Archivio storico diocesano e doppiamente prezioso, sia per la sua rarità che per la caratteristica inusuale di essere firmato da una donna, qualificata “Priore”.
La grotta di Lourdes
Il campanile
Ricostruito nel corso del Settecento, quando nel 1746 si decise di alzarlo e dotarlo delle quattro campane; la cupola fu completata nel 1750. Con i bombardamenti del 1945 anche il campanile ebbe danni vistosi e fu levato quasi completamente l’intonaco che lo rivestiva per facilitare il controllo dello stato delle murature; da allora non fu più intonacato , rimanendo con i mattoni faccia a vista. Nel 1971 furono effettuati i primi interventi di restauro della chiesa parrocchiale: inizialmente, vennero privilegiati il campanile, il tetto, gli intonaci esterni. Le campane furono elettrificate, mentre non fu possibile sostituire la scala del campanile con una struttura in ferro, come era stato ipotizzato…..
Il cimitero
Inizialmente il cimitero era all’esterno della chiesa parrocchiale, sul lato sud ed ospitava un sepolcro comune per i poveri e l’antica colonna con la croce fu collocata qui nel 1780. Al cimitero vi si accedeva anche dalla porta interna della chiesa che è posta sul lato meridionale.