Dizionario dei Termini Religiosi
Termine Definizione
Gabriele E' uno dei tre angeli ricordati per nome nella Bibbia. Gli altri due angeli sono Michele (Daniele 12,1) e Raffaele (Tobia 3,16). Gabriele fu inviato da Dio a Zaccaria, padre di Giovanni Battista e alla Vergine Maria, madre di Gesù (Luca 1,11-20.26-38).
Galati Popolazione di stirpe celtica emigrata in Asia Minore dalla penisola balcanica, nel 278 A.C.. Si stabilirono nella regione centrale della Bitinia, che da loro prese il nome di Galazia. Furono vinti da Attalo I° e quindi da Eumene II° di Pergamo (184 e 168). Nel 25 A.C. il loro territorio divenne provincia romana. Evangelizzati da San Paolo (Lettera ai Galati). - Introduzione - Scrivendo a queste comunità, l'«Apostolo delle Genti» si impegna a difendere con forza la purezza del Vangelo e a fare in modo che per nessun motivo il messaggio di Gesù possa venire deformato. Tipico di questa lettera è il tono ardente e a volte polemico. Conferma dal fatto che, all'inizio, dopo l'indirizzo e i saluti, mancano le tradizionali frasi di ringraziamento a Dio e di lode ai lettori. San Paolo interviene, e con decisione, per confutare false idee (1,7-9) che dopo la sua predicazione - avvenuta molto probabilmente verso l'anno 50 - si sono diffuse. Per questo motivo parla molto anche di sé, della sua missione, dei suoi rapporti con gli apostoli di Gerusalemme (1,11-2,10). Ripresenta poi i temi più centrali del Vangelo cristiano, l'assoluta superiorità della fede sull'antica Legge e sulle opere (2,15-3,29). Argomenti che si trovano sviluppati con maggiore ampiezza e con più serenità nella lettera ai Romani. Infine, Paolo descrive la condizione dei credenti come situazione di profonda libertà (4-5) e quindi esorta i cristiani della Galazia a vivere secondo lo stile dello Spirito, che non è quello dell'egoismo o quello della legge giudaica. Destinatari della lettera sono quei credenti che in un primo tempo hanno accolto con favore la predicazione cristiana di Paolo (5,7), ma poi hanno dato ascolto anche ad altri predicatori e a un messaggio diverso. Le "nuove" idee diffuse tra loro, a cui si riferisce la lettera, sono di tipo ebraico; di conseguenza, abbracciandole, essi non fanno altro che ricondurre la loro fede nei limiti angusti della legge giudaica. E così si lasciano scioccamente affascinare (3,1-4) da vecchi discorsi, senza comprendere il significato profondo delle Scritture. Dopo aver conosciuto e ricevuto la libertà del Vangelo, stanno ritornando a condizioni di schiavitù, attribuendo importanza a vecchi obblighi che non contano nulla (5,6; 6,15).  Il testo mette in risalto più volte le vicende della vita dell’Apostolo : da quando egli perseguita la chiesa, a quando entra in polemica con Pietro ad Antiòchia. Gli accenni insistenti a forti opposizioni che Paolo incontra, trovano piena conferma negli Atti. - Approfondimenti biblici - Verosimilmente indirizzata ai Galati del nord, la lettera è stata redatta al termine dell’anno 57 D.C. [A]. Piano. [1]. 1,1-5.6-10: indirizzo e apostrofe. [2]. 1.11-2,21: prima sezione. L’autorità apostolica di Paolo si evidenzia in tre circostanze: 1,11-24; 2,1-10; 2,11-21. [3]. 3,1-4,11: seconda sezione. La legge e la fede. I Galati (3,1-5); Abramo (3,6-14); argomentazione (3,l5-18); da Mosè a Gesù Cristo (3,19-20); la Legge-pedagogo (3,21-29); il Figlio, lo Spirito, figli (4,1-11). [4].4,12-5,12; terza sezione. La fede in Gesù Cristo liberatore. Paolo e i Galati (4,12-20); le mogli di Abramo (4,21-31); Cristo e Mosè (5,1-12). [5]. 5,13-6,10: quarta sezione. Libertà cristiana e sottomissione alla Legge di Cristo. L’amore del prossimo (5,13-25); la legge di Cristo (5,26-6,10). [6]. 6,11-18: conclusione e saluti. [B]. Insegnamento. La lettera dà un apporto prezioso per conoscere la vita di Paolo. Le differenze che oppongono la lettera ai Galati e gli Atti degli Apostoli sono dovute a differenti prospettive. Quella della lettera è più personale: delle lotte sostenute riporta soprattutto quelle di Paolo. Ed è anche più polemica, infatti, Paolo cita i fatti che convalidano le sue tesi. La lettera sviluppa alcuni grandi temi: [1]. La Legge e la fede. La fede in Cristo basta per essere giustificati (5,6); la Legge ha fatto da pedagogo che conduce a Cristo (3,22-25). [2]. Lo Spirito Santo. Con i frutti che apporta (5,16-18,22-24) in coloro che gli obbediscono (5,25), la presenza dello Spirito Santo è tangibile nella comunità (3,2-5) e in ciascuno dei «figli» del «Padre» (4,6-7). [3]. L’unità dei cristiani. In Gesù Cristo, le distinzioni basate sullo status sociale, la razza e il sesso sono abolite: i discepoli di Gesù costituiscono ormai una cosa sola in Lui (3,28; 6,15) - (Fonti letterarie : utilissimo l’approfondimento con : E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 2° - Nuovo Testamento - 2001 - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB)
Galazia Una provincia dell'Impero Romano situata nella zona centro - settentrionale di quella regione che chiamiamo Asia Minore. Oggigiorno è parte integrante della Repubblica di Turchia (Galati 1,2; 1°Corinti 16,1).
Galilea Regione storica della Palestina. E’ una zona montuosa compresa tra le pendici del Libano a nord, la piana di Esdraelon e la valle del Qishon a sud, il Giordano e il lago di Tiberiade, detto anche Mare di Galilea a est, la pianura prospiciente il Mediterraneo a ovest. Attualmente costituisce il distretto settentrionale della Repubblica di Israele, con capoluogo Nazareth. La sezione più settentrionale, montuosa (Jabal Yarmuk) e in parte boscosa, politicamente appartenente al Libano. L’«Altopiano di Galilea» scende lentamente verso sud, ove elevazioni non superiori ai 500 m. racchiudono brevi tratti pianeggianti. Il Monte Tabor (562 m.) ne costituisce l’estremità meridionale dominando la pianura di Esdrelon. Regione a clima mediterraneo sulla costa, continentale all’interno, ma comunque piuttosto umido, la Galilea è ricca di sorgenti che, unitamente al materiale vulcanico formante lo strato superiore del terreno, favoriscono la fertilità della zona. Centro maggiore della Galilea è Nazareth, unico centro storico, insieme con la più piccola Tiberiade, che abbia conservato tuttora una certa vitalità. La Galilea, la cui storia si ricollega con gli eventi biblici e soprattutto con i primi anni della vita di Gesù, fu abitata sin dall’ultimo periodo interglaciale: ne sono testimonianza avanzi umani, con resti di cultura di tipo musteriano, rinvenuti nei pressi del lago di Tiberiade nella caverna di Ez-Zuttyye. Nell’Antico Testamento la pianura di Esdrelon ebbe vari nomi : pianura di Izreel (Giudici 6,33): da questo nome venne poi quello di Esdrelon (Giuditta 1,8); Valle di Meghiddo (2°Cronache 35,22; Zaccaria 12,11); grande pianura (1°Maccabei 12,49) o semplicemente la Pianura. Incrociata da antiche e importanti vie di comunicazione, la pianura di Esdrelon fu in ogni tempo attraversata da carovane e da eserciti e fu teatro di molte battaglie che ci richiamano i nomi di Debora e Sisara (Giudici 4-5), Gedeone e i Madianiti (Giudici 7), Saul e i Filistei (1°Samuele 31), Giosia (2°Re 23,29-30) e i Maccabei (1°Maccabei 12,49). Essendo la Galilea la zona più fertile della Palestina, molti della tribù di Giuda – l’unica che tornò in patria dall’esilio di Babilonia – si spinsero in questa regione e vi posero la loro dimora, per cui anche al tempo di Gesù la Galilea era abitata da numerosi Giudei o discendenti di famiglie giudaiche e il suo nome e talvolta conglobato in quello generico di Giudea (Luca 7,17). La Galilea ha poca storia! «Il Cristo viene forse dalla Galilea? … Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea», si legge nel Vangelo di Giovanni (7,41.52). «Non è costui il figlio del falegname?» (Matteo 13,55). La sua importanza storica è quindi insignificante, legata alla vita di Gesù e non ai fatti storici dell’Antico Testamento. Per i cristiani la Galilea è legata ai trent’anni trascorsi da Gesù a Nazareth, la maggior città araba: «Gesù si recò a Nazareth, dove era stato allevato» (Luca 4,16). La città principale della Galilea è infatti Nazareth, ma non mancano centri significativi da visitare come Meghiddo, Cana, Cafarnao o il lago di Tiberiade (Fonti letterarie : utilissimo l’approfondimento con : E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 1° - L’Antico Testamento - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB).
Gamaliele « ... Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati ... (Atti degli Apostoli 5,34»: ebbene, quest'uomo era un fariseo, verosimilmente doveva essere uno dei più prestigiosi maestri ebrei, in quanto appartenente al supremo tribunale degli ebrei. Anche Paolo è stato un suo discepolo: « … [3] Ed egli continuò: "Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi … (Atti 22,3)».
Gaudio (Spirituale) [1]. Definizione. Il termine «gaudio» è generalmente sinonimo di: felicità, gioia, allegria; come anche: beatitudine, esultanza, giubilo, letizia! [2]. Catechesi. « … Per l'uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell'unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è “come sacramento” (Lumen gentium, 1). Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la “Città santa” di Dio (Apocalisse 21,2), “la Sposa dell'Agnello” (Apocalisse 21,9). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, dall'amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione. […] Il culto dell’Eucaristia. Nella Liturgia della Messa esprimiamo la nostra fede nella presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino, tra l'altro con la genuflessione, o con un profondo inchino in segno di adorazione verso il Signore. “La Chiesa cattolica professa questo culto latreutico al sacramento eucaristico non solo durante la Messa, ma anche fuori della sua celebrazione, conservando con la massima diligenza le ostie consacrate, presentandole alla solenne venerazione dei fedeli cristiani, portandole in processione con gaudio della folla cristiana” [Paolo VI, Lett. enc. «Mysterium fidei» di Papa Paolo VI°) … » – (Stralci originali estratti dal «Catechismo della Chiesa Cattolica» – n. 1045 – 1378 – Ed. Libreria Editrice Vaticana). [3]. Riferimenti biblici. « … Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, del suo popolo un gaudio … (Isaia 65,17-18)». [4]. Documenti. « … Paolo VI ha oggi un paterno dialogo con il consiglio generalizio e le madri provinciali delle Suore della Carità delle Sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, con la superiora generale, madre Angela Maria Campanile. Anzitutto Paolo VI chiede: «Cosa state facendo?». Le suore, impegnate in questi giorni negli esercizi spirituali, hanno come dono dal Papa una parola di gioia, di conforto, di certezza e di speranza. Conosciamo la vostra grande irradiazione, dice Paolo VI. «Vi ricevo con tanto piacere, per dirvi grazie, perché quattro vostre consorelle stanno al servizio della nostra casa». Dopo aver sottolineato la generosità e la bontà di queste religiose, il Papa rende partecipi le presenti di alcuni suoi toccanti ricordi: ricordi cordiali della tenera età e dei rapporti che la sua famiglia ha avuto con la Congregazione. Paolo VI rammenta quindi alle suore il gaudio spirituale, caratteristico e proprio di questo tempo liturgico. Esso è nel programma e nello statuto della vita cristiana un contrassegno della loro scelta. «Il gaudio spirituale è gioia, pace, sicurezza. La nostra parola vuole essere un augurio e una raccomandazione». Dopo aver accennato ai pericoli che si affacciano oggi anche negli istituti religiosi, il Papa raccomanda di vivere in pienezza la letizia della vita cristiana. «La suora ha scelto di vivere soltanto per Gesù. Deve essere forte, infuocata come le vostre fondatrici. Il mondo forse non sempre riesce a capire le vostre scelte. Voi vi siete liberate dalla schiavitù del mondo. Avete seguito una ispirazione che è vocazione. Nel seguire lo spirito delle fondatrici, oggi v’è urgente bisogno di coraggio, forza, sacrificio, distacco. Dovete dire “sì” con cuore sempre nuovo nel canto dell’ Alleluia pasquale che viene dopo la crocifissione». Dopo aver ancora sottolineato la grande gioia che deve possedere l’anima consacrata a Dio, il Papa aggiunge: «Gioite sempre. Abbiate il sorriso nel cuore e sulle labbra; diffondete la letizia spirituale, il sorriso trasparente». Riallacciandosi quindi al pensiero di San Paolo che esortava i cristiani ad essere contenti nel Signore, il Papa esorta le suore a testimoniare con la loro vita questa nota singolare: la gioia. «Voi avete scelto la strada migliore. Avete rinunciato a tutto, ma vivete nella gioia. Vi segua la nostra stima, la nostra preghiera e la nostra benedizione» – (Stralcio originale estratto dal discorso pronunciato da Papa Paolo VI° alle Suore della Carità delle Sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa – Sabato 5 Maggio 1973 – Ed. Libreria Editrice Vaticana).
Gaudioso Tradotto in lingua corrente è tutto ciò che appare come prova o motivo di letizia, di beatitudine; es.: un cantico gaudioso; « ... questo sicuro e gaudioso regno ... » nel «Paradiso» di Dante; «Gaudiosi» sono i Misteri nel Santo Rosario: le prime cinque considerazioni rivolte alla contemplazione del «gaudio» derivato all’umanità dall’Incarnazione del Verbo per mezzo della Vergine Maria.
Gaudium Et Spes Costituzione Pastorale Gaudium Et Spes sulla Chiesa nel Mondo Contemporaneo. – Proemio – 1. Intima unione della Chiesa con l'intera famiglia umana. Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia. 2. A chi si rivolge il Concilio. Per questo il Concilio Vaticano II°, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l'azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall'amore del Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del peccato, ma il Cristo, con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del Maligno e l'ha liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento. 3. A servizio dell'uomo. Ai nostri giorni l'umanità, presa d'ammirazione per le proprie scoperte e la propria potenza, agita però spesso ansiose questioni sull'attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell'uomo nell'universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini. Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso l'intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare l'uomo, si tratta di edificare l'umana società. È l'uomo dunque, l'uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l'uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione. Pertanto il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione. Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito .
Gedeone Personaggio biblico dell’Antico Testamento, giudice di Israele (secc. XII°-XI° A.C.). Figlio di Ioas, della tribù di Manasse, liberò gli israeliti dall’oppressione dei Madianiti e stabilì la pace per quarant’anni. Dopo aver sconfitto i Madianiti e demolito l’altare di Baal, Gedeone venne giudicato idoneo a diventare re; ma egli rifiutò, limitandosi a richiedere un proprio santuario e un «harem» numeroso. Le vicende di Gedeone sono narrate in Gdc 6-8. Il triste epilogo delle sue gloriose gesta è costituito dalla storia del figlio Abimelech (Gdc 9) - (Fonti letterarie : utilissimo l’approfondimento con : E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 1° - L’Antico Testamento - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB)
Geenna La valle di Ennom, localizzata a Sud-Ovest di Gerusalemme, un tempo sede del culto di Moloch (cui venivano offerti sacrifici umani). Poi maledetta dal re Gioisca e adibita a luogo in cui venivano (insieme alle salme dei condannati alla lapidazione) gettate le immondizie della città per il fatto che continuamente ardeva il fuoco. La tradizione biblica neotestamentaria ha identificato la Geenna come la dimora infernale degli empi, luogo di dannazione eterna! Nel Vangelo è presa a simbolo dell’Inferno (Matteo 5,22.39 ss.; 10,28; 18,9; 23,15.33; Marco 9,43 ss.; Luca 12,5; Giacomo 3,6) - (Fonti letterarie : utilissimo l’approfondimento con : E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 1° - L’Antico Testamento - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB)
Gelosia Stato affettivo penoso che insorge in situazioni di competizione reale o immaginaria con altri per il medesimo oggetto d’amore. E’ caratterizzato da sensazioni di frustrazione, impotenza e auto-svalutazione. I casi di «gelosia intensificata», di cui la psicoanalisi si occupa per il loro carattere patologico, sono rappresentati secondo Freud dalla «gelosia proiettata» e dalla «gelosia delirante». La prima è tipica delle nevrosi, la seconda delle psicosi, ed in particolare caratterizza uno dei tre temi deliranti tipici della paranoia. Alla base vi sarebbero pulsioni sessuali latenti e sentimenti di odio rimossi per il partner del sesso opposto. – Approfondimento teologico – [1]. Il termine «gelosia» deriva dal greco «zelos» e ne ricopre in parte l'area semantica, ma con una accentuazione negativa, che è venuta affermandosi sempre più, soprattutto nel linguaggio comune, fino a separare del tutto il termine gelosia dal suo etimo «zelo» che conserva ancora il significato originario positivo o almeno neutrale di: «dedizione totale ed appassionata ad una causa o a una persona». In tale suo originario significato positivo, il termine «zelo-gelosia» è usato nell' Antico Testamento per designare l'intransigenza dello «jahvismo» più fervente, come nel caso di Elia che arde «di zelo per il Signore degli eserciti» (1°Re 19,10) o dei Maccabei che hanno zelo per la legge e vogliono difendere, anche con le armi, l'alleanza o del salmista che è divorato dallo zelo per la casa del Signore (cf Sal 68,10). Ma la gelosia è attribuita anche a Dio stesso, sia per motivarne l'ira e i castighi inflitti al popolo per la sua infedeltà all'alleanza (cf Sal 79,5; Ez 23,25; Zc 1,14), sia per proclamare che la fedeltà del suo amore è superiore a tutte le infedeltà di Israele e preannunciare le meraviglie del suo futuro intervento restauratore e salvifico (cf Is 9,6; 37,32; 59,17; Gl 2,18). Nel Nuovo Testamento, però, il termine assume già un significato negativo: San Giacomo parla ripetutamente di «gelosia amara» e di «spirito di contesa» (cf Giacomo 3,14; 3,16). Nel linguaggio corrente il termine indica oggi l'inquietudine amara ed aggressiva che nasce dal desiderio di un possesso esclusivo (che si teme continuamente minacciato) della persona amata. E’ il contrassegno infallibile del carattere possessivo di quella forma di amore con il quale illustri filosofi e teologi hanno dato spesso il nome di «amor concupiscentiae». Ma San Tommaso, che conserva, accanto al significato moralmente negativo, quello positivo della tradizione veterotestamentaria, vede nella gelosia stessa un effetto della «tensione dell’Amore» verso il suo oggetto, che porta a respingere con forza tutto ciò che a tale amore ripugna. Questo si verifica in modalità diverse nell'amore di concupiscenza e in quello di amicizia: nel primo tale tensione diventa repellenza e aggressività rivolta contro tutto ciò che minaccia la quieta fruizione di ciò che si ama (e questo sarebbe lo zelo dell'invidia), nel secondo, la tensione dell'amore muove l'amante contro tutto ciò che minaccia il bene dell'amico. [2]. «Natura della gelosia». Potremmo dire, perciò, che la possibile negatività etica della gelosia non sta nell'eccesso dell'amore ma, caso mai, in un difetto della sua qualità umana, cioè nel suo carattere narcisistico e possessivo, quindi nella sua fondamentale immaturità e non-autenticità. Naturalmente ci sono beni che di loro natura escludono la possibilità di una gelosia di cattiva qualità morale: sono i beni (come la conoscenza della verità o il possesso di buone qualità morali) che possono essere condivisi e fruiti in modo pieno, senza diminuzione per nessuno. Di questo genere il bene inesauribile per eccellenza, è naturalmente: Dio Padre!. L' Amore e la fruizione di Dio escludono, purché autentici, qualsiasi possibilità di gelosa difesa, di risentimento o di invidia. Ma anche in questo caso si può ancora parlare di una certa «gelosia oggettiva», specifica dell'amore di Dio, legata al carattere estremamente esigente di questo amore, che esclude qualsiasi contaminazione con altre forme di amore che vogliano porsi sullo stesso suo piano, facendogli in qualche modo concorrenza: la volontà umana può avere un solo fine ultimo! Ogni altro fine può essere amato e perseguito solo in vista di questo e la rinuncia a tutto ciò che, in qualche modo, si presenta «inconciliabile» con questo fine è la prova dell'autenticità dell'amore con cui lo si persegue: questo diventa particolarmente visibile quando esso sfocia, per dono divino, nell'esperienza mistica! Al contrario, come l'invidia, in cui finisce inevitabilmente per sfociare, la «gelosia di cattiva qualità morale», perché nata da un amore di cattiva qualità umana, turba la convivenza umana ed è spesso fonte di dolorosi rancori e di forme più o meno gravi di intolleranza, di sospetto e di aggressività. Le «virtù» che si oppongono a questa «cattiva gelosia» sono la «magnanimità» e la «longanimità», cioè la larghezza di mente e di cuore che supera la sete del possesso esclusivo e la meschinità dell'intolleranza. Naturalmente, la conquista di queste virtù presuppone una crescita nell'Amore vero e maturo che, al suo culmine, abbraccia in Dio e ama ogni fratello, senza paura di perdere, condividendo, ciò che da Dio e in Dio riceve con smisurata larghezza. Per questo motivo, esse sono uno dei frutti di quel Santo Spirito che infonde nei cuori dei credenti la carità soprannaturale, la stessa che rende l'uomo capace di un attaccamento appassionato al Dio (geloso), che desidera che i Suoi figli godano solo di Lui già qui ed ora. - Approfondimenti biblici – [1]. «La varietà dei peccati è grande. La Scrittura ne dà parecchi elenchi. La lettera ai Gàlati contrappone le opere della carne al frutto dello Spirito: «Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio (Gal 5,19-21)». (Estratto dal Catechismo della Chiesa Cattolica - Parte III° - La vita in Cristo - Sez. I° - La vocazione dell’uomo: la vita nello Spirito - Cap. I° - La dignità della persona umana - Art. VIII° - Il peccato - Titolo III° - n° 1852 - Ed. Libreria Editrice Vaticana)». [2]. Il termine ebraico «qinàh» esprime la violenza del sentimento, ma ignora la rivalità supposta nel suo equivalente italiano. E’ usato, innanzitutto per esprimere la viva collera provata da Jhwh davanti alle infrazioni dell’Alleanza da parte di Israele (Esodo 34,14; 20,3-6; Deuteronomio 5,9-10; 6,15; 29,19; Gs 24,19), come collera propria dell’amore offeso (Ez 5,13; 16,18.42; 23,25). Dal 587 A.C. la gelosia diventa: [1]. Collera contro le nazioni : Ez 35,11; 36,5.6; 39,19. [2]. Vendetta divina che libera il popolo dal gioco: Isaia 42,13; 59,17; 26,11; 63,1. [3]. Misericordia e amore nei confronti di Israele : Ez 39,25 – (Fonti letterarie : per ogni altro eventuale approfondimento del tema : B.Mondin - Dizionario dei Teologi - Ed. ESD
Genealogia [1], Definizione. Scienza ausiliaria della storia, che tratta l’origine e la discendenza delle famiglie. [2]. Genealogie si trovano, in modo particolare, nell’Antico e nel Nuovo Testamento, ma esse si ritrovano comunemente anche nell’antichità classica, per lo più infarcite da leggende tese a trovare vincoli di parentela con le divinità; al riguardo furono sempre di grande interesse le varie «teogonie» (ad iniziare da quella di Esiodo) che si interessavano di indicare la genealogia delle famiglie divine. Soltanto col feudalesimo la genealogia però venne ad acquistare valore pratico, sia per le particolari concessioni di carattere ereditario fatte dai sovrani alle singole famiglie, sia per il diffondersi dell’uso del cognome. A parte il permanere di alcuni studi legati ai ricordi mitologici, come nel «De genealogiis deorum gentilium» del Boccaccio, le genealogie in senso moderno si diffondono rapidamente sino ad avere, dopo il Seicento, un vero e proprio carattere scientifico, specie con la pubblicazione di alcuni testi, come l’ «Almanacco di Gotha», che risale al 1764, di valore ufficiale. Tra le pubblicazioni italiane, oltre a diversi studi apparsi su riviste specializzate, ricordiamo l’opera di Pompeo Litta: «Le famiglie celebri italiane». [3]. Approfondimenti biblici. La legge del deserto richiede che le famiglie associate che costituiscono un clan abbiano un antenato comune. A partire da elementi in parte esatti ed in parte arbitrari, si prende spesso il nome di un luogo comune dell’antenato. Viene così a stabilirsi una «genealogia» che dimostra la comunità di origine. Genesi - capitolo dieci - esprime la convinzione dell’«unità familiare» dell’intera umanità. Nel linguaggio «ancestrale» vengono nominati soltanto gli uomini, mentre le donne compaiono solo eccezionalmente. La menzione della madre dei re di Giuda, e non di quelli di Israele, in 1°Re è significativa. La «genealogia» non ha tanto uno scopo descrittivo, quanto giuridico: autentica un gruppo o un individuo, giustificando la loro pretesa di inserirsi nella comunità per compiervi una funzione particolare «I seguenti rimpatriati da Tel-Melach, Tel-Carsa, Cherub-Addan, Immer, non potevano dimostrare se il loro casato e la loro discendenza fossero d’Israele: figli di Delaia, figli di Tobia, figli di Nekoda: seicentoquarantadue. Tra i sacerdoti i seguenti: figli di Cobaia, figli di Akkoz, figli di Barzillai, il quale aveva preso in moglie una delle figlie di Barzillai il Galaadita e aveva assunto il suo nome, cercarono il loro registro genealogico, ma non lo trovarono; allora furono esclusi dal sacerdozio (Esdra 2,59-62)». Le «genealogie» di Gesù proclamano la sua appartenenza: [1]. Al popolo ebraico e alla discendenza davidica: «Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, […] Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo. La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici (Mt 1,1-17)». [2]. All’umanità figlia di Adamo: «Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent`anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli, figlio di Mattat, figlio di Levi, […] figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio (Lc 3,23-38)». Vengono citate quattro donne (Mt 1,3-6) considerate dalla tradizione ebraica come testimoni dell’«attesa messianica».
Generale Termine ecclesiastico (dal latino «generalis da genus» = genere) usato negli ordini religiosi o nelle «congregazioni». La necessità di questa carica si manifestò con la centralizzazione degli ordini mendicanti e, più tardi, con le congregazioni. Il termine «generale» è solitamente collegato ad altro nome. Per esempio, francescani e cappuccini hanno un «ministro» generale, i domenicani un «maestro» generale, i carmelitani un «priore» generale, i gesuiti un «preposto» generale, i redentoristi e gli altri ordini un «superiore» generale. Nel 1893, anche i benedettini chiamavano «generale» il loro abate primate. Il «generale» è di solito eletto dal capitolo generale per un periodo da tre a sei anni. Nel caso della Compagnia di Gesù, la carica è a vita, ma, in seguito alle deliberazioni della XXXI° congregazione generale (tenuta in due sessioni, 1965 e 1966), il generale dei gesuiti può rinunziare alla sua carica per una causa grave, che lo renda per sempre impari al suo ufficio. Aiutano il generale quattro assistenti generali; questi qualora avessero ammonito il generale a dimettersi, per le ragioni di cui sopra, ed egli non volesse, possono indire la congregazione generale per eleggere un vicario temporaneo
Generazione [1]. Definizione. Con questo termine nel linguaggio comune s’intende il processo biologico della procreazione di nuovi individui da parte d’individui della stessa specie: generazione spontanea, nascita d’organismi viventi da sostanze inorganiche; si comprende altresì l'insieme degli individui discendenti, secondo un determinato grado, da un comune progenitore ed ancora l'insieme degli individui della stessa specie poiché considerati discendenti da un unico o da un comune capostipite. Questo vocabolo è riferito anche alle piante e/o animali, all’insieme degli individui, più o meno d’uguale età, appartenenti allo stesso periodo storico e quindi legati a comuni esperienze e a comuni ideali. Nel contesto teologico si tratta soprattutto dell’insegnamento del Concilio di Nicea (325), dove è approfondita la terminologia: «generato, non creato», circa il modo con cui il Figlio ha origine da tutta l’eternità dal Padre senza essere da Lui creato (cf DS 125; FCC 0.503 - Concilio di Nicea I; Omooùsios). [2]. Alcuni richiami biblici. [2a]. Antico Testamento. « … Il Signore disse a Noè: "Entra nell'arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione … (Genesi 7,1)». « … Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te […] Disse Dio ad Abramo: "Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione.[…] Quando avrà otto giorni, sarà circonciso tra di voi ogni maschio di generazione in generazione, tanto quello nato in casa come quello comperato con denaro da qualunque straniero che non sia della tua stirpe … (Genesi 17,7.9.12)». « … Dio aggiunse a Mosè: "Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione … (Esodo 3,15)». « … Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne […] Osservate gli azzimi, perché in questo stesso giorno io ho fatto uscire le vostre schiere dal paese d'Egitto; osserverete questo giorno di generazione in generazione come rito perenne … Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d'Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione. (Esodo 12,14.17.42)». « … Vi sarà una sola legge per tutta la comunità, per voi e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; come siete voi, così sarà lo straniero davanti al Signore.[…] Delle primizie della vostra madia darete al Signore una parte come offerta che si fa elevandola, di generazione in generazione. […] "Parla agli Israeliti e ordina loro che si facciano, di generazione in generazione, fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola … (Numeri 15,15.21.38). « … Nessuno degli uomini di questa malvagia generazione vedrà il buon paese che ho giurato di dare ai vostri padri … (Deuteronomio 1,35)». « … Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe … (Salmo 24,6). « … Questo si scriva per la generazione futura e un popolo nuovo darà lode al Signore … (Salmo 102,19)». « … Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa … (Qoelet 1,4)». « … Molti loderanno la sua intelligenza, egli non sarà mai dimenticato, non scomparirà il suo ricordo, il suo nome vivrà di generazione in generazione … (Siracide 39,9)». « … Egli ha distribuito loro la parte in sorte, la sua mano ha diviso loro il paese con tutta esattezza, lo possederanno per sempre, lo abiteranno di generazione in generazione … (Isaia 34,17)». « … Perciò l'abiteranno animali del deserto e sciacalli, vi si stabiliranno gli struzzi; non sarà mai più abitata, né popolata di generazione in generazione (Geremia 50,39)».[2b]. Nuovo Testamento. « … "Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c'è più di Giona! […] La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone![…] Allora va, si prende sette altri spiriti peggiori ed entra a prendervi dimora; e la nuova condizione di quell'uomo diventa peggiore della prima. Così avverrà anche a questa generazione perversa" … (Matteo 12,39.41.42.45)». « Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: "Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione".[…] Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi". […] Egli allora in risposta, disse loro: "O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me" … […] In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute … (Marco 8,12.38 – 9,19 – 13,30)». « … Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: "Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorchè il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c'è qui. Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c'è qui. […] perché sia chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio del mondo … […] In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto …(Luca 11,19.30.31.32 – 11,50 – 21.32)». « … Con molte altre parole li scongiurava e li esortava: "Salvatevi da questa generazione perversa" […] Ora Davide, dopo aver eseguito il volere di Dio nella sua generazione, morì e fu unito ai suoi padri e subì la corruzione …(Atti degli Apostoli 2,40 – 13,36)». « … perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo … (Filippesi 2,15)». « … Perciò mi disgustai di quella generazione e dissi: Sempre hanno il cuore sviato. Non hanno conosciuto le mie vie … Ebrei 3,10)». [3]. Documenti. « … Mi rallegro molto per il canto che avete fatto e che evoca un’atmosfera spiritualmente ricca, come pure per i canti della celebrazione eucaristica di questa sera che sono stati davvero molto ben eseguiti. Guardando voi penso all’età della vostra parrocchia e alla vostra età: forse nessuno di voi ha più degli anni di questa Chiesa che celebra il suo XXV di erezione. Mi vengono in mente le parole di Cristo che dicono: altri hanno lavorato e voi siete entrati nei loro lavori. Così anche qui possiamo dire che negli anni passati c’erano altri a lavorare, c’erano i vostri genitori, la generazione anteriore che ha costruito questa parrocchia di Santa Maria “Regina Mundi” in cui ora vi trovate a lavorare. Questa è una constatazione semplice alla quale fa seguito una conclusione che mi sembra altrettanto semplice. Se i vostri genitori vi hanno lasciato una certa eredità ecclesiale e spirituale - perché la parrocchia è anche questo e si basa sulla parola di Dio, sulla catechesi, sui sacramenti e su una realtà in cui si vive con Cristo la realtà soprannaturale di Dio - allora questa eredità divino-umana vi appartiene, perché Dio opera nella Chiesa tramite Cristo, il Messia, ma nello stesso tempo noi tutti siamo chiamati a cooperare a costruire la Chiesa insieme con lui. Siamo coeredi di Cristo, come dice san Paolo. Voi dovete pensare già, come seconda generazione di parrocchiani, a come andare avanti, a come tramandare l’eredità ricevuta. Penso che il momento centrale di questo nostro incontro e di tutti gli incontri che fanno la vita giovanile di questa parrocchia è quello che si basa sull’ulteriore trasmissione della stessa eredità. Così vive la Chiesa cominciando da Cristo e dagli apostoli. Di generazione in generazione, questo grande tesoro offertoci da Dio deve essere trasmesso con la collaborazione di uomini come voi. Mi piace sottolineare il fatto che nella vostra comunità parrocchiale giovanile ci siano vocazioni: una giovane ha letto una lettera di una sua coetanea che inizia la vita religiosa come claustrale. Penso che la vostra età, la giovinezza, è il momento in cui si definiscono le vocazioni e la vocazione è sempre una cosa personale: vocazione vuol dire che Dio ci chiama. E chiama ciascuno di noi a un ministero, a una professione, a un impegno preciso. Vi auguro di sentire bene questa chiamata del Signore in modo da definire la vostra vocazione. Tutto questo è profondamente connesso con il problema centrale della vita umana che è la ricerca di senso. Avete parlato di diversi mali della vostra epoca e della vostra società: mali di tipo individuale, sociale, economico e soprattutto morale. Se si vuole vincere questi mali, bisogna definire bene la propria vocazione e il senso della propria vita che si trova in Cristo. Non c’è nessuna forza del male che può farci deviare da questo impegno. Vi auguro tutto questo per il bene di ciascuno di voi e della vostra comunità che celebra il XXV di fondazione della parrocchia, Voglio anche dirvi in questa circostanza molto felice per me - sono in visita tra voi come vostro Vescovo che si sente pastore di questa parrocchia e spiritualmente legato come fratello e padre, responsabile davanti a Dio - che vi auguro un buon Natale. Lo auguro a tutti senza eccezioni, a tutta la vostra generazione, alla seconda generazione della parrocchia di Maria Regina del Mondo. Vi benedica Dio Onnipotente … » - (Stralcio originale estratto dal Saluto di Papa Giovanni Paolo II° ai giovani riuniti nel Teatro della Parrocchia di Santa Maria «Regina Mundi» - Domenica, 14 dicembre 1986 - Ed. Libreria Editrice Vaticana). [3]. Suggerimenti bibliografici. [*]. G. Savagnone – A. Briguglia – Il coraggio di educare – Costruire il dialogo educativo con le nuove generazioni – 2009 – Ed. Elledici [*]. Karl Rahner – H. Karl Weger – Problemi di fede della nuova generazione – Collana Giornale di Teologia – Tradotto da D. Pezzetta – 1983 – Ed. Queriniana [*]. AA.VV. – Di generazione in generazione – La difficile costruzione del futuro – Quinto Forum del Progetto Culturale – Curato dalla C.E.I. – Servizio nazionale progetto culturale – Collana Oggi e Domani – 2004 – Ed. EDB [*]. M.T. Zattoni – G. Gillini – Dio fa bene ai bambini – La trasmissione della fede alle nuove generazioni – 2008 – Ed. Queriniana [*]. L. Formenti (Curatore) – La famiglia si racconta – La trasmissione dell’identità di genere tra le generazioni – Collana La Famiglia nel mondo contemporaneo – 2002 – Ed. San Paolo Edizioni.
Genere Termine introdotto nel linguaggio filosofico da Platone (ghènos), che lo usò come sinonimo di specie e di idea (èidos). Aristotele distingue rigorosamente il «genere» dalla «specie», intendendo forse non ciò sottolineare che il concetto di «genere» può essere accolto e utilizzato indipendentemente dall’adesione alla platonica dottrina delle idee. L’impiego più significativo di tale concetto da parte di Platone si ha con la tecnica definitoria per divisione, che consente di definire un certo termine mediante successive divisioni del «genere» che lo include. Aristotele, che accoglie la legittimità logica della definizione per divisione, considera il «genere» come uno dei quattro modi secondo i quali un predicato si lega al soggetto : gli altri modi sono la definizione, che è un legame più stretto di quello stabilito con il «genere»; la proprietà, che è un legame meno stretto; l’accidente che indica un legame occasionale e contingente. Il «genere», per Aristotele, differisce dalla proprietà poiché appartiene anche alla definizione del termine «definiendum» (definizione per «genere» prossimo e differenza specifica), mentre la proprietà, pur essendo coestensiva al soggetto, non appartiene alla sua definizione e dunque è significativa della sua essenza. Aristotele identifica quindi il «genere» con l’«universale», la cui nozione darà origine alla celebre disputa medievaleche va sotto il nome di «questione degli universali». Gli «stoici» intesero il genere esclusivamente come unione di nozioni diverse e costanti, proponendone perciò una «questione intensionale». Dopo il Medioevo, che aristotelicamente identifica il «genere» e la «specie» con l’«universale», la nozione originale di genere conserverà soltanto una sua validità nella «sistematica zoologia» e botanica, pur essendo impossibile darne una definizione operativa completamente soddisfacente
Generi Letterari Al fine di interpretare correttamente la «Verità» che si nasconde nei libri sacri, a seconda che siano di genere storico, profetico, poetico o di qualsiasi altro genere, è necessario conoscere il tempo, la cultura, lo stile col quale si scrive in ogni epoca e anche i modi di pensare e di esprimersi con la parola e per iscritto. Per comprendere l'intenzione degli autori sacri, si deve tener conto delle condizioni del loro tempo e della loro cultura, dei «generi letterari» allora in uso, dei modi di intendere, di esprimersi, di raccontare, consueti nella loro epoca. La «Verità» infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi in varia maniera storici o profetici, o poetici, o con altri generi di espressione " (DV 12.2)
Genesi Il primo dei libri dell’Antico Testamento, ritenuto «canonico» sia dalla tradizione ebraica (che lo colloca tra i cinque scritti della «Torah»), sia da quella cristiana (che lo annovera tra i cinque libri del «Pentateuco»). In ebraico, il libro è indicato con le sue parole iniziali: «bereshit» (= in principio). Il titolo «Genesi» deriva invece dal greco «genesis» (= generazione) e indica l’argomento dei primi capitoli del libro, ossia l’origine del mondo! La singolarità del libro della Genesi non è tanto negli argomenti che tratta, quanto nella prospettiva che dischiude rileggendo l’origine del cosmo e dell’uomo, a partire dalla distinzione tra essere creato e Creatore fino a comprendere la presenza di Dio nella storia dell’uomo intesa come progetto di salvezza. Il libro della Genesi si articola in due parti : (I°) «storia primitiva» (1,1-11,32), che narra la creazione dell’universo, la creazione e la caduta dell’uomo, il fratricidio di Caino, il diluvio universale, la torre di babele e la dispersione dei popoli; (II°) «storia patriarcale» (12,1-50,26), che comprende i cicli di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe: si chiude con l’entrata di Giacobbe/Israele in Egitto. L’attuale libro della Genesi è il risultato di un lungo e complesso lavoro redazionale, nel quale convergono le diverse fonti e tradizioni del «Pentateuco»: se nella storia delle origini appare con notevole evidenza la compresenza delle «tradizioni jahvista e sacerdotale», nella «storia patriarcale» si verifica un altrettanto intreccio tra la «tradizione jahvista» e quella «elohista» (anche: «elhoista» = tradizione). Determinante è invece il ruolo svolto dalla «tradizione sacerdotale» nel dare all’intero libro della Genesi una struttura organica, dalla quale, soprattutto è possibile desumere l’intenzione e la visione teologica che l’ultimo redattore ha voluto conferire all’opera, rileggendo e attualizzando i dati delle altre tradizioni. Tale visione converge nel porre tutta la storia umana nel segno della promessa di Jahvè (che per gli antenati del popolo di Israele era il «Dio dei nostri padri»): la promessa fatta ai padri diventa l’elemento unificante della storia della salvezza, che consente di unire la «benedizione» concessa ad Abramo con l’«alleanza» stabilita con Mosè (Esodo-Deuteronomio). E’ difficile, però, stabilire con esattezza quanto ci sia di «storico» nel libro della Genesi, benché, nella seconda parte il testo ha conservato una serie di antiche tradizioni che trovano il loro riscontro in testi onomastici e giuridici della Mesopotamia della prima metà del II° millennio A.C. . Nella prima parte, invece, non si hanno riferimenti che consentano di porre il problema della storicità del testo: ciò ha comportato il fiorire di molte interpretazioni, tra le quali merita di essere ricordata quella proposta, recentemente da alcuni esegeti cattolici che hanno definito Genesi 1-11 come una «eziologia metastorica», vale a dire l’ammissione di una conoscenza storica ed efficace, raggiunta a partire dalla condizione presente, meglio compresa proprio a partire dalla sua origine storica. L’influsso che il libro della Genesi ha esercitato lungo i secoli è stato notevole: basti pensare che dall’esperienza religiosa di Abramo dipendono le civiltà ebraica, cristiana, islamica e le profonde trasformazioni che esse hanno determinato nell’umanità degli ultimi tre millenni. - Approfondimenti biblici - All’origine e fondamento dell’universo nella sua composizione ordinata e splendida sta l’azione libera e gratuita di Dio creatore. Questo è il senso della frase programmatica che apre il racconto dell’attività creatrice di Dio, di cui si presentano i primi quattro giorni (Genesi 1,1-19). Due temi religiosi affiorano nella breve composizione di stile catechistico. In primo luogo si afferma la bontà e bellezza di ogni cosa o essere chiamato all’esistenza dalla parola efficace di Dio. In subordine si intravede una preoccupazione di carattere anti-idolatrico. Nessun essere può prendere il posto di Dio! Egli domina fin dall’inizio il caos sulla terra, crea la luce, le acque, la terra fertile, il sole, la luna e gli astri. In tal modo appare come - radicalmente stolta - la tendenza di quanti sono portati a venerare le realtà create, sia gli astri come il mondo animale, proiettandovi la maschera della divinità. La tentazione di adorare gli elementi della natura è sempre forte. Ma il credente assegna alle cose il loro posto, riconoscendole create da Dio. Gioire del creato è una confessione di fede nell’unico Dio e nella bontà fondamentale della Sua opera che il peccato non ha deturpato per intero (Sal 103,1-2a. 5-6.10.12.24.35c). Nel secondo racconto della creazione (Genesi 2,4b-9.15-17) lo scopo perseguito è quello di presentare lo sfondo per il dramma della libertà umana, sfidata dalla tentazione. Perciò l’attenzione è concentrata sulla creazione dell’uomo, un essere fragile come la creta, ma che ha ricevuto da Dio il soffio della vita. Il secondo elemento posto in risalto nel racconto biblico è il ruolo del duplice desiderio che attraversa e sostiene l’esistenza umana. Il desiderio di vivere è quello del successo! Questi sono rispettivamente rappresentati dall’albero della vita e da quello della conoscenza del bene e del male. L’uomo è posto per iniziativa di Dio nella terra-giardino con il compito di coltivarla e custodirla. In quest’ottica rientra la clausola o condizione posta da Dio all’essere umano per avere la vita: non impossessarsi dell’albero del potere o del successo! L’esperienza umana insegna che la scalata al potere ha messo in moto il meccanismo perverso della morte violenta. Alcuni pensano che la vita sia qualcosa da conquistare con l’astuzia, con la forza, facendosi padroni della vita (Sal 103,1-2a.27-30). Altri, i credenti, accettano la vita come dono di Dio: va accolta, rispettata, amata! Benedire Dio come Signore della vita è accettare che siamo creature, non divinità. Della vita siamo custodi e giardinieri. Il dramma della libertà umana davanti a Dio è reso in modo suggestivo dal racconto biblico noto come «storia del peccato originale» (Genesi 3,1-8). Perché di fatto si sceglie il male nonostante la coscienza delle sue conseguenze disastrose? Il narratore biblico per rispondere a questo interrogativo introduce un terzo protagonista: il serpente astuto. Esso prende l’iniziativa di stravolgere la clausola data da Dio per proteggere la vita. Nella nuova prospettiva suggerita dal serpente tentatore, l’albero della conoscenza diventa il simbolo del potere assoluto in alternativa a quello di Dio: «Diventerete come Dio, conoscendo il bene e il male». Di fatto però il possesso da tale potere rivela la totale precarietà dell’essere umano perché distorce la sua relazione di fiducia con Dio. Nella storia biblica questa esperienza traumatica si è introdotta con le deviazioni idolatriche, in cui hanno avuto un ruolo di primo piano sia il culto al serpente sia le donne straniere diventate le mogli dei re. Non ha senso per chi crede limitarsi a parlare del peccato e delle tragedie umane che vi sono collegate, senza annunciare subito che Dio rimane fedele! (Sal 31,1-2.5-7). Egli ci restituisce la libertà per tornare a Lui, avere la gioia del perdono, cambiare modo di vivere. Il peccato può dare inizio ad una intensa ricerca di Dio. Anche per noi! - (Fonti letterarie : utilissimo l’approfondimento con : E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 1° - L’Antico Testamento - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB)
Genezareth Lago e regione della Palestina settentrionale. In epoca romana, sulla sponda occidentale del lago, Erode Antipa fondò la città di «Tiberias», per cui il lago di Genezareth o «mare di Galilea», è anche detto «lago di Tiberiade». Di forma ovale, lungo ventuno chilometri e largo dodici, con una superficie di centosessantacinque chilometri quadrati, giace in una depressione a – 210 m. (- 256 nel punto immerso più profondo). E’ formato dal Giordano, che esce a sud per andar ad alimentare il Mar Morto. Le acque del lago di Genezareth hanno un sapore sgradevole, ma sono abbastanza limpide e ricche di pesce. Sulle sue rive si svolsero diversi episodi della vita di Gesù Cristo. Ivi sorgevano Bethsaida, Cafarnao, Magdala, Emmaus e altre località citate nei vangeli. Per soddisfare le esigenze dell’agricoltura e incrementare l’irrigazione in tutte le parti del Paese (specialmente nella zona arida del Neghev), lo Stato d’Israele ha attuato un grandioso piano di sfruttamento delle acque del lago
Gentili È il vocabolo con cui si traduce il greco éthne, usato nel Nuovo Testamento per definire i pagani. Esso deriva dal latino gentes, “genti, nazioni” (in ebraico la parola equivalente, segnata da una nota negativa, era gojîm).
Genuflessione Atto di devozione, riverenza o adorazione, consistente nel piegare a terra un ginocchio («genuflessione semplice») o ambedue («genuflessione doppia»); quest’ultima obbligatoria nella liturgia romana quando il Sacramento Eucaristico è esposto all’adorazione dei fedeli. 2. Atto di umiliazione
Geocentrico Relativo al centro della Terra (o alla Terra come «centro»); «ipotesi geocentrica» o «sistema geocentrico», il sistema tolemaico, che considerava la Terra al centro dell’Universo. 2. «Coordinate geocentriche»: coordinate celesti riferite ad un sistema di assi che ha l’origine nel centro della Terra (da geo- e centro)
Geremia Personaggio biblico dell’Antico Testamento, profeta (secc. VII°- VI° A.C. ), di cui possediamo molte notizie biografiche, sia attraverso i numerosi aneddoti narrati dal suo discepolo Baruc, sia attraverso le confessioni dello stesso Geremia. Originario di Anatot, Geremia apparteneva ad una famiglia sacerdotale. Chiamato da Dio in giovane età, inizialmente tentò di sottrarsi alla missione affidatagli. Tuttavia, nonostante tutti i dubbi e gli sforzi per liberarsi da questa sua vocazione, la vita di Geremia rimase sempre salda nel servizio di Dio. Svolse la sua attività in Israele, a partire dal 628 A.C. : favorevole alla politica religiosa del re Giosia, osteggiò invece i suoi successori Ioiakim e Ioiakin, mentre con Sedecia, ultimo re di Israele, prima della deportazione in Babilonia, intrattenne rapporti non sempre chiari. Geremia visse con grande partecipazione emotiva la sorte del suo popolo, condannato dai suoi stessi peccati al duro giudizio divino; profetizzò la catastrofe imminente e denunciò i falsi profeti che ingannavano il popolo annunciando salvezza e gioia! Nell’ultimo periodo della sua attività pubblica, volendo porre fine all’effetto demoralizzante che la sua predicazione esercitava sul popolo, Geremia venne arrestato e gettato in una cisterna su ordine dei sacerdoti del Tempio. Salvato dai soldati di Nabucodonosor, fu tenuto sotto custodia sino alla caduta di Gerusalemme, nel 586 A.C., quando venne liberato, ottenendo di restare nel proprio paese con i profughi rimasti; poco dopo, però, fu costretto a riparare in Egitto, dove si perdono le sue tracce. La figura di Geremia si caratterizza per la sua profonda sensibilità : egli condivise nella sofferenza la sorte del suo popolo, ma ancor più, fu attratto dalla forza misteriosa verso Dio, di cui egli era stato chiamato a esserne la parola. – Libro di Geremia – A Geremia viene attribuito l’omonimo libro dell’Antico Testamento, ritenuto «canonico» sia dalla tradizione ebraica (che lo colloca tra i «profeti anteriori»), sia da quella cristiana (che lo annovera tra i «libri profetici», il secondo dei quattro profeti maggiori). Il libro di Geremia è forse il libro biblico più disordinato, privo di una propria unità letteraria e cronologica; può essere schematicamente articolato in quattro parti, comprese tra una «Introduzione» (1,1-19), relativa alla vocazione del profeta, e una «Appendice» storica (52,1-34): [I°]. «Oracoli contro il regno di Giuda e Gerusalemme» (2,1-25,13); [II°]. «Biografia di Geremia» (26,1-29,32; 34,1-45,5); [III°]. Il «Libro della consolazione» (30,1-33,26); [IV°]. «Oracoli contro le nazioni pagane» (capp. 25,23-38; 46,1-51,64). Il libro di Geremia è il frutto di un lungo e complesso lavoro redazionale: non è certamente opera del profeta, ma di un redattore che ha lavorato utilizzando un materiale oracolare poetico, che rimanda a parole e azioni del profeta, accresciuto da appendici in prosa e da brevi espansioni. Inoltre, lo stesso redattore ha trattato una collezione biografica in prosa e parecchi testi autobiografici, in prima persona, scritti in uno stile assai retorico! – Messaggio – Il messaggio del libro rispecchia di Geremia rispecchia la sua profonda sensibilità religiosa, che apre al mistero di Dio e, insieme, alla conoscenza dell’uomo. La sua esperienza è fortemente caratterizzata dall’evento della parola divina, che si manifesta fin dal racconto della sua vocazione e segna tutta la vita del profeta, alla ricerca di una mistica unione con il suo Dio: quella di Geremia è una esperienza di comunione che Dio dona e l’uomo accoglie attraverso il travaglio di una ricerca sofferta. Tuttavia, l’esperienza aspra vissuta da Geremia gli ha consentito di proporre anche una visione nuova dell’uomo, colto soprattutto nella sua coscienza individuale, tra il destino di condanna che incombe sul suo peccato e il futuro di speranza che fiorisce proprio quando le certezze umane sembrano infrante. – Puntualizzazioni – [1]. Geremia proclama : (a). Un messaggio di salvezza rivolto all’Israele del nord (c. 30), ripreso dal messaggio di Osea. (b). Un discorso severo indirizzato a tutto il popolo: diagnosi pessimistica sull’uomo; profondità del suo peccato; sua radicale incapacità di convertirsi e dunque di salvarsi (cc. 2-7; 8-11). (c). Un annuncio discreto ma sicuro della salvezza, che verrà data malgrado l’incredulità e dunque dopo il castigo (31,31.33-34; 24,1.3.6.7; 29,1.4-7.28; 32; 35,18-19; 39,15-18). Inoltre Geremia ha espresso la propria sofferenza di uomo scelto da Dio, la paura davanti alla missione da compiere, la fede piena di fiducia alla quale si sente, nonostante tutto, chiamato (cc. 12-18). [2]. Le aggiunte fatte dai redattori si possono riassumere nei punti seguenti: (A). Baruc puntualizza l’attenzione sulla persona del profeta: opposizioni incontrate da Geremia, sofferenze da lui sopportate, fermezza di cui ha dato prova, assistenza incessante datagli da Dio. Il comportamento del profeta costituisce un esempio avvincente nel tempo dell’esilio. (B). Gli editori deuteronomistici meditano sul peccato di Israele. Per essi Geremia è il vero profeta, l’inviato autentico di Dio. Svelando il disegno divino sul popolo peccatore, la sua Parola diventa lo strumento efficace con cui Dio andava realizzando la storia di questo popolo (1,4-14). Ma non si è fatto altro che perseguitarlo. Non si dà salvezza per il popolo se non leggendo nella propria sventura il castigo del peccato commesso e impegnandosi in un cammino diverso. (C). I discepoli tardivi tornano sulla salvezza annunciata da Geremia. Anche, se strumento della punizione, le nazioni subiranno il castigo e Israele sarà salvo! Mescolando gli «annunci geremiadi di salvezza» al ricordo della «passione» subita dal profeta, questi autori mostrano come Geremia abbia illuminato il popolo sul suo destino sia con la parola che con la costanza nelle sofferenze, aiutandolo in tal modo a superare la prova. L’immagine dell’eroe (profetico) che soffre per salvare il popolo si ispira a quella, contemporanea, del «servo di Jhwh» - (Fonti letterarie : utilissimo l’approfondimento con : E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 1° - L’Antico Testamento - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB)
Gerusalemme Capitale dello Stato di Israele, nella Palestina centrale, nel cuore dell’altopiano giudaico, sulle colline della Giudea. È il principale centro politico, amministrativo e culturale dello Stato. Particolarmente importanti sono le attività turistiche, giacchè la città è meta di incessanti pellegrinaggi religiosi. E’ infatti «città santa» per le tre maggiori religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo e islamismo), oltre che un centro culturale, che ogni anno ospita numerosi giovani per vacanze o per studio. [1]. Storia. Chiamata «Urusalim», in epoca protostorica, è citata nelle tavolette a caratteri cuneiformi di Tell-el Amarnah (1400 A.C.), quando il re Abdi-Khipa riconobbe la supremazia del faraone; un suo successore si pose a capo d’una confederazione che si opponeva alla penetrazione degli Ebrei, ma fu vinto e messo a morte da Giosuè. Successivamente possesso della popolazione cananea dei Gebusei, la cittè fu conquistata verso il 1000 da David, che ne fece la sua capitale; Salomone vi fece poi erigere il famoso tempio. Invano assediata da Sennacherib nel 707, fu poi conquistata da Nabucodonosor, che la rase al suolo nel 387. Dopo la caduta di Babilonia, Gerusalemme fu riedificata (538) e nuovamente cinta di mura. Ebbe altri anni di splendore, finchè fu conquistata da Alessandro Magno (331) e divenne poi un possesso dei Tolomei d’Egitto, dei Seleucidi di Sirta e infine dei Romani (63 a.C.). Ingrandita e abbellita da Erode, in seguito alla guerra giudaica venne presa e distrutta da Tito nel 70 D.C., ma più tardi fu riedificata per ordine di Adriano, che la chiamò Elia Capitolina («Aelia Capitolina»). Arricchita di edifici sacri cristiani agli imperatori di Costantinopoli, nel 614 agli Arabi del califfo Omar e, dal 1099 al 1187, ai crociati che ne fecero la capitale d’un regno latino (crociate). Riconquistata dal Saladino, al quale fu tolta dall’imperatore Federico II° nel 1229, tornò nuovamente ai Saraceni, quindi ai sultani d’Egitto ed infine (dal 1517) ai Turchi. Durante la prima guerra mondiale fu occupata dagli Inglesi. Il trattato di San Remo (1920) ne fece la capitale del nuovo stato di Palestina ma poi Gerusalemme divenne sede del governo britannico, quando (1922) la Società delle Nazioni diede alla Gran Bretagna il mandato sulla Palestina. In seguito la città fu spesso turbata dalle lotte tra Ebrei e musulmani, che contrastarono tenacemente la progressiva infiltrazione ebraica (sionismo). Con la guerra arabo-israeliana del 1948, Gerusalemme divenne un campo di battaglia. Cessate le ostilità, una commissione armistiziale mista divise l’abitato in due settori, assegnando la vecchia città murata alla Giordania (con libero passaggio agli Ebrei per il «muro del pianto») e i nuovi quartieri, ad Ovest e a Sud, a Israele Nel 1967, dopo il conflitto con l’Egitto («guerra dei sei giorni»), gli Israeliani occuparono la parte della città in territorio giordano. Proclamata nel 1980 capitale indivisibile dello Stato Israeliano, Gerusalemme è rimasta al centro di un complesso dibattito politico sul suo «Status». [2]. La città e i monumenti. L’antica Gerusalemme, difesa da una triplice cinta di mura con tredici porte (quella attuale, elevata dal sultano turco Solimano il Magnifico, risale al 1536), si adagia su tre colline: il monte Sion e il monte Ophel, dove sorgeva la città di David e dove si trovano rispettivamente il «cenacolo», in cui il Cristo celebrò «l’ultima cena», e la tomba di re David. Infine il «monte del tempio», o monte Moriah, su cui ergeva il «Tempio di Salomone», ora superstite soltanto in una parte del muro occidentale di sostegno (detto «muro del pianto» o «delle lamentazioni»), considerato come il simbolo indistruttibile della fede giudaica e il massimo luogo di pellegrinaggio ebraico: gli «ebrei della diaspora» vi priamente ebraico ha avuto una nuova fioritura. Gerusalemme è sede della scuola d’Arte Bezalel e dell’Accademia Israeliana di Scienze e Lettere, dedicata, in particolar modo, al progresso della ricerca di base e composta di cinquantun membri, mediante i quali Israele è presente in una ventina di commissioni e istituzioni scientifiche internazionali. Il distretto di Gerusalemme, si estende nella zona centrale dello Stato, al confine con la Giordania. Oltre al capoluogo, centro importante è Bet Shemesh. (Per ogni altro eventuale approfondimento si rende necessario il cfr. con le fonti letterarie : E. Pifferi - E. Anati - B. Maggioni - I Luoghi della Bibbia - Ed. Pifferi; E. Anati - Il museo immaginario della preistoria. L’arte rupestre del mondo - Collana Varie. Archeologia e preistoria - Ed. Jaca Book; F. Balbo - R. Bertoglio - A piedi verso Gerusalemme - Collana Itinerari - Ed. EDB; G. Frosoni - Babele o Gerusalemme? Teologia delle realtà terrestri - Vol. 1° - La città - Collana Nuovi Saggi Teologici - Ed. EDB).
«Che cosa significa il nome «Gesù»? Dato dall'Angelo al momento dell'Annunciazione, il nome «Gesù» significa «Dio salva». Esso esprime la sua identità e la sua missione, «perché è lui che salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Matteo 1,21). Pietro afferma che «non vi è sotto il cielo altro Nome dato agli uomini nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (Atti degli Apostoli 4,12). Perché Gesù è chiamato «Cristo»? «Cristo» in greco, «Messia» in ebraico, significa «unto». Gesù è il Cristo perché è consacrato da Dio, unto dello Spirito Santo per la missione redentrice. È il Messia atteso da Israele, mandato nel mondo dal Padre. Gesù ha accettato il titolo di Messia precisandone tuttavia il senso: «Disceso dal cielo» (Giovanni 3,13), crocifisso e poi risuscitato, egli è il Servo Sofferente «che dà la sua vita in riscatto per molti» (Matteo 20,28). Dal nome Cristo è venuto a noi il nome di cristiani. In che senso Gesù è il «Figlio Unigenito di Dio»? Egli lo è in senso unico e perfetto. Al momento del Battesimo e della Trasfigurazione, la voce del Padre designa Gesù come suo «Figlio prediletto». Presentando se stesso come il Figlio che «conosce il Padre» (Matteo 11,27), Gesù afferma la sua relazione unica ed eterna con Dio suo Padre. Egli è «il Figlio Unigenito (1°Giovanni 4,9)» di Dio, la seconda Persona della Trinità. È il centro della predicazione apostolica: gli Apostoli hanno visto «la sua gloria, come di Unigenito dal Padre» (Giovanni 1,14). Che cosa significa il titolo «Signore»? Nella Bibbia, questo titolo designa abitualmente Dio Sovrano. Gesù lo attribuisce a se stesso e rivela la sua sovranità divina mediante il suo potere sulla natura, sui demoni, sul peccato e sulla morte, soprattutto con la sua Risurrezione. Le prime confessioni cristiane proclamano che la potenza, l'onore e la gloria dovuti a Dio Padre sono propri anche di Gesù: Dio «gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Filippesi 2,9). Egli è il Signore del mondo e della storia, il solo a cui l'uomo debba sottomettere interamente la propria libertà personale» – (Stralcio originale estratto dal «Catechismo della Chiesa Cattolica» – «Compendio» – n. 81 → 84 – Ed. Libreria Editrice Vaticana).
« … Con la sua parola e con il pane ed il vino il Signore stesso ci ha offerto gli elementi essenziali del culto nuovo. La Chiesa, sua Sposa, è chiamata a celebrare il convito eucaristico giorno dopo giorno in memoria di Lui. Essa inscrive così il sacrificio redentore del suo Sposo nella storia degli uomini e lo rende presente sacramentalmente in tutte le culture. Questo grande mistero viene celebrato nelle forme liturgiche che la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, sviluppa nel tempo e nello spazio. A tale proposito è necessario risvegliare in noi la consapevolezza del ruolo decisivo esercitato dallo Spirito Santo nello sviluppo della forma liturgica e nell'approfondimento dei divini misteri. Il Paraclito, primo dono ai credenti, operante già nella creazione (cfr Gn 1,2), è pienamente presente in tutta l'esistenza del Verbo incarnato: Gesù Cristo, infatti, è concepito dalla Vergine Maria per opera dello Spirito Santo (cfr Mt 1,18; Lc 1,35); all'inizio della sua missione pubblica, sulle rive del Giordano, lo vede scendere su di sé in forma di colomba (cfr Mt 3,16 e par); in questo stesso Spirito agisce, parla ed esulta (cfr Lc 10,21); ed è in Lui che egli può offrire se stesso (cfr Eb 9,14). Nei cosiddetti « discorsi di addio », riportati da Giovanni, Gesù mette in chiara relazione il dono della sua vita nel mistero pasquale con il dono dello Spirito ai suoi (cfr Gv 16,7). Una volta risorto, portando nella sua carne i segni della passione, Egli può effondere lo Spirito (cfr Gv 20,22), rendendo i suoi partecipi della sua stessa missione (cfr Gv 20,21). Sarà poi lo Spirito ad insegnare ai discepoli ogni cosa e a ricordare loro tutto ciò che Cristo ha detto (cfr Gv 14,26), perché spetta a Lui, in quanto Spirito di verità (cfr Gv 15,26), introdurre i discepoli alla verità tutta intera (cfr Gv 16,13). Nel racconto degli Atti lo Spirito discende sugli Apostoli radunati in preghiera con Maria nel giorno di Pentecoste (cfr 2,1-4), e li anima alla missione di annunciare a tutti i popoli la buona novella. Pertanto, è in forza dell'azione dello Spirito che Cristo stesso rimane presente ed operante nella sua Chiesa, a partire dal suo centro vitale che è l'Eucaristia … » - (Stralcio originale n. 12 - estratto da «Sacramentum Caritatis» - Esortazione Apostolica Post Sinodale del Santo Padre Benedetto XVI – Roma, 22 Febbraio 2007 - Edizioni Libreria Editrice Vaticana).
Gezabele Personaggio biblico dell’Antico Testamento, figlia di Et-Baal, re di Sidone, e moglie di Acab, re di Israele, sul quale esercitò un’influenza nefasta: istigò il marito a introdurre in territorio israelitico il culto di Baal e Astante, a perseguitare i profeti del Signore e a compiere molte ingiustizie (1°Re 16,31; 18,4.13.19; 21). «Fu fatta gettare dalla finestra dal successore ribelle Ieu e il suo corpo rimase in pasto ai cani, secondo quanto aveva predetto il profeta Elia, che lei aveva cercato di far morire» (2° Re 9,30-37). – Approfondimento biblico – La parabola che sta al centro del Vangelo di questa domenica (Matteo 22, 1-14) è basata sull’immagine di un banchetto nuziale regale col suo apparato cerimoniale e la folla degli invitati. Ora, anche nell’Antico Testamento ci si incontra con scene di nozze; anzi, nel Salterio c’è un vero e proprio «epitalamio», ossia un canto nuziale per il matrimonio di un re ebraico con una principessa straniera, originaria di Tiro in Fenicia. Si tratta del Salmo 45 (44), ove appunto della regina si dice: «Da Tiro vengono portando doni, i più ricchi del popolo cercano il tuo volto» (v. 13). Alcuni studiosi hanno ipotizzato che questo cantico salmico, poi applicato al re-Messia, fosse stato composto in occasione delle nozze tra il sovrano del regno ebraico settentrionale detto “di Israele”, Acab, e la principessa Gezabele (il cui nome significa “dov’è il Principe?”). Abbiamo appreso sopra che costei era figlia del re di Tiro e Sidone Et-Baal ed era dotata di una personalità molto forte e persino prepotente, tant’è vero che il racconto biblico del Primo Libro dei Re dà quasi l’impressione che fosse lei a gestire il potere e a dominare il marito che regnerà dall’869 all’850 ca. A.C. . Il suo progetto politico era chiaro: per staccare definitivamente il suo regno dall’altro, quello meridionale di Giuda, era necessario dargli un’impronta religiosa nuova che impedisse ai cittadini di continuare a guardare al tempio di Gerusalemme, la capitale del regno di Giuda. Fu così che Gezabele impose il culto della sua terra, quello del dio fenicio Baal (“Signore”), sia attraverso il sostegno a un nuovo sacerdozio (ottocentocinquanta ministri di quel culto) e a un nuovo complesso di santuari, sia cercando di assorbire la religione israelitica modellandola su quella cananeo-fenicia. Nell’accettazione supina della popolazione e nel silenzio complice delle autorità politiche e religiose ebraiche si levò, chiara e forte, la voce del profeta Elia, che divenne l’implacabile e solitario avversario della regina. Costei lo ricambiò con odio, costringendolo anche all’esilio per un certo periodo, in una sorta di pellegrinaggio verso il Sinai, luogo natale del popolo ebraico. Gezabele non aveva esitato a gestire con pugno di ferro anche il resto della politica. Esemplare è il caso dell’appropriazione indebita della vigna del contadino Nabot che lei voleva aggregare al parco di una residenza regale di campagna (1°Re 21). In quell’occasione non temette di corrompere la magistratura così da far condannare a morte quel contadino per potersi appropriare del suo patrimonio fondiario. Ella scagliò, allora, contro di lei una maledizione: «I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreel», la località del delitto (21, 23). Ora, questa profezia si compirà allorché il regno di Acab e dei suoi successori, i due figli Acazia e loram, sarà rovesciato da un terribile colpo di Stato, guidato dal generale Ieu, un personaggio che abbiamo già avuto occasione di presentare. Gezabele, anche di fronte a quell’evento tragico, non si era però persa d’animo. Si era truccata in modo appariscente e si era affacciata alla loggia del palazzo reale indirizzando all’usurpatore un saluto sarcastico, convinta di essere un’intoccabile. E invece il rude e brutale vincitore non aveva avuto esitazioni e aveva ordinato: «Gettatela giù! La gettarono giù. Il suo sangue schizzò sul muro e sui cavalli e Ieu passò sul suo corpo. Poi entrò nel palazzo reale e si mise a banchettare», mentre i cani si avventavano sulle carni della regina, lasciandone solo il cranio, i piedi e le mani (2 Re 9, 33-37) - Fonti letterarie : utile il cfr con G.Ravasi - I Volti della Bibbia - Ed. San Paolo)
Giacobbe Personaggio biblico dell’Antico Testamento, patriarca ed «eponimo» di Israele, figlio di Isacco e di Rebecca. Riuscì ad ottenere dal gemello Esaù la rinuncia alla primogenitura per un piatto di lenticchie! (Gn 25,29-34); quindi carpì astutamente al padre la benedizione che spettava al fratello (Gn 27,1-40). Costretto a fuggire per sottrarsi alla vendetta di Esaù, si trasferì a Carran presso lo zio Labano. Durante il viaggio ebbe a Betel un’apparizione divina, con la promessa della benedizione di Dio sulla sua discendenza (Gn 28,10-22). Giunto a carrai, lavorò presso Labano, ne sposò le figlie Lia e Rachele (Gn 29,1-30) e, con l’inganno, riuscì ad arricchirsi ai danni dei cognati (Gn 30,25-43). Scoperto, fu costretto a fuggire nuovamente, tornando in Palestina, dove, dopo essersi riconciliato con Esaù (Gn 31-33), si stabilì a Betel. Ebbe dodici figli, considerati gli «eponimi» delle dodici tribù di Israele: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Zabulon da Lia; Dan e Neftali da Bila, schiava di Rachele; Gad e Aser da Zilpa, schiava di Lia; Giuseppe e Beniamino da Rachele. A causa di una grave carestia, si trasferì presso il figlio Giuseppe in Egitto, dove morì benedicendo i suoi figli (Gn 49). Secondo la – tradizione ebraica – per la quale Giacobbe è un personaggio di grande rilievo, egli non sarebbe morto. Anche dove si ammette la sua morte, viene specificato che, non avendo l’angelo della morte alcun potere su di lui, egli è morto per un bacio di morte! Egli sarebbe stato tra quelli che già su questa terra pregustano il paradiso e che non sono mai stati dominati da una cattiva inclinazione. Era – uno dei sette – grazie ai quali la «Shekhinah» scende dal cielo sulla terra! Il «Midrash» lo chiama il «giusto» per eccellenza! – Approfondimento biblico – Lo splendido cantico di Sion che la liturgia della prima domenica di Avvento ci propone, frutto del genio poetico e profetico di Isaia (2, 2-5), è suggellato da un appello: «Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore». Il termine «Giacobbe» è qui usato come nome «gentilizio», destinato a definire il popolo ebraico attraverso il ricorso a questo suo antenato, il terzo dei patriarchi, figlio di Isacco e nipote di Abramo. La sua vicenda, così come è tratteggiata dal libro della Genesi, comprende una serie di eventi che possono essere riletti in chiave emblematica per Israele. Egli è il gemello “minore” rispetto a Esaù-Edom secondo il diritto umano sarebbe perciò scartato e, invece, secondo il diritto divino - che paradossalmente predilige il “secondo” e ciò che «nel mondo è debole, ignobile e disprezzato per confondere i forti» (1°Corinzi 1, 27-28) - è chiamato a ricevere l’investitura a primogenito e, quindi, a far proseguire la linea della storia della salvezza. Certo, il metodo adottato dall’eletto è piuttosto sconcertante e obliquo, come si desume dal capitolo 27 della Genesi. Ma è ormai Giacobbe ad essere il destinatario della promessa divina, come accade nella scena notturna descritta in Genesi 28,11-22 che, tra l’altro, darà origine a un santuario capitale nella storia ebraica, quello di Betel («casa di Dio»). Sarà, però, un’altra scena immersa nelle tenebre e nel mistero a porre il definitivo sigillo su questo patriarca - esule e pellegrino come lo saranno i suoi discendenti - rendendolo l’eroe eponimo per eccellenza, cioè colui che imporrà il nome a Israele. Il testo, per molti versi emozionante, è quello di Genesi 32, 25-33. Lungo le rive di un affluente del Giordano, il fiume Iabbok, Giacobbe si scontra con un essere misterioso che la tradizione ha raffigurato come angelo ma che è segno di Dio. E una lotta che ha affascinato la storia dell’arte della letteratura, una sorta di «agonia», cioè un combattimento estremo: «Un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore ... Giacobbe gli disse : Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto ... Gli replicò : Non ti chiamerai più Giacobbe ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Quando sorge il sole, Giacobbe s’avanza zoppicante, segnato nel corpo ma soprattutto colpito nella persona e nella sua stessa identità. Cambiare il nome significa mutare il proprio essere e destino! Il patriarca fino a quell’incontro drammatico recava il nome tribale di «Giacobbe» (che darà origine anche a Giacomo), nome spiegato dalla Bibbia con un’etimologia popolare: quando egli era uscito dal grembo della madre stringeva il tallone del primogenito Esaù e in ebraico «calcagno» è «’aqeb», donde «Giacobbe». In realtà gli studiosi intuiscono già in quel primo nome l’idea di lotta: «ja’qub-el», «Dio ha lottato». Ma sarà nel nome «Israele», il nuovo nome del patriarca e il nome del popolo futuro, che secondo la Bibbia si condensa il mistero di quella notte: «Ti chiamerai Israele perché hai combattuto con Dio». Un rapporto di tensione ma anche di gloria, di scontro ma anche di incontro! - (Fonti letterarie : utilissimo l’approfondimento con : E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 1° - L’Antico Testamento - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB)
Giaffa In ebraico «Yafo», forma oggi un tutt’uno con la città di Tel Aviv ed è abitata in buona parte da arabi. E’ comunque una città ricca di storia biblica. Il suo nome, secondo una leggenda semitica, vieneda Jafet, figlio di Noè, mentre una tradizione greca, invece, lo fa derivare da Jous, figlio di Eolo. La mitologia greca pone sugli scogli di Giaffa la storia di Perseo che libera Andromeda al momento di essere inghiottita da un mostro marino. Nell’antichità era il porto più importante della Palestina. Qui al tempo di Salomone venne sbarcato il legname del cedro del Libano per la costruzione del Tempio di Gerusalemme (2°Cronache 2,15). Lo stesso avverrà cinque secoli più tardi per la ricostruzione da parte di Zorobabele dopo la schiavitù di Babilonia (Esdra 3,7). Da Giaffa salpò Giona verso Tarsis, disobbedendo a Dio che lo inviava a Ninive, e finì nel ventre di un grosso pesce (Giona 1,3). Nel 66 A.C. Giaffa divenne, con Pompeo, romana ma con la costruzione di Cesarea perse gran parte della sua importanza! La città è legata alla storia dei primi tempi cristiani : qui venne Pietro a risuscitare Tabità (Atti 9,36-43: Pietro risuscita Tabità ed è ospite di Simone il conciatore), e qui egli ebbe la visione con cui Dio lo invitava ad accogliere nella Chiesa anche i pagani! La visione di Pietro a Giaffa (Atti 10,9-23) è chiaramente l’espressione della manifesta volontà di Dio di far giungere anche a noi, e a quanti non appartengono al popolo di Israele, il messaggio evangelico di salvezza e di vita, e di voler così costituire il Suo «nuovo popolo» aperto al mondo intero
Giairo Il miracolo della «risurrezione» della figlia di Giairo ci presenta il dramma della speranza umana che è risolto dalla speranza divina. Davanti alla malattia si può avere ancora speranza, ma davanti alla morte la speranza cessa, al punto che sembra ormai inutile disturbare il Maestro. Finché c’è vita c’è speranza: però sempre di speranza umana si tratta! La speranza divina, invece, nasce quando cessa la vita, e la speranza umana diventa impossibile. Perché è nell’impossibile umano che agisce Dio. E’ davanti alla morte di tutte le speranze e al fallimento di tutti i mezzi umani che si può intravedere l’azione di Dio: «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri» (Ez 37,13). La fede è radicata nel Signore che dà la vita. Essa non riguarda la salvezza da un male qualunque, ma dal nemico estremo dell’uomo, la morte, che viene vinta solamente dal Signore risorto (1°Cor 15,26). Diversamente la nostra fede è vana! (1°Cor 15,16-19). Chi non crede che Dio fa risorgere è in grave errore e non conosce le Scritture e la potenza di Dio (Mc 12,24). Davanti al padre della bambina morta Gesù dice: «Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata». E’ proprio davanti alla morte che bisogna avere fiducia, lì è il luogo della fede! Perché in questa situazione c’è spazio solo per la possibilità della fede, e nient’altro. – Approfondimento biblico – «Ed ecco venne un uomo di nome Giàiro, che era capo della sinagoga: gettatosi ai piedi di Gesù, lo pregava di recarsi a casa sua, perché aveva un’unica figlia, di circa dodici anni, che stava per morire» (Luca 8,41-42.ss.). Giairo personaggio di rilievo della comunità ebraica di Cafarnao: il suo nome in greco è «Iairos» ed è sostanzialmente la ripresa dell’ebraico «Iair», un nome portato da alcuni personaggi dell’Antico Testamento. Tra costoro segnaliamo un “giudice”, ossia uno dei governatori che ressero gruppi di tribù o tribù singole prima dell’avvento in Israele della monarchia. Costui era nato nella regione transgiordanica di Galaad e rimase in carica ventidue anni. Di lui si dà una notizia piuttosto curiosa: «Ebbe trenta figli che cavalcavano trenta asini e avevano trenta città che ancor oggi si chiamano i Villaggi di «Iair» e sono situati nella regione di Galaad» (Giudici 10,4). Non bisogna poi dimenticare che nel libro dei Numeri si parla di uno «Iair» che era figlio di Manasse, uno dei capostipiti delle tribù di Israele: «Iair, figlio di Manasse, andò e prese alcuni villaggi [strappati alla popolazione indigena degli Amorrei] e li chiamò Villaggi di Iair» (32, 41). Il giudice Iair sarebbe, dunque, un discendente di questo Iair e la Bibbia metterebbe insieme le due notizie riguardanti i “Villaggi” omonimi, trovandone una spiegazione allusiva e libera attraverso quell’assonanza a cui sopr si accennava. Pertanto, Giairo, aveva una funzione di responsabilità nel consiglio di gestione di quella sinagoga che sentirà le parole di Cristo sul «pane di vita», parole presenti in Giovanni 6,1 e ss.. Sta di fatto che per le strade della cittadina c’è fermento al passaggio di Cristo, come attesta l’episodio della donna affetta da emorragia che viene sanata. I discepoli infatti osservano : «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?» (Marco 5,31). L’evento drammatico della ragazzina in fin di vita, figlia di una figura della comunità, non poteva non suscitare scalpore. E’ bene sottolineare un paio di elementi che sono introdotti nella parte finale del racconto, quando ormai la ragazzina dodicenne è spirata. Il primo è la citazione dell’aramaico parlato da Gesù, segno indubbio di una preziosa memoria storica delle parole di Cristo conservata nei Vangeli: «Talita’ kum», «fanciulla, alzati!». L’altro elemento è la frase che Gesù aveva pronunziato in precedenza, sollecitando l’ironia degli astanti: «La bambina non è morta, ma dorme». Con questa espressione si introduce l’interpretazione della morte del cristiano alla luce della Pasqua di Cristo. Con quest’ultima, infatti, la morte è un sonno che attende il risveglio della risurrezione, espressa appunto col verbo greco «eghèirein» che significa letteralmente «risvegliare» - (Fonti letterarie : utilissimo l’approfondimento con : E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 2° - Nuovo Testamento - 2001 - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB).
Gianismo Chiamato anche «Janismo», movimento religioso antico indiano, ancora oggi assai diffuso, alla stregua di una vera e propria religione, che prescrive l’«ascetismo» come unico mezzo di riscatto dell’anima (dal «sanscritojanì», dottrina dei «jaina» e cioè dei seguaci del «maestro vincitore» o jina)
Giansenismo Movimento teologico e spirituale, caratterizzato dal rigorismo morale e dal pessimismo sulla condizione umana. Il suo nome gli viene da Cornelio Otto Jansen (Giansenio) - (1585-1638). Questi fu ordinato vescovo di Ypres, in Belgio, nel 1636. Con il suo amico Jean Duvergier di Hauranne, abate di san Cirano (1581-1643), Giansenio volle incoraggiare una riforma autentica della dottrina e della morale cattolica. Siccome il Protestantesimo si richiamava spesso a sant'Agostino di Ippona (354-430), Giansenio studiò a fondo i suoi scritti, specialmente quelli diretti contro Pelagio. Nella sua opera postuma Augustinus (1640), tra gli altri punti Giansenio sostenne che la grazia di Dio determina irresistibilmente le nostre libere scelte, e senza una grazia speciale è impossibile osservare i comandamenti. Cinque proposizioni tolte dall'Augustinus di Giansenio furono condannate nel 1653, nel 1656 e nel 1690. Nonostante l'insistenza sulla forza della grazia di Dio, i Giansenisti predicavano e praticavano una moralità rigorosa ed un approccio scrupoloso alla recezione dei sacramenti. (Necessario il cfr con: Agostinianismo; Determinismo; Grazia; Libertà; Pelagianesimo; Riforma). – (Fonti Letterarie : utile all’approfondimento: B.Mondin – Dizionario dei Teologi – Ed. EDD)
Ginocchio Talora nella Sacra Scrittura questa particolare componente fisiologica, che rimanda anche all’adorazione («ogni ginocchio si pieghi»), è adottata in senso eufemistico, in altre parole, è un modo attenuato per evocare la sessualità. Non per nulla è presente nel verbo ebraico che indica la benedizione divina (brk) che ha come effetto appunto la fecondità e la vita.
Gioachimita Dovuto od ispirato all’opera esegetica e profetica di Gioacchino da Fiore (1145-1202): «il movimento gioachimita». Sostanzialmente trattasi di appartenenti a sette eretiche medievali ispiratisi per lo più legittimamente all’opera e al pensiero di G. da Fiore. Inoltre, vi furono gioachimiti, anche, tra gli spirituali francescani e i «fraticelli». Grande impulso al movimento diede l’«Introductorius in Evangelium Aeternum» di Gerardo da Borgo San Donnino (da altri attribuito a Giovanni da Parma). Gli errori addebitati a Gioacchino da Fiore più dei suoi seguaci che suoi! I gioachimiti furono condannati dal Concilio di Arles del 1260
Gioachismo Corrente teologica medievale ispirata all’esegesi avveniristica del famoso monaco calabrese Gioacchino da Fiore
Gioannetti Andrea Prelato italiano (Bologna 1722-1800). Monaco e abate camaldolese, vescovo titolare di Imeria nel 1766, fu eletto nel 1777 cardinale arcivescovo di Bologna. I tale carica svolse opera di istruzione e di soccorso, specie durante i tempi dell’invasione napoleonica; protesse e conciliò religiosi, democratici e reazionari: si deve inoltre al suo diplomatico intervento presso Napoleone la tregua di Bologna del 1796.
Giobbe [1]. Introduzione generale. Giobbe è uno dei cosiddetti «patriarchi» dell’Antico Testamento, è famoso per la rassegnazione con la quale sopportò le più amare sventure! E’ un personaggio biblico di cui purtroppo non si hanno molte notizie certe, ad esclusione di quelle riportate nel libro che da lui prende il nome e da altri brevi accenni presenti in Ez l4,14-20 e Gc 5,11. Le vicende di Giobbe sono narrate nell’omonimo libro dell’Antico Testamento, ed è certamente il più «suggestivo» di tutti i libri biblici, ritenuto «canonico» sia dalla «tradizione ebraica» che lo colloca tra gli «scritti» o «agiografi», sia dalla «tradizione cristiana» che lo annovera tra i «libri sapienziali». Il libro di Giobbe, a dispetto di delle sue ridotte dimensioni, è apprezzato, anche, quale una delle grandi opere della letteratura universale e appartiene al patrimonio spirituale dell’umanità. Il libro di Giobbe può essere articolato in due parti, secondo il «genere letterario» che lo differenzia. La prima parte (in «prosa») comprende il «prologo» (1,1-2.13) e l’«epilogo» (42,7-17); la seconda parte (in «forma poetica») include tre componimenti: la disputa tra lo stesso Giobbe e i suoi amici (3,1-31, 40); il «discorso di Eliu» (32,1-37, 24); la «teofania» (38, 1-42, 6). La parte in prosa contiene il resoconto del dramma che colpisce Giobbe: infatti, Dio acconsente, su istigazione di Satana, a sottoporre lo stesso Giobbe, uomo integro e retto, ad una prova atta a verificare la profondità della sua fede: ignaro della prova, è colpito dalla calamità e dalla malattia che sconvolgono la sua esistenza, ma reagisce con l’accettazione e la perseveranza (1,1-2,13); per la fedeltà di cui ha dato prova, Giobbe è in seguito benedetto da Dio, il quale trasforma la sua sciagura in un’accresciuta prosperità (42 7-17). La «parte poetica», invece, costituisce la critica alla sapienza antica e indirizza verso un nuovo tipo di logica nell’interpretazione del disegno divino: dalla situazione in cui si viene a trovare il protagonista, sorge il problema della giustizia di Dio, dibattuto dallo stesso Giobbe e dai suoi amici, i quali tentano di convincere Giobbe che se il giusto soffre ingiustamente allora lo stesso Dio è ingiusto! Tuttavia, Giobbe non si lascia convincere e non perde mai la speranza (3, 1-31,40; 32,1-37,24); la successiva «teofania» denuncia la pochezza della sapienza umana, incapace di comprendere il mistero di Dio: la giustizia divina, infatti, supera infinitamente l’uomo, il quale non deve né indagare né tentare di giustificare l’opera di Dio! Altrimenti rinnoverebbe l’atteggiamento di prepotenza-peccato dei suoi progenitori! Giobbe di fronte al mistero della sapienza divina non può fare altro che adorare Dio Padre (38,1-42,6). Tradizionalmente attribuito a Mosè o a Salomone, il libro di Giobbe appare piuttosto come il risultato di un lungo e complesso lavoro redazionale, il quale potrebbe avere avuto origine da un racconto popolare della letteratura sapienziale dell’Antico Vicino Oriente, come testimoniano recenti rinvenimenti in Mesopotamia e in Egitto, successivamente rielaborato e reinterpretato teologicamente dall’ambiente semitico post-esilico. Il «messaggio teologico» del libro di Giobbe è stato prevalentemente colto ad iniziare dalla «natura» dell’uomo, dal dilemma del «male» e della «sofferenza» in rapporto alla «giustizia di Dio». Ciò che pervade in profondità, il saggio è un forte «senso di Dio» che raggiunge il suo vertice nella «teofania», il luogo dove Dio si rivela a Giobbe, e, insieme il luogo dove Giobbe può «vedere Dio» con i suoi occhi, di là da ogni presunta logica umana. [2]. Approfondimento biblico. La figura di Giobbe è tutta inclusa nel libro omonimo dal quale esce però la sua parola veemente e ardente, una voce che sale da un letto di cenere e di sofferenza. Attorno a questo personaggio si è, infatti, consumato un equivoco, attestato già dalla Lettera di Giacomo che lo presenta come uomo dalla pazienza esemplare (5,11). Questo è vero solo se ci si ferma al prologo del libro, un antico racconto che descrive le prove estreme a cui è sottoposto un giusto il quale si rassegna e, sereno, ripete: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Benedetto sia il nome del Signore» (1,21). In realtà, il poema che segue e che è opera di un altro autore (a cui si aggiungono in qualche parte altre mani) è un vero e proprio urlo lanciato verso Dio e contro gli amici, vani consolatori, espressione della tradizionale teologia. Il libro di Giobbe (pur nella difficoltà della determinazione del suo preciso messaggio, data la genialità e la potenza creativa della sua trama di pensiero), assommato ad un testo sulla sofferenza e sulla costanza nel sopportarla è un’esplorazione lacerata e sofferta nel «mistero» dell’Altissimo. Egli tace e lascia che l’uomo gli scagli tutte le sue domande lancinanti sul male e sul senso della storia, ma non rimane affetto da mutismo e alla fine interviene con due discorsi di straordinaria bellezza e intensità (capitoli 38-41) che rivelano l’esistenza di un progetto (in ebraico «’esali») trascendente e coerente di cui l’uomo può intuire solo i contorni ma che ha in sé un suo significato, conoscibile solo per rivelazione. Pertanto le ultime vere parole di Giobbe sono una confessione di fede: «Io ti conoscevo solo per sentito dire: ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). Egli non ha elaborato una risposta razionale al mistero del male, ma ha ricevuto uno sguardo superiore da parte di Dio per «penetrare» in quel mistero. L’antico racconto termina recuperando il «prologo» con l’esibizione di un uomo (Giobbe) restituito allo splendore primitivo, rincasato tra i ranghi dei più ricchi «figli dell’Oriente». Questo ritratto però è assolutamente «posticcio»: ciò che è autentico e possente in Giobbe è la sua ricerca di Dio, che conosce il tono della sfida, ma che non cessa mai di essere la domanda di un credente. Il libro di Giobbe ci insegna, quindi, ad incontrare Dio non tanto sulla via comoda, economica e razionale della retribuzione (egli ti premia se sei giusto) ma anche su quella via scandalosa della prova, del mistero, del suo silenzio, quando la tua giustizia è umiliata, calpestata e ferita dal dolore e dal male - (Cfr.: E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 1° - L’Antico Testamento - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB)
Gioele Personaggio biblico dell’Antico Testamento, profeta, di cui si hanno pochi riferimenti biografici e cronologici: figlio di Petuel, svolse la sua attività in Giudea, probabilmente intorno al secolo VIII° A.C.. A Gioele viene attribuito l’omonimo libro dell’A.T., appartenente al genere letterario dell’apocalittica, ritenuto canonico sia dalla tradizione ebraica (che lo colloca tra i «profeti posteriori»), sia da quella cristiana (che lo annovera tra i «libri profetici», uno dei dodici profeti minori). Il libro di Gioele è articolato in due parti : I°. «il flagello delle cavallette» (capp. 1-2), incentrata sul significato della condanna che attende Israele nel giorno del Signore; II°. «l’era nuova e il giorno del Signore» (capp. 3-4), presagio dei grandi eventi escatologici che culmineranno con l’effusione dello Spirito, il giudizio dei popoli e la restaurazione di Israele. Tradizionalmente, Gioele viene collocato tra i profeti scrittori, e il suo libro viene quindi fatto risalire al sec. VIII° A.C. . Il valore apocalittico del testo è riconoscibile nell’armonico passaggio di elementi profetici a toni apocalittici, dando vita ad un nuovo stile, assai efficace ed espressivo. Sebbene sia molto breve il messaggio teologico del libro di Gioele è estremamente ricco. Tema dominante è il giorno di Jahvè, annunciato come imminente, temuto per la durezza del castigo, desiderato come tempo di consolazione: tutti i popoli verranno giudicati nel giorno del Signore, dal Dio misericordioso che intende salvare tutti quanti invocano il Suo nome! Segno della venuta del giorno di Jahvè sarà l’effusione dello Spirito (cfr Gl 3,1-5), anticipazione di quanto avvenuto nella Pentecoste (cfr Atti 2,16-21). – Approfondimenti biblici - «Il libro». Cc. 1-2: L’invasione delle cavallette. Il loro arrivo terrificante provoca la convocazione di una liturgia di supplica. Cc. 3-4 : il giorno di Jhwh. Sarà segnato dal castigo delle nazioni nemiche e dall’effusione dello Spirito sul popolo. «Messaggio». Giole predica il «giorno di Jhwh» come tempo che segna già il presente. L’invasione delle cavallette è l’occasione che viene offerta al popolo di accostarvi a Dio nel culto e cogliere i segni della salvezza. Tale «giorno», futuro, sarà segnato dall’invasione dei nemici (significati ne presente dalle cavallette) che assiederanno Gerusalemme. Ma davanti ad essa periranno, perché la città è la dimora di Jhwh, il luogo dell’azione cultuale celebrata da un popolo trasformato dallo Spirito - (Fonti letterarie : utilissimo l’approfondimento con : E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 1° - L’Antico Testamento - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB)
Giogo L’immagine del carico, ovvero un peso eccessivo, imposto ai buoi era il simbolo del «potere che domina» (1° Libro dei Re 12,9-11), ed era stato adottato dalla trasmissione di memorie giudaiche per rappresentare il dovere rilevante che l’osservanza della Legge della bibbia comportava. In questa luce si comprende il contrasto che Gesù introduce quando afferma: «Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero … » (Matteo 11,30).
Giogo [1]. Nel linguaggio comune il termine è utilizzato per esprimere: soggezione, servitù, schiavitù; per esempio: imporre, subire il giogo; languire sotto il giogo straniero. In estensione: dipendenza, tutela: il giogo del dovere, della legge, delle convenienze! [2]. Analisi. « … In quel tempo, rispondendo Gesù disse: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» … (Matteo 11,28-30)». Il brano di Vangelo appena citato si colloca nell’ambito della questione generale di Gesù di Nazareth nei dibattiti sulla Legge che, conosce altresì intonazioni polemiche, amare e pungenti, nei confronti dei Maestri di Israele. L’invito di Gesù è rivolto, soprattutto, a chi è affaticato e oppresso della propria miseria spirituale. Questa è evidentemente la conseguenza di una Legge di Dio presentata come una serie di prescrizioni minuziose, soffocanti, da osservare con rigore scrupoloso. Il «giogo» che Gesù di Nazareth prospetta a chi è calpestato da un principio impositivo, seppur ascetico, a chi è umiliato da un vincolo obbligatorio posto sopra alle sue forze umane, non è, affatto, una serie di leggi o inibizioni, bensì, la «comunione», in altre parole, l’«incontro con la sua persona». Non a caso pronuncia le parole «venite a me». Il fine ultimo di tutto questo è l’imitazione del suo stile di vita fatto d’amore, di misericordia per i fratelli. Il Cristo, non a caso, ma a proposito si esprime, poi, con l’espressione «imparate da me», privo di arroganza, spoglio di altezzosità. E’ in questa caratteristica di «sequela» di Gesù che il discepolo fedele esperimenta il benessere, la soavità, la pace. E’ un «cammino» che Gesù, tuttavia, non impone, è semplicemente un’offerta che ciascuno, coscientemente, acconsente. Ecco allora la presenza delle parole: «venite, prendete, imparate». L’Eterno non si è incarnato per insegnare all’essere umano un «nuovo codice morale», bensì, si è «fatto uno di noi», affinché «noi potessimo», «facendo comunione» con il Cristo, attuare la logica dell’Amore di Dio. E’ nel Signore che realizziamo in pienezza la nostra vita, venendo da una condizione di pretesa, muovendo da un ambiente di accentramento e di dominio a uno stato di donazione (vedi la «vera realizzazione di sè»). Il Signore non si sostituisce all’uomo, ma, dà forza all’essere umano stanco e spossato e, con il suo Amore stimola perennemente l’uomo a perfezionarsi e a liberarsi dal peccato. [3]. Conclusioni. Compiacersi nell’Altissimo può divenire un pericoloso e inutile narcisismo. Non è questo che la fede cristiana chiede. Non cerchiamo, allora, il Signore che «ci scusa» e «si arrende a noi», viceversa, ricerchiamo il Dio di Gesù Cristo che chiede di «portare frutto». Andiamo incontro all’Eterno non perché rifiutiamo la vita, bensì, perché vogliamo vivere in modo pieno e portare frutto! Crediamo nel Dio dell’Amore alla vita!
Gioia (La) La gioia è uno dei sentimenti fondamentali dell'animo umano. Si sperimenta dinanzi alla speranza, alla prossimità o al possesso di ciò che si desidera o si ama. Perché questo sentimento si produca, l'uomo deve considerare ciò che desidera come un bene per se stesso, o anche in una prospettiva più comunitaria e solidale, un bene per gli altri. L'antropologia cristiana afferma che è Dio che ha posto nell'uomo, al momento di crearlo, la capacità di godere: cercare e sentire la gioia! D'altra parte, prendendo come punto di riferimento la riflessione della filosofia greca (Aristotele), la «tradizione cristiana», ovvero quella teologica e spirituale di maestri quali Sant’Agostino, San Tommaso d'Aquino, e San Giovanni della Croce, afferma che nell'uomo, insieme all'amore-odio, esistono altre quattro passioni o sentimenti fondamentali: gioia, speranza, dolore e timore. La gioia di Dio è una meta fondamentale che la fede cristiana propone all'uomo non solo per l'aldilà di questa vita (escatologia), ma anche per la vita presente (cammino ascetico-mistico). Dio è il supremo bene e la ricchezza dell'uomo: per questo motivo è in Dio che l'uomo deve sentire e porre la sua gioia al di sopra di qualunque altro bene. La Sacra Scrittura evidenzia tale insegnamento in ripetute occasioni (cf Salmi e libri sapenziali). Sia nell'Antico Testamento che nel Nuovo Testamento si constatano la gioia e l'allegria che, in tappe e momenti distinti della storia della salvezza, provocano l'esperienza della vicinanza e dell'azione salvifica di Dio nei confronti del suo popolo. In modo particolare nel N.T. questo sentimento di gioia è sottolineato dinanzi all'evento-Cristo, che si manifesta come Dio con noi, Regno di Dio, Messia e Salvatore. - Approfondimenti biblici - Antico Testamento - Il popolo trova in tutta la sua vita un motivo di gioia! Il racconto abbondante (Sal 4,8; 126,5-7), il pane e il vino (Sal 104-15), la pioggia che fa germinare (Gl 2,23-24), ma anche e soprattutto la famiglia (Sal 133,1)e l’amore (Sal 45). Il culto costituisce il momento privilegiato della gioia comunitaria (Deuteronomio 12,7.12; 16,11.14; Sal 89,16; 122,1; Sof 3,14-18). I salmi esprimono questa gioia di cui stimolano l’espressione con la loro poesia, sostenuta da strumenti musicali e da cori di danza (Sal 68,26; 87,7). L’èra messianica sarà il tempo di una gioia nuova, abbondante e universale (Is 9,2; 35,1; 44,23; 49,13). Sarà la gioia della libertà, vissuta nella Gerusalemme città della gioia (Is 35,9-10; 51,11; 65,14-19; 66,10; Bar 4,22-37). - Nuovo Testamento - Gesù porta la gioia (Mc 3,19-20), Luca evidenzia la gioia che circonda la venuta di Gesù (1,24.41.44; 2,10.13-14) e la proclamazione del suo messaggio di perdono (4,19; 15,7.10.32). Anche se tristi per la sua dipartita (Gv 14,28; 16,5-7.19-22), i discepoli di Gesù devono vivere nella gioia (Lc 10,20). Benché non priva di difficoltà, la predicazione del Vangelo è tutta impregnata di gioia (Atti 8,8; 13,52; 16,25). Paolo unisce insieme le sofferenze e le gioie (2° Cor 7,4; Fil 1,5.18; 2,2.17-18; Col 1,11.24). La gioia è frutto dello Spirito Santo e retaggio della Speranza (1° Ts 1,6; Gal 5,22; Rm 12,12; 14,17; 15,13). L’Apocalisse risuona per intero dei molti «Alleluia» che accompagnano il trionfo dell’Agnello (Ap 19,1-8), espressione della gioia promessa e già donata nel presente! - Documenti - «Affidata a un vocabolario piuttosto variegato, fatto di una dozzina di vocaboli ebraici, segno di dimensioni differenti, la gioia biblica parte anch’essa da un’esperienza umana e psicologica che comprende la serenità, la felicità, la festa, l’allegria, l’esultanza, il giubilo e così via. Essa sboccia da molte esperienze concrete che la Bibbia registra, spesso in modo poetico, come il raccolto, la vendemmia, le nozze, le vittorie militari, le nascite. Basti questo esempio del profeta Isaia: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si spartisce la preda» (9,2). È evidente in questo versetto che l’arco della gioia si estende lungo i due poli estremi che ricoprono la storia, cioè guerra e pace. Le feste religiose sono scandite dalla gioia perché è questo atteggiamento a reggere il culto che è per eccellenza lode, alleluia, anche quando si celebra una liturgia penitenziale: «Non vi rattristate – dice Neemia al popolo che piange mentre ascolta la lettura della Legge – perché la gioia del Signore è la vostra forza» (Neemia 8,10). Si va, così, oltre la semplice letizia psicologica e si scopre un altro profilo della gioia biblica: essa è, infatti, lo stato di chi è in comunione con Dio e partecipa della sua pienezza di vita. Significativa, al riguardo, potrebbe essere la lettura del capitolo quindici di Luca con le tre parabole della misericordia, tutte contrappuntate dalla gioia del ritorno a Dio e alla sua intimità. Essa è un dono del «Dio della gioia», è la partecipazione al suo amore: non per nulla il figlio maggiore della terza parabola, quella del figlio prodigo, non riesce a condividere la gioia del padre perché il suo cuore è gretto ed egoista. La felicità del ritorno-conversione era, comunque, anticipata già nelle pagine isaiane dedicate al rientro di Israele nella terra dei padri dopo l’esilio babilonese: «I riscattati dal Signore verranno a Sion con giubilo, felicità perenne splenderà sul loro capo, gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (35,10). Non per nulla dalla Gerusalemme nuova, cantata dall’Apocalisse, verranno bandite le lacrime, il lutto, il lamento e l’affanno, e si leveranno ininterrottamente canti di alleluia e di festa. Il Nuovo Testamento, proponendo l’“evangelo”, ossia la buona e gioiosa notizia della salvezza, è immerso nella gioia che trasfigura anche il dolore: la luce della Pasqua si proietta pure sulla passione e sulla croce. L’appello cristiano è, quindi, quello di san Paolo ai Filippesi: «Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto ancora, rallegratevi!» (4,4). A lui fa eco san Pietro: «Esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la salvezza delle vostre anime» (1° Pietro 1,8-9). Ma è soprattutto Luca l’evangelista della gioia, tant’è vero che un teologo tedesco, Helmut Gollwitzer, ha intitolato il suo commento al terzo Vangelo, La gioia di Dio. Si pensi, infatti, che l’evangelista usa ben cinque verbi greci diversi per esprimere la gioia in ventisette passi del suo scritto evangelico. Cristo è venuto a comunicare il lieto annunzio di liberazione, come egli afferma nel suo discorso programmatico della sinagoga di Nazareth (4,17-19). I primi due capitoli dedicati all’infanzia di Gesù sono intarsiati di canti gioiosi di lode, mentre pieni di felicità sono coloro che vengono perdonati e salvati, come già si è detto per le parabole della misericordia (Luca 15) e come accade a Zaccheo (19,6). E l’ultima riga del Vangelo lucano ci presenta la Chiesa nascente, dopo l’ascensione, coi discepoli che «tornano a Gerusalemme con grande gioia e stanno sempre nel tempio lodando Dio» (24,52-53) – (Estratto dalla “Bibbia per la famiglia” – Aggiornamento n. 257)»
Giona Personaggio biblico dell’Antico Testamento, profeta (sec. VIII° A.C.), di cui si hanno scarsissime notizie documentate: originario di Gat-Chefer, era figlio di Amittai, e profetizzò l’ampliamento del territorio di Geroboamo II°. La vicenda di Giona è narrata nell’omonimo libro dell’Antico Testamento, ritenuto «canonico» sia dalla tradizione ebraica (che lo colloca tra i «profeti posteriori»), sia da quella cristiana (che lo annovera tra i «libri profetici», uno dei dodici profeti minori). Il libro di Giona, articolato in quattro brevi capitoli, è un autentico capolavoro dell’arte narrativa biblica. Inviato da Dio a predicare la conversione agli abitanti di Ninive, Giona rifiuta la missione affidatagli e fugge al volere divino, imbarcandosi su una nave diretta a Tarsis. Durante il viaggio, Dio solleva una violenta tempesta che mette a repentaglio la vita di tutto l’equipaggio e che si placa soltanto dopo che Giona, rivelata la sua vera identità, viene gettato in mare, essendo considerato il responsabile della collera divina. Nel frattempo, inghiottito da un grosso pesce, dopo essersi convertito e aver elevato un inno di lode a Dio, il terzo giorno Giona viene restituito alla terra!. Nuovamente inviato da Dio a predicare la conversione, Giona esegue la sua missione e, recatosi a Ninive, avverte i Niniviti che entro quaranta giorni la città sarà distrutta se non si convertirà. Accolto l’appello di Giona, dopo aver digiunato e fatto penitenza, i Niniviti ottengono il perdono; non comprendendo però la misericordia del Signore, il profeta si ritira nel deserto, dove Dio gli si rivela come il «Dio dell’Amore e Misericordioso» che ama tutti, anche i popoli pagani che davanti a Lui sono come fanciulli che non sanno distinguere la destra dalla sinistra (Genesi 4, 11). Il libro di Giona si presenta come un racconto biografico, senza però evidenziare alcuna preoccupazione di precisione storico - cronologica: esaminato attentamente nei suoi contenuti, esso presenta le caratteristiche di una biografia fittizia, creata per esporre una precisa idea teologica. La «prospettiva teologica» che il libro di Giona dischiude è quella della «universalità della salvezza», offerta a tutti, anche ai popoli tradizionalmente ostili a Israele. Tuttavia, la sua originalità appare con maggiore evidenza se si considera che sino ad allora i profeti avevano insistito sull’uguaglianza dei popoli davanti alla giustizia di Dio, mentre l’autore di questo libro esalta l’uguaglianza davanti all’Amore misericordioso di Dio, sconfessando così il tradizionale spirito nazionalistico di Israele. Nella letteratura neo-testamentaria, l’episodio della discesa nell’abisso di Giona, e il ritorno alla superficie della terra, dopo tre giorni, è diventato un segno della morte e risurrezione di Gesù (cfr Matteo 12,39-40), mentre la conversione dei Niniviti è stato additato come segno dell’obbedienza alla fede da parte Gentili (cfr Matteo 12,4-5; 16,4; Lc 11,29-30)
Gionata Gionata (dall’ebraico: «Jahvè ha donato») è un personaggio biblico dell’Antico Testamento, primogenito di Saul, una delle figure più eroiche e suggestive della Bibbia. In 1°Sam 14,1-14 è menzionato per il coraggio dimostrato contro i Filistei, che gli valse l’ammirazione del popolo (1°Sam 14,36-46). Fu intimo e fedele amico di Davide, intercedendo per lo più presso il padre che lo voleva u uccidere e favorendo la sua fuga (1°Sam 19-20). Morì combattendo da prode accanto a Saul (1°Sam 31,6). Davide ne celebrò le gesta in uno struggente lamento funebre (2°Sam 1,19-27). - Approfondimento biblico - Siamo nella seconda metà dell’XI sec. A.C. e la sua vicenda tratteggia i capitoli 13-31 del Primo Libro di Samuele. Egli entra in scena già adulto come comandante in capo dell’esercito ebraico durante una faticosa e delicata campagna contro i Filistei, un popolo bellicoso, molto avanzato tecnologicamente, che era migrato dall’area egeo-greca verso la costa meridionale della Palestina stanziandovisi attorno al XII sec. A.C.. Essi avevano il monopolio del ferro lavorato e così erano in possesso di un armamento leggero e sofisticato rispetto a quello in dotazione all’esercito di Israele. In quel periodo era scoppiata anche la gelosia del re Saul nei confronti del giovane Davide, il quale aveva dovuto imboccare la via della guerriglia. Gionata, che si era distinto per i suoi atti di eroismo (aveva, ad esempio, scalato un picco roccioso quasi inaccessibile eliminandovi il corpo di guardia filisteo), si era legato di profonda amicizia proprio con Davide, provocando così la reazione cieca di suo padre Saul, che, travolto da una forma di follia, già prima aveva persino tentato di sbarazzarsi di suo figlio. Con una sorprendente generosità Gionata aveva deciso di esperire ogni strada per cercare di far recedere suo padre dall’odio per l’amico (e rivale) Davide, rischiando così di cadere totalmente in disgrazia. La sua mediazione naturalmente fallì e quando Davide si ritirò nel deserto come guerrigliero, Gionata strinse con lui un patto di amicizia eterna ma anche di fedeltà a lui come all’eletto di Dio per succedere a Saul sul trono di Israele: «Gionata disse a Davide: Va’ in pace, ora che noi due abbiamo giurato nel nome del Signore: il Signore sia con me e con te, con la mia discendenza e con la tua discendenza per sempre» (1°Sam 20,42). Frattanto, però, le cose stavano precipitando. Saul, abbandonato anche dal profeta Samuele che l’aveva condannato, stretto nella morsa dell’avanzata filistea, si avviava verso l’epilogo del suo regno e della stessa vita. Tutto avvenne durante una battaglia cruenta che si svolse sul monte Gelboe (oggi Gebel Fuqqu’ah - m. 516 s.l.m.), nel settore sud-orientale della pianura di Esdrelon in Galilea. Là Saul mori suicida, pur di non cadere per mano dei Filistei, che avevano già colpito a morte suo figlio Gionata. Si chiudeva, così, la vita di questo principe generoso che aveva fatto dell’amicizia il suo vessillo. L’amico Davide, appresa la notizia, intonerà un’intensa e commossa lamentazione in onore suo e di suo padre. In essa, tra le lacrime, Davide cantava: «Gionata, per la tua morte sento dolore, / l’angoscia mi stringe per te, fratello mio Gionata! / Tu mi eri molto caro; / la tua amicizia era per me preziosa / più che amore di donna» (2° Samuele 1, 25-26) – (Fonti letterarie : utile il crf con M.Hermans; P. Sauvage - Bibbia e Storia. Interpretazione e azione nel tempo. Traduzione di R. Pusceddu - Collana Studi Biblici - Ed. EDB)
Giosia Giosia (o Josia), re di Giuda (647-608 A.C.). Dopo la morte violenta del padre Amon, salì al trono all’età di otto anni. Raggiunta la maturità, guidò il partito jahvista e comattè l’idolatria. Sotto di lui avvenne, nel tempio di Gerusalemme, il famoso ritrovamento del «Libro della Legge», che gli servì per iniziare riforme religioso-sociali. Morì per le ferite riportate nella battaglia di Megiddo, combattendo contro il faraone Nechao. - Approfondimento - Re Giosia, il cui nome è variamente interpretato come “il Signore dona, produce o guarisce”, era figlio di un pessimo padre, Amon, ed è stato eliminato da un complotto militare. Comunque Giosia sali al trono a soli otto anni e vi rimase per trentuno. La sua fu una politica religiosa di grande rigore spirituale, volta a cancellare tutte le tracce dei culti pagani che i suoi predecessori avevano tollerato e talora persino sostenuto. Sotto il suo governo avvenne un episodio che è oggetto di diverse interpretazioni da parte degli studiosi. Esso è narrato nel capitolo 22 del Secondo Libro dei Re. Nel 622 A.C., durante alcuni lavori di restauro nel tempio di Gerusalemme, il sommo sacerdote Helkia ritrovò in una delle stanze un “libro della legge” che consegnò al ministro Safan, uno scriba, uomo di cultura, che lo lesse al re. Costui decise di adottarlo come base per un’autentica e profonda riforma religiosa e in questo fu sostenuto, oltre che dal clero, anche da una profetessa, una certa Hulda, che era la moglie del guardarobiere reale. E’ difficile sostenere se questo ritrovamento sia stato – reale – e sia stato un modo per avallare solennemente la riforma, come è arduo stabilire che cosa fosse esattamente questo “libro della legge”. Molti studiosi pensano che esso fosse una prima redazione di quel testo che oggi noi chiamiamo Deuteronomio, il quinto dei libri della Bibbia, appartenente appunto alla Torah, ossia alla Legge divina. Certo è che Giosia poté su questa base eliminare l’idolatria che aveva ormai contaminato ampi strati di Israele (2°Re 23), compreso il regno ebraico settentrionale, quello di Samaria, caduto nel 722 A.C. e finito sotto il potere di occupazione dell’Assiria. Si colse anche l’occasione per celebrare una grande festa di Pasqua: «Una Pasqua simile non era mai stata celebrata dal tempo dei Giudici, che governarono Israele, ossia per tutto il periodo dei re di Israele e dei re di Giuda» (23, 22). Frattanto, però, la situazione politica internazionale stava entrando in concitazione. Ad est sorgeva progressivamente l’astro dell’impero neobabionese che premeva sull’Assiria, la potenza fino a quel momento dominante nell’area orientale. Il faraone Necao II°, che preferiva vedere divisa la superpotenza orientale, sua antagonista, aveva così deciso di sostenere l’Assiria e aveva inviato un’armata di appoggio. Essa doveva necessariamente attraversare il territorio di Giosia per recarsi verso Ninive, la capitale assira minacciata dai Babilonesi. Il re di Giuda scelse di opporsi, forse perché egli sperava nel crollo dell’Assiria che aveva già piegato il regno fratello ebraico di Samaria. Così, egli schierò il suo esercito nella fortezza settentrionale di Meghiddo, «ma Necao lo uccise al primo urto. I suoi ufficiali portarono su un carro il re morto da Meghiddo a Gerusalemme e lo seppellirono nel suo sepolcro» (23, 29-30). Pertanto si chiudeva in modo tragico la vita ancor giovane (non era neppure quarantenne) di un sovrano religioso e giusto, il cui nome resterà in benedizione. Infatti, come scriveva nel II° sec. A.C. il libro del Siracide, sapiente biblico, «se si eccettuano Davide, Ezechia e Giosia, tutti i re commisero peccati e abbandonarono la legge dell’Altissimo» (49,4) – (Fonti letterarie : utile il crf con M.Hermans; P. Sauvage - Bibbia e Storia. Interpretazione e azione nel tempo. Traduzione di R. Pusceddu - Collana Studi Biblici - Ed. EDB)
Giovanni Battista [1]. Introduzione. Straordinario personaggio biblico, figlio di Zaccaria e di Elisabetta, nacque da genitori in età avanzata: «Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni» - (Luca 1, 3-6). La nascita di Giovanni fu annunciata dall’arcangelo Gabriele: «Allora gli apparve un angelo del Signore, … gli disse: Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché egli sarà grande davanti al Signore» (Luca 1,11-15). Si tratta dello stesso arcangelo (Gabriele) mandato da Dio a Nazareth, ad una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide: Maria! E’ quella stessa Maria che in quei giorni si mise in viaggio verso la montagna per raggiungere in fretta la casa di Zaccaria: salutò Elisabetta, e quest’ultima, appena ebbe udito il saluto di Maria, il bambino (Giovanni) le sussultò nel grembo. Ebbene, Giovanni è ricordato come « … profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza» - (Luca 1,76). L’evangelista lo colloca in un quadro storico ben preciso, donandoci nomi e cognomi dei protagonisti politici di quel tempo (Luca 3,1-2), riconducibile al periodo corrispondente agli anni 27 e 28 dell'era volgare, anno decimo quinto dell'imperio di Tiberio. Le particolari circostanze della nascita di Giovanni, che avvenne ad Ain-Karim (davanti alle porte di Gerusalemme), sono state tramandate nei secoli dall’evangelista Luca secondo un’antica tradizione. Gli avvenimenti che accompagnarono questa nascita erano tanto insoliti, che già a quell’epoca la gente si domandava: «Che sarà mai questo bambino?» (Luca 1,66). Per i suoi genitori credenti innanzitutto, poi, per i vicini e per i parenti era evidente che la sua nascita fosse un segno di Dio. Essi intravedevano che la “mano del Signore” era su Giovanni. Già lo svelava l’annuncio della (sua) nascita al padre Zaccaria, mentre quest’ultimo provvedeva al servizio sacerdotale nel tempio di Gerusalemme. La madre, Elisabetta, non più giovane, si riteneva fosse perfino sterile. Anche il nome “Giovanni” che gli fu dato era inconsueto per il suo ambiente. Il padre stesso dovette imporsi, affinché fosse chiamato “Giovanni” e non (come volevano tutti gli altri) “Zaccaria” (cf. Luca 1,59-63). Il nome Giovanni significa, in lingua ebraica “Dio è misericordioso”. Già nel nome si esprimeva il fatto che il neonato un giorno avrebbe annunciato il piano di salvezza di Dio. Il futuro avrebbe confermato integralmente le predizioni e gli avvenimenti che circondarono la sua nascita: Giovanni, figlio di Zaccaria e di Elisabetta, divenne la “voce di uno che grida nel deserto” (Matteo 3,3), che sulle rive del Giordano chiamava la gente alla penitenza e preparava la via a Cristo. Cristo stesso ha detto di Giovanni il Battista che “tra i nati di donna non è sorto uno più grande” (cf. Matteo 11,11). Per questo anche la Chiesa ha riservato a questo grande messaggero di Dio una venerazione particolare, fin dall’inizio» - Estratto dall’Omelia di Papa Giovanni Paolo II° - Santa Messa nella Festa di San Giovanni Battista - Visita Pastorale In Austria - Aeroporto Di Eisenstadt-Trausdorf - Venerdì, 24 Giugno 1988 - (Ed. Libreria Editrice Vaticana). [2]. Il battesimo di Giovanni. «Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» - (Atti degli Apostoli 10,36-37); così inaugura il discorso di Pietro a Cornelio, che compendia la missione di Gesù di Nazareth. All’inizio degli Atti degli Apostoli, viceversa, è Gesù stesso che divulga un altro battesimo, paragonandolo con quello del Battista: «Giovanni battezzò con a, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo tra non molti giorni» (1,5). Lungo il libro degli Atti appariranno altre due citazioni del battesimo di Giovanni, ambedue a confronto con quello «cristiano»: «Questi era stato ammaestrato nella via del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni» - (Atti degli Apostoli 18,25). «Quale battesimo avete ricevuto? Il battesimo di Giovanni, risposero. Disse allora Paolo: Giovanni ha amministrato un battesimo di penitenza, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù. Dopo aver udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo e parlavano in lingue e profetavano» - (Atti degli Apostoli 19,3-6). Pertanto, il battesimo di Giovanni (con acqua) riprendeva ad essere praticato anche dopo la risurrezione di Gesù, in «parallelo» al battesimo cristiano. Irrompe sulla scena il battesimo di Gesù per opera di Giovanni, come si può ricavare da tutti i vangeli. Questa rappresentazione del battesimo di Gesù attira a sé e catalizza la figura e la missione stessa di Giovanni il Battista in modalità sempre più crescente. Lo stretto vincolo affettuoso tra Gesù e Giovanni si deve far risalire (ovviamente) a Gesù stesso, il quale volle ricevere il battesimo di Giovanni, facendone gli elogi con parole che ci sono state tramandate dagli stessi Vangeli. Nella tradizione evangelica la memoria di Giovanni deve essere pertanto decifrata alla luce dell’intera missione di Gesù. Nel Vangelo di Giovanni il Battista non viene più qualificato quale il «battezzatore», ma «testimone» di Gesù (Giovanni 1,6-8.15.19). La narrazione stessa del battesimo di Gesù viene re-interpretata come contingenza provvidenziale che rivela Gesù a Israele (Giovanni 1,31). Risulterà sempre più interessante ed arricchente (iniziando dall’evento originario del battesimo), studiare ed approfondire il rapporto intrinseco di Gesù di Nazareth col Giovanni il Battista. Infatti, secondo lo storico Flavio Giuseppe (nativo di Gerusalemme - 37 A.C.), scrittore romano di origine ebrea, il battesimo di Giovanni doveva intendersi come «purificazione del corpo» in quanto l’anima si trovava già purificata da una vita assolutamente retta! Il suo battesimo risultava gradito a Dio, non come richiesta di perdono per eventuali peccati commessi, ma come «consacrazione del corpo», poiché l’anima era già stata purificata con la pratica della giustizia» (18,117). Ancora, secondo il Flavio Giuseppe, il battesimo doveva intendersi quale «sigillo esterno» di una «realtà interiore». La decapitazione di Giovanni Battista ordinata dal Re Erode Antipa sarebbe dovuta servire a spegnere sul nascere un’eventuale sommossa popolare (stàsis) (18,118), e non come riferito dai Vangeli Sinottici di Matteo (14,1-12) e Marco (6,14-29) al fatto che aveva dichiarato il suo matrimonio irregolare. Il racconto sul personaggio storico di Giovanni rimane tuttavia integro, nonostante il contenuto semantico religioso attribuito alla sua missione sia diverso: nei Vangeli, infatti, esso viene letto nel quadro fondamentale della «storia della salvezza», che ha il suo compimento naturale proprio in Gesù di Nazareth. Pertanto, il battesimo di Gesù rimane un avvenimento «impresso nella memoria» dei primi nuclei di testimoni ed è certamente un accadimento unico-storico, in quanto per gli stessi cristiani doveva essere un poco «disagevole». Infatti, col «ricevere il battesimo di conversione» (vedi Marco 1,4: «si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» e Luca 3,2: «la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati»), Gesù «irrompe sulla scena» come «peccatore» insieme con gli altri «peccatori». Lo stesso evangelista Matteo percepisce la necessità di dover inserire una breve conversazione tra Giovanni e Gesù per accantonare lo scandalo: «In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia (giustizia = volontà salvifica di Dio). Allora Giovanni acconsentì. (Matteo 3,14-15)». Ebbene, soltanto dopo il pronunciamento di queste parole, Giovanni battezza Gesù! In seguito a riguardo di Giovanni, Gesù stesso attesterà che: «tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista». Per poter individuare con buona precisione l’origine della avvenimenti del Battista, evidentemente di rilevanza singolare all’interno della «storia universale», l’evangelista Luca (3,1) ci offre anche un dato cronologico: «Nell’anno decimo-quinto dell’Impero di Tiberio Cesare». Questo parallelismo sottolinea appunto l’importanza dell’evento storico – profetico, in quanto trattasi di un nuovo e solenne principio. Per altro identificato anche geograficamente: «nel deserto … regione del Giordano» - (Luca 3,2-3). Il Quarto Vangelo, indica il territorio dove Giovanni Battista agiva invece in: «Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando» - (Giovanni 1,28). Quindi, le coordinate spazio-temporali dell’attività del Battista sono ben fornite di fondamento. La località stessa in cui il Battista operava suggeriva spunti importanti di carattere teologico, collegata alla storia di Elia rapito al cielo, mentre Giovanni era accreditato quale il medesimo Elia preannunciato dal profeta Malachia (3,23-24), avrebbe preparato «il giorno del Signore, grande e terribile» - (Matteo 17,10-11; Marco 9,11-12; Luca 1,17). Altre correlazioni potrebbero inoltre spiegare il riferimento alla profezia di Isaia 40,3: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore!» - (Matteo 3,2; Marco 1.2-3; Luca 3,4-6; Giovanni 1,23). Il personaggio è percepito sul retroscena della vicenda di Elia e della profezia su di lui, mentre la sua «missione nel deserto» e «la predicazione della conversione («metànoia») per il perdono dei peccati» sono definite come il compimento della profezia di Isaia 40,3. Rispetto alla profezia che divulgava «il ritorno dall’esilio» come il «ritorno al Signore», ci troviamo di fronte ad una scenografia nuova, sconosciuta: la prima di «stampo apocalittico» per la predicazione di Giovanni Battista, la seconda di «stampo messianico e profetico» quella (ovviamente) in relazione alla missione di Gesù di Nazareth. Inoltre di «espressione profetica» è lo «stile» di vestirsi e nutrirsi di Giovanni Battista: «Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi … (Matteo 3,4)» caratteristica di vestirsi che preannuncia il prossimo giudizio di Dio: «Già la scure è posta alla radice degli alberi … (Matteo 3,10)». Il battesimo dispensato da Giovanni si inserisce nel contesto delle «abluzioni rituali e frequenti» dell’habitat giudaico praticante. Originale si presentava anche il cosiddetto «battesimo dei proseliti (Tebilà)», di coloro i coloro i quali volevano aggregarsi al popolo ebraico con la «circoncisione». Il battesimo di Giovanni intendeva differenziarsi dagli altri in quanto era «segno di conversione radicale», che salvava dall’imminente giudizio di Dio, per tutti gli ebrei, e non più riservato alle «genti» come invece quello rabbinico. Il battesimo del Battista risulta così essere indubbiamente il più «contiguo» al battesimo cristiano impartito «nel nome di Gesù». Anche questo è «unico», ed è per tutti, anche per le «genti», in correlazione al Regno di Dio: « … In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio … se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio … (Gv 3,3.5)». La divulgazione della «fede di penitenza in remissione dei peccati» è un invito ad un cambiamento radicale, che fa riferimento ai profeti più recenti: Ezechiele (36,26-27), Gioele (2,28) e Zaccaria (12,10), i quali preannunciano la «profusione» e il «dono dello Spirito». L’«impronta» rilasciata dalla conversione la si riconosce dai «frutti», la si riconosce dalle azioni di «giustizia» e dalle iniziative di «carità» come viene ulteriormente specificato dall’evangelista Luca (Luca 3,l0-14). Giovanni è un «profeta apocalittico» che ben si colloca nell'esatta situazione e nell’ambiente giudaico del primo secolo. Su questo sfondo egli sta in attesa del Messia: «avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: … Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro? … (Matteo 11,2)», pertanto un più forte di lui, di cui non è neppure degno di sciogliere i legacci dei suoi sandali, che battezzerà in Spirito Santo e si servirà del ventilabro per separare il grano buono dalla pula: il grano ben custodito, e la pula gettata nel fuoco e bruciata. Giovanni predispone la venuta del Messia giudice escatologico, che porterà a compimento il battesimo di acqua con quello «in Spirito Santo e fuoco» (Matteo 3,11 e Luca 3,16), personificazione del «duplice volto» del «giudizio». Il Messia quale «Figlio dell’Uomo», giudice escatologico dalla comunità cristiana viene identificato con Gesù di Nazareth. [3]. Gesù e Giovanni. Il nodo principale dell’incontro di Gesù con Giovanni è il suo battesimo, raccontato in modalità diverse dai quattro evangelisti (Matteo 3.13-17; Marco 1,9-11; Luca 3,21-22; Giovanni 1,29-34). Il battesimo di Gesù viene descritto come una «teofania», una rivelazione accompagnata da una «voce dal cielo». La «teofania» («cieli aperti»), è sostanzialmente una esperienza mistica, una visione seguita dalla voce dello Spirito Santo che scende sopra di Lui (Isaia 11,1-3) e la voce di Dio Padre che proclama: «Tu sei il mio Figlio diletto, in cui mi sono compiaciuto» (Marco 1,10-11). Il brano che seguente, la tentazione nel deserto (Matteo 4,1-11; Marco 1,12-13 e Luca 4,1-13), è correlato al dono dello Spirito Santo che Gesù ha ricevuto nel battesimo e da cui è sospinto, incalzato. L’inizio della missione pubblica di Gesù in Galilea coincide con l’arresto e la detenzione in carcere di Giovanni (Matteo 4.12-17; Marco 1,14-15; Luca 3,20: Luca per altro lo anticipa prima del battesimo). In concomitanza dell’arresto di Giovanni Battista, Gesù inaugura la sua predicazione: « … Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo (Marco 1,14)». « … Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro? Gesù rispose: Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me … (Matteo 11,2-6)». Allontanatisi i discepoli del Battista, Gesù esalta Giovanni: « … Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: « … Che cosa siete andati a vedere nel deserto? … E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te (Matteo 11,9-10)». Segue il confronto tra Giovanni e «il più piccolo nel regno di Dio»: « … In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono. La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire … (Matteo 11,11-14)». Secondo l’evangelista Matteo, Gesù identifica Giovanni Battista con Elia il profeta escatologico. La rappresentazione sicuramente più consona alla memoria originaria di Gesù è la similitudine conclusiva: « … a chi paragonerò io questa generazione? Essa è simile a quei fanciulli seduti sulle piazze che si rivolgono agli altri compagni e dicono: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere (Matteo 11,16-19». Tragica sarà la sorte di Giovanni come tragica sarà la sorte di Gesù di Nazareth. La figura di Giovanni Battista riemerge nelle parole di Gesù nell’ultima settimana della sua vita, come colui al quale gli ebrei «non hanno creduto» (Matteo 21,32). Essi perciò rifiutano di rispondere alla domanda pungente e avveduta di Gesù: « … Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi. Ed essi discutevano tra sé dicendo: Se rispondiamo “dal cielo”, dirà: Perché allora non gli avete creduto? Diciamo dunque “dagli uomini”?. Però temevano la folla, perché tutti consideravano Giovanni come un vero profeta. Allora diedero a Gesù questa risposta: «Non sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose ... (Marco 11,30-33)». La memoria di Giovanni Battista è, dunque, ampiamente accolta nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli in quanto molto correlata a quella di Gesù dall’inizio del suo ministero sino alla fine. La figura di Giovanni e la sua missione viene interpretata da Gesù e dalla sua comunità come preparazione alla missione di «colui che deve venire». Egli annuncia un Messia - «giudice escatologico», che dovrà eseguire il giudizio da lui minacciato e da cui si salva solo chi accetta il battesimo di conversione; il suo punto di vista è quello dell’apocalittica ebraica. La diversità tra i due personaggi si rivela nell’annuncio di «uno più forte», che battezzerà nello Spirito Santo, nell’opera di Gesù, che usa misericordia e salva, mentre il giudizio viene proiettato in uno sfondo escatologico, nella prassi dei discepoli di Gesù, per i quali è inammissibile il digiuno dei discepoli di Giovanni finché lo sposo è con loro: « … Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano? Gesù disse loro: Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno … (Marco 2,18-20)». Infine nella preghiera al Padre: « … un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli ... (Luca 11,1)». Quello che maggiormente distacca Gesù da Giovanni Battista, è la predicazione e la venuta del Regno di Dio, valere a dire la «sovranità salvifica» di Dio Padre, ed è questo che in maggior misura rende del tutto unica la missione del Cristo. L’unico che mette l’espressione sulla bocca di Giovanni è l’evangelista Matteo, in un passo chiaramente redazionale: «In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! (Matteo 3,1-2)», del tutto assente nei paralleli dei Vangeli di Marco e Luca. In conclusione, è il regno o la sovranità di Dio, come «realtà nuova ed escatologica» a distinguere Gesù di Nazareth da Giovanni Battista. [4]. Sintesi. «Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui (Giovanni 1,6-7)». Quando nel IV° secolo si diede inizio a celebrare la nascita del Signore, si pensò naturalmente di commemorare anche quella del precursore: Giovanni Battista. In Occidente, si è imposta immediatamente la data del 24 giugno. Essa segnava il solstizio d'estate. Giovanni era, in realtà, la «lampada» che deve diminuire quando appare la luce (Giovanni 5,35; 3,30). Questo ruolo fa di lui «più di un profeta» (Matteo 11,19). Gli altri hanno annunciato, in termini più o meno velati, il salvatore. Giovanni il Battista lo ha visto con i suoi occhi. Lo ha battezzato e ha indirizzato verso l'Agnello di Dio quelli che divennero i suoi primi discepoli (Giovanni 1,35-42). È impossibile annunciare il Vangelo senza parlare di Giovanni, il l’«anticipatore». Nelle chiese di Oriente, sopra la «porta regale» dell'iconostasi si vede un'icona del Cristo in gloria con Maria alla sua destra e Giovanni alla sua sinistra. Ciò sta ad indicare la venerazione di cui gode Giovanni Battista in tutte le tradizioni liturgiche. Egli è, del resto, il solo, oltre ovviamente al Signore e alla vergine Maria, di cui si celebri la natività (24 giugno) e la morte (29 agosto). La sua vocazione ricorda quella di Geremia, la sua vita quella dei «nazirei», uomini votati a Dio per tutta la loro vita o per un tempo determinato (Atti degli Apostoli 18,18). Il Signore ha toccato la «bocca di Geremia» per metterlo in grado di annunciare la Parola. Ha consacrato, «fin dal grembo materno», colui che destinava ad essere un «profeta delle nazioni», incaricato di annunciare il giudizio e preparare un mondo che egli comunque non vide sbocciare. Queste caratteristiche fanno di Geremia una conformazione di Giovanni Battista. Anche quest'ultimo non ha conosciuto, qui in terra, la Gloria di Colui che egli precedeva. La sua missione viene descritta con la stessa terminologia usata per Elia (Malachia 3,23-24: «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio»; Siracide 48,10: «…designato a rimproverare i tempi futuri per placare l’ira prima che divampi, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e ristabilire le tribù di Giacobbe»). Egli è venuto a «preparare al Signore un popolo ben disposto» (Luca 1,17). La nascita di Giovanni è stata una buona novella che ha generato, attorno a lui e ai suoi genitori, le prime espressioni dirette della «gioia messianica». Come in seguito a proposito di Gesù, ci si è chiesto: «Chi sarà costui?». Lo si vedrà quando, sulle rive del Giordano, egli si rivelerà un audace divulgatore di quella Salvezza che Dio vuole vedere giungere «fino ai confini della terra» (Isaia 49,6). Con la sua persona e la sua missione, Giovanni, il precursore, resta quindi inscindibile da Gesù e dalla buona novella rivolta a tutti gli uomini che Dio ama. L'iconografia, il numero dei bambini ai quali si dà il nome di Giovanni Battista e delle chiese dedicate a questo personaggio avanguardista sono chiare testimonianze della pietà cristiana, la quale ha compreso il posto di prim'ordine occupato da Giovanni Battista nell'evento della Salvezza in Gesù Cristo. Egli è anche il modello dei missionari-evangelizzatori e di tutti i fedeli credenti che devono farsi da parte davanti a colui che annuncia, per «prepararne le strade». Ispirandosi alla stretta analogia tra Gesù e il Battista, stabilito da Luca nel Vangelo dell’infanzia, la liturgia del giorno (24 giugno) si compiace di celebrare due natività: quella del Messia nel solstizio d’inverno e quella del suo precursore nel solsti­zio d’estate. Giovanni sarà grande davanti al Signore, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre, e per la sua nascita molti gioiranno. Possa davvero il Signore Dio onnipotente, concedere alla sua famiglia di camminare sulla via della salvezza sotto la guida di san Giovanni il precursore, per andare con serena fiducia incontro al Messia da lui predetto. Se il Vangelo proclama il compimento delle promesse annunciate dai profeti e la venuta del salvatore, al quale Giovanni Battista, l'ultimo dei profeti, ha preparato la strada, anche noi siamo ancora nel tempo della fede e della speranza di ciò che deve avvenire. Questa speranza è talmente certa che deve già ora farci sussultare dalla gioia. Il Vangelo secondo Luca (1,5-17) stabilisce un sorprendente parallelismo fra Gesù e Giovanni Battista. La nascita del precursore è stata annunciata a una coppia di «giusti» che non poteva più sperare di avere un figlio. Incaricato di camminare davanti a colui che annuncia, il bambino che Elisabetta partorirà sarà investito di una forza paragonabile a quella di Elia, il profeta di fuoco, che si riteneva avrebbe preceduto il messia. La nascita di Giovanni Battista, il cui nome significa «Dio fa grazia», è l'inizio della buona novella di Gesù, cioè «Dio salva». Voglia, pertanto, il Signore misericordioso, gradire i doni che gli offriamo nella celebrazione della solennità di San Giovanni Battista, per far si che comproviamo nella coerenza della vita il mistero che celebriamo nella fede. Luca 1,17: «Giovanni camminerà davanti al Signore con lo spirito di Elia, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti, e per preparargli un popolo ben disposto». Iddio onnipotente, protegga sempre il Suo popolo e per la potente preghiera di San Giovanni Battista, che indicò in Cristo Suo Figlio l’Agnello mandato a espiare i peccati del mondo, ci doni il perdono e la pace. Fonti letterarie: [*]. G. Segalla - Un’etica per tre comunità. L’etica di Gesù in Matteo, Marco e Luca. - Collana Studi Biblici - 2000 - Ed. Paideia. [*]. G. Segalla - Teologia Biblica del Nuovo Testamento - Collana Logos. Corso di Studi Biblici - 2006 - Ed. Elledici. [*]. P. Chiede Carsten - Ma tu chi sei, Gesù ? Alla scoperta del Maestro con Pietro, Giovanni il Battista, Caifa, Pilato e Saulo - Tradotto da G. Lupi - Collana Spiritualità del Quotidiano - 2005 - Ed. Paoline Editoriale Libri. Ulteriori approfondimenti in : [*]. D. Tettamanzi -Giovanni il Battista. L’uomo dell’annuncio, della conversione e della testimonianza. - 2000 - Ed. Portalupi. [*]. E. Lupieri - Giovanni Battista nelle tradizioni sinottiche - Collana Studi Biblici -1998 - Ed. Paideia.
Giubileo Nell’antico Israele, l’anno che cadeva dopo sette cicli consecutivi di sette anni sabbatici (perciò ricorreva ogni cinquant’anni), e durante il quale ciascun israelita rientrava in possesso della sua proprietà, qualora l’avesse alienata, e ogni schiavo di origine ebraica riacquistava la libertà. Tale usanza impediva che le famiglie o le singole persone cadessero in condizioni irreversibili di povertà assoluta o di schiavitù, e ne salvaguardava la dignità di appartenenti al popolo eletto da Dio e liberato da ogni servitù. Nel mondo cattolico, Giubileo è sinonimo di Anno Santo, ed è l’anno in cui il Papa concede una solenne indulgenza plenaria, con annesse particolari facoltà ai confessori a vantaggio spirituale dei fedeli. Oggi il Giubileo ordinario cade ogni venticinque anni, quello straordinario viene decretato in particolari occasioni ovvero circoscritto a singoli luoghi. Il primo Giubileo ordinario venne indetto nel 1300 da Papa Bonifacio VIII° con bolla «Antiquorum habet» del 22 febbraio; in essa era stabilito che il Giubileo fosse indetto ogni cento anni, ma presto (dopo il tentativo di celebrarlo ogni trentatre anni, a ricordo della vita terrena di Gesù) se ne ridusse la periodicità a cinquant’anni e successivamente, con Papa Sisto IV°, a venticinque. Anche le condizioni imposte per acquistare le indulgenze variarono con il tempo, consistendo di solito in orazioni e pellegrinaggi ai santuari più venerati, specialmente alle tombe di San Pietro e San Paolo. Nel Giubileo celebrato nel 1500, Papa Alessandro VI° introdusse la «prassi liturgica», sostanzialmente ancora in uso, che fosse il Papa in persona, all’«Apertura dell’Anno Santo», ad aprire solennemente la «Porta Santa» (abitualmente murata) della Basilica di San Pietro, mentre contemporaneamente altri tre cardinali in qualità di legali eseguivano lo stesso gesto simbolico nelle altre tre Basiliche Patriarcali. Alla chiusura del Giubileo si celebra il «rito della chiusura» delle porte sante, che vengono poi murate. Il Giubileo straordinario viene indetto dal Papa in speciali occasioni, quali contingenze particolarmente difficili per la vita della Chiesa (come quello del 1560, indetto per la prosecuzione del Concilio di Trento o quello del 1566, per impetrare l’aiuto divino contro i Turchi) oppure in occasioni importanti quali l’inizio del pontificato di un Papa o anniversari particolarmente significativi (per esempio i Giubilei indetti a ricordo.della morte di Gesù nel 1933 e nel 1983, di quella degli apostoli Pietro e Paolo, 1966-1967, dopo la conclusione del Concilio Vaticano II°). Il Giubileo straordinario può essere di durata inferiore ad un anno, ed essere circoscritto a luoghi particolari, come quello concesso al Duomo di Milano dal 23 marzo al 25 dicembre 1986 per ricordare il sesto centenario della fondazione del tempio; anch le condizioni per acquistare l’indulgenza possono essere differenti da quelle del Giubileo ordinario, Nel corso dell’anno 2000 si ò celebrato un Giubileo ordinario.
Giuda Personaggio biblico dell’Antico Testamento, «eponimo» di una delle dodici tribù di Israele, il cui capostipite fu l’omonimo figlio di Giacobbe e di Lia (Gn 29,34-35). Il primato di Giuda nella storia di Israele è preannunziata nella benedizione pronunciata da Giacobbe in Gn 49, 8-12, in cui si profetizza che Giuda sarà lodato da tutti i suoi fratelli e «a lui non sarà tolto lo scettro», perché dalla sua discendenza uscirà il Messia, «colui al quale lo scettro appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli». Stabilitasi nella regione compresa tra Gerusalemme ed Ebron, la «tribù di Giuda» si ingrandì, diventando la più importante del Sud. Con Davide sorse un «Regno di Giuda», mentre sul resto di Israele regnava il figlio di Saul, Isbaal. Dopo l’unificazione dei due regni a opera di Davide, alla morte di Salomone le dieci tribù del Nord si staccarono costituendo il «Regno di Israele», opposto al «Regno di Giuda» che proseguì la dinastia davidica con le tribù di Giuda e di Beniamino. La maggiore stabilità dinastica della «casa di Davide» sempre rimasta sul trono di Gerusalemme («capitale di Giuda»), rispetto alla discontinuità dei re di Israele, la precoce scomparsa del «Regno di Israele» rispetto a quello di Giuda (587 A.C.), soprattutto la presenza a Gerusalemme del «Tempio di Jahvè» sono i fattori principali che fecero di Giuda il nucleo della sopravvivenza del popolo di Israele, anche dopo la fine dell’indipendenza. Ciò spiega come, a Partire dai secoli IV°-III° A.C., tutta la regione e il popolo di israele venissero indicati come «Giudea» e «Giudei» – (Fonti letterarie : utile il crf con M.Hermans; P. Sauvage - Bibbia e Storia. Interpretazione e azione nel tempo. Traduzione di R. Pusceddu - Collana Studi Biblici - Ed. EDB)
Giuda il Galileo Agitatore politico-religioso ebraico (I° sec. A.C.), fautore di un messianismo nazionalistico antiromano, organizzò una violenta sommossa contro il procuratore Quirinio. San Luca negli «Atti degli Apostoli» rammenta che Gamaliele nel discorso in difesa degli Apostoli, annunciatori del «messianismo spirituale» di Cristo, contrappose il fallimento del movimento partigiano di Giuda il Galileo (che perì con tutti i suoi seguaci) al vittorioso trionfo della predicazione pubblica cristiana, affermando che questa appariva con tutti i carismi di autentico «messianismo biblico» ed era quindi opera di Dio Padre. Anche Giuseppe Flavio parla di Giuda il Galileo e degli «Zeloti», suoi tardi seguaci – (Fonti letterarie : utile il crf con M.Hermans; P. Sauvage - Bibbia e Storia. Interpretazione e azione nel tempo. Traduzione di R. Pusceddu - Collana Studi Biblici - Ed. EDB)
Giuda il Santo Patriarca ebreo «tannaita» (135 c. - secc. II°- III°), il cui vero nome era Jehudah ha-Nasi, soprannominato anche «Il Principe». Fu capo supremo degli Ebrei dell’impero romano e presiedette all’«Accademia Giudaica Palestinese». Il disinteresse e la dignità con cui tenne le sul alte cariche e la rettitudine morale gli procurarono l’apellativo di «Rabbenu ha-qdòsh» (= il nostro santo maestro). Sotto il titolo di «Mishnàh» raccolse il «corpus» della Legge Giudaica
Giuda Iscariota Personaggio biblico del Nuovo Testamento, uno dei dodici Apostoli di Gesù, indicato dai Vangeli come colui che tradì Gesù (Mt 10,4; Mc 3, 19; Lc 6, 16; Gv 6 70; 12,4). Per distinguerlo dall’altro Apostolo omonimo, Giuda Taddeo, gli si aggiunse l’appellativo «Iscariota», probabilmente dal suo paese di origine. Con gli altri discepoli accompagnò il Maestro durante le sue peregrinazioni e ne condivise gli ideali. Ciò nonostante, forse deluso nelle sue aspettative nazionaliste, come vuole una suggestiva ipotesi che lo identifica come uno «zelota», si accordò con i sacerdoti bramosi di eliminare Gesù e ne trattò la consegna per trenta denari (Mt 26, 14-16; Mc 14, 10.11; Lc 22, 3). Dopo la condanna di Gesù, che nel Getsemani Giuda indicò ai soldati con un bacio (Mt 26,47-49; Mc 14,43-45; Lc 22, 47-48), fu assalito dal rimorso. Tentò allora di restituire i trenta denari che poi gettò nel Tempio, prima di andarsi a impiccare (Mt27, 3-9). L’episodio del tradimento di Giuda, che pure Gesù aveva preannunziato (Mt26, 20-25; Mc 14, 17-21; Lc22, 21-23; Gv 13,21-30), è sempre stato avvolto da un alone di mistero: Gv 13,2.27 dà come unica spiegazione che «Satana entrò in lui». Iconografia. Raramente raffigurato isolato, in quanto non oggetto di culto, Giuda è spesso chiaramente individuabile in scene relative ad episodi della vita di Cristo. Tra le più frequenti l’«Ultima Cena», in cui appare isolato dagli altri Apostoli, e il bacio nell’orto degli ulivi; meno frequentemente la scena in cui colto da disperazione, si impicca. Una scena, quest’ultima, già presente nell’arte paleocristiana, come testimonia l’avorio della «lipsanoteca» del museo cristiano di Brescia, risalente al IV°secolo (Fonti letterarie : utilissimo l’approfondimento con : E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 2° - Nuovo Testamento - 2001 - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB).
Giuda Levita Poeta e filosofo ebreo (Toledo 1080 – Palestina 1140). Dopo aver esercitato la professione di medico in diverse città iberiche, si trasferì in Egitto, e in seguito, spinto dalla nostalgia per la terra dei suoi avi, in Palestina (ma non è noto se sia giunto a Gerusalemme). Giuda Levita è considerato uno dei più grandi e pensatori ebraici di ogni tempo. La sua vastissima produzione poetica e filosofica, di contenuto religioso e morale, è scritta parte in arabo e parte in ebraico. La sua opera più importante è il dialogo «Il Re dei Cazari», in cui esalta e difende la religione ebraica e gli ideali nazionali
Giuda Taddeo Personaggio biblico del Nuovo Testamento, uno dei dodici Apostoli di Gesù, denominato anche «Lebbeo». Figlio di Giacomo, è stato tradizionalmente identificato come «fratello del Signore» (Matteo 13,55; Marco 6,3). Durante l’«Ultima Cena» chiese a Gesù perché si manifestasse soltanto ai suoi discepoli e non a tutto il mondo (Giovanni 14,22). Secondo la tradizione, avrebbe predicato il Vangelo in Giudea, in Galilea, in Samaria, nelle città della Siria e della Mesopotamia, prima di morire a emessa. La chiesa cattolica ne celebra la festa il 28 Ottobre, insieme all’apostolo Simone il Cananeo. Lettera di Giuda. A Giuda Taddeo si attribuisce la stesura di una epistola del Nuovo Testamento ritenuta canonica da tutta la tradizione cristiana, che la annovera tra le cosiddette «lettere cattoliche. La lettera di Giuda Taddeo, molto breve, intende difendere l’ortodossia dei loro destinatari, probabilmente giudeo-cristiani della diaspora, con una polemica aspra e ingiuriosa contro i “falsi maestri”, che usavano le espressioni della Bibbia per insidiare la loro fede; si chiude con un’esaltante dossologia in onore di Cristo. La lettera di Giuda Taddeo viene collocata in «ambiente apocalittico» e con problemi scaturiti da attese escatologiche non realizzate. L’autore, pseudonimo, che utilizza la lingua greca, l’avrebbe scritta verso la fine del I° secolo. Più che per il suo valore teologico, la lettera di Giuda Taddeo risulta di grande interesse per comprensione della storia della Chiesa primitiva. Iconografia. Ricordato come propagatore della fede nell’Asia minore, è in genere rappresentato insieme con Simone Cananeo che fu martirizzato, l’uno a colpi di mazza, l’altro segato in due, sì che questi strumenti del martirio costituiscono gli attributi che permettono di identificarli (Fonti letterarie : utilissimo l’approfondimento con : E. Galbiati - E. Guerriero - M.A. Sicari - La Bibbia e la sua storia - Vol. 2° - Nuovo Testamento - 2001 - Curato da A. Duè - R. Rossi - Collana Bibbia e Testi Biblici - Ed. EDB)
Giudaismo Termine con cui viene indicata la civiltà ebraica, e particolarmente la religione degli Ebrei, nel periodo successivo all’esilio babilonese del sec. VI° A.C.. Il centro religioso del giudaismo è il ricostruito Tempio di Gerusalemme, ma ad esso viene affiancata l’istituzione sinagogale, che assicura la continuità nel campo cultuale, legata alla realtà della diaspora del popolo ebreo. Tale realtà dà luogo altresì alla missione giudaica nel mondo pagano, al punto che a un «giudaismo palestinese» si aggiunge un «giudaismo ellenistico», caratterizzato da un proprio esclusivismo etnico ed etico nei confronti del mondo circostante e dalla fusione che esso realizza con la cultura filosofico-religiosa dell’ellenismo, dando vita a un pensiero ebraico nuovo rispetto a quello tradizionale palestinese. Preoccupazione principale del «giudaismo palestinese» è l’interpretazione e l’osservanza della «Tòràh». Ciò determina, da un lato, la costituzione di una classe di interpreti della Legge, gli scribi, la produzione di commentati della Scrittura, la «Mishnàh» e il «Talmùd», e la formazione di diverse correnti interpretative, come i farisei e i sadducei; e dall’altro lato, l’osservanza della Legge produce un rigoroso legalismo, che condiziona la complessa religiosità ebraica. Un’ulteriore caratteristica di questa religiosità è data dalla sua dimensione escatologica, che si estrinseca sia in un’attesa di tipo messianico (messianismo), sia nella speranza di una catastrofe cosmica o apocalittica, infine, espressione singolare della religiosità ebraica è la corrente mistica ed esoterica che, già presente nei libri profetici e nell’apocalittica del periodo del «secondo Tempio», conosce un rinnovato slancio a partire dalla metà del sec. II°. La dimensione mistica, che tende ad andare al di là della lettera della «Tòrah» per rivelarne il senso profondo, contribuisce in tutte le epoche all’equilibrio che rischierebbe di essere rotto da una comprensione troppo legalistica della Scrittura. Questa ispirazione si riflette nella composizione di un gran numero di trattati, confluiti nella «Kabbalàh», e nella formazione di correnti mistiche («chasidismo») – (Fonti letterarie : utile il crf con M.Hermans; P. Sauvage - Bibbia e Storia. Interpretazione e azione nel tempo. Traduzione di R. Pusceddu - Collana Studi Biblici - Ed. EDB)
Giudea Regione storicamente tra le più importanti e celebri dell’altipiano palestinese, degradante a est verso il mar Morto, a ovest verso la costa mediterranea e confinante a nord con la Samaria e a sud con l’Idumea. Gerusalemme ne è la capitale storica, morale e religiosa. Altre località degne di nota, per la loro fama biblica ed evangelica, sono: Betlemme ed Hebron
Giudei Ai tempi di Gesù di Nazareth erano gli abitanti della Giudea (regione della Palestina). Con la Galilea, la Giudea formava parte del territorio degli Ebrei (occupato dai Romani). Per questa ragione, a volte, i termini "giudei" ed "ebrei" hanno lo stesso significato. Questa sorta di "traduzione spicciola" preferisce, generalmente, tradurre istantaneamente il termine Giudei con Ebrei.
Giudici (Il Libro dei) Dopo la morte di Giosuè, ultimo capo scelto direttamente da Dio, il popolo ebreo fu guidato per oltre centosettanta anni, dal 1200 al 1025 A.C., dai cosiddetti «Giudici». Sono dei capi militari e politici che Dio suscitò per risolvere particolari crisi delle tribù di Israele, venute a contatto (e contrasto) con le popolazioni indigene e idolatre della Palestina nel corso dell’occupazione effettiva dei territori a ognuna di esse assegnati da Giosuè. Fra i «Giudici» ricordiamo in particolare la profetessa Debora, di cui il Libro sacro ci offre un bellissimo cantico, uno dei più antichi brani poetici della Bibbia. Tra gli altri: Gedeone, conosciuto soprattutto per la storia prodigiosa del suo vello di lana; Iefte, che sacrificò la figlia per un voto fatto a Dio; Sansone, famoso per la sua forza straordinaria e sovrumana. Ultimo dei Giudici è Samuele, che sarà anche la prima figura di profeta, come guida dei capi e del popolo di Israele. Durante il periodo dei Giudici va posta la patetica storia familiare di Rut! Rut è una straniera, una Moabita, appartenente quindi ad un popolo pagano nemico di Israele. Per la sua tenera pietà verso la suocera Noemi (= «dolcezza mia»), che non vuole abbandonare quando questa decide di tornare fra il suo popolo e nella sua città di Betlemme, merita di essere accolta nel Popolo di Dio, anzi di entrare addirittura a far parte dell’albero genealogico di David e quindi di Cristo. Sposerà, infatti, Booz e darà alla luce Obed, che sarà il padre di Isai (Jesse) da cui nascerà il re David (vedere il Libro di Rut). Il libro abbraccia lo spazio di due secoli: dalla fine della conquista di Canaan sino alla nascita di Samuele. Organizzazione. [1]. 1,1-36 : Introduzione storica. [2]. 2,1-3,6: Considerazioni dottrinali sulla fisionomia religiosa del periodo in questione, abbozzata secondo quattro grandi linee: (a) l’abbandono di Jhwh; (b) l’oppressione dei nemici; (c) la supplica lanciata verso Dio; (d) l’invio da parte di Dio di un «giudice» salvatore. Segue poi la storia dei «giudici»: quelli «minori» sono magistrati locali, il cui flusso risulta benefico per il rispettivo clan; quelli «maggiori» sono guerrieri suscitati da Dio per la difesa di una o più tribù rese malconce dalle aggressioni dei popoli confinanti (cc. 3-16). In appendice si tratta del santuario di Dan e della guerra beniamita (cc. 17-21). Origine. Nella forma attuale, il libro appare redatto da autori detti «deuteronomisti», perché affini ai redattori esilici del Deuteronomio che hanno raccolto le tradizioni antiche riguardanti alcune tribù e le personalità che vi avevano svolto un ruolo riconosciuto, o combattimenti vivi ed efficaci. Messaggio. La redazione deuteronomista, ben visibile in 2,1-3,5, tende a collegare le sventure di Israele, e particolarmente l’invasione del suo territorio, al suo peccato. Ma pure sottolinea clic la salvezza è sempre possibile, nella misura in cui il popolo peccatore torni effettivamente al suo Dio. L’intenzione parenetica è evidente: i teologi degli esiliati vogliono indicare il motivo profondo dell’infelicità di cui soffrono i loro contemporanei, e soprattutto ricordar loro che la liberazione della terra, e dunque il ritorno al suo possesso, è possibile a condizione che il popolo ritrovi la fedeltà a Jhwh. Storicità. Per quanto predominante, l’intento teologico non sopprime l’interesse documentario di queste pagine: redatte in uno stile molto popolare, contengono preziose informazioni su quest’epoca particolarmente vivace della storia biblica – (Fonti letterarie : utile il crf con M.Hermans; P. Sauvage - Bibbia e Storia. Interpretazione e azione nel tempo. Traduzione di R. Pusceddu - Collana Studi Biblici - Ed. EDB)
Giuditta Personaggio biblico dell’Antico Testamento, eroina ebraica (sec. VII A.C.). Pia e affascinante vedova della città di Betulia, allora assediata dall’esercito assiro, concepì l’ardito progetto di liberare la sua città dal nemico. A questo scopo, dopo aver estasiato con la sua bellezza Oloferne, generale del re assiro Nabucodonosor, durante un convito lo colpi a morte, staccandogli la testa con la sua stessa sciabola. Ritornata a Betulia e mostrato il prezioso trofeo ai propri concittadini, Giuditta si trasformò in stratega militare e guidò il suo popolo alla definitiva liberazione dell’oppressione assira : la città potè così acclamare la sua eroina. - Approfondimento Biblico - «Il giudice iniquo e la vedova importuna - Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: «C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Luca 18,1-8)». … Da un lato, c’è una giovane vedova affascinante di nome Giuditta, cioè “Giudea”, un nome ovviamente simbolico; d’altro lato, si leva un generale corpulento e libidinoso, Oloferne, comandante in capo dell’esercito del re babilonese Nabucodonosor, nonostante il suo nome sia persiano (“fortunato”). Fissando la nostra attenzione sull’eroina, Giuditta, noteremo che diverrà una vera “madre della patria” ebraica, come altre donne dell’Antico Testamento: Debora, Giaele ed Ester. La sua stessa città reca un nome emblematico, Betulla, allusivo di Betel (“casa di Dio”), cioè “casa del Signore Dio”, o forse anche “vergine”, un titolo spesso attribuito a Israele. Conquistato con le arti della seduzione Oloferne, sostenuta dalla preghiera e dalla sua incrollabile fede, Giuditta accetta di partecipare a un festino nella tenda del generale. Lo fa ubriacare e poi, nella solitudine dell’alcova, con un colpo netto di scimitarra (spada ricurva) gli stacca il capo. Si rivela, così, lo scopo ultimo del racconto: è l’esaltazione della protezione che il Signore riserva agli oppressi, attraverso l’opera di una persona debole e ultima com’era considerata in Oriente una donna e soprattutto una vedova, priva anche della tutela del marito. Certo è che la figura di Giuditta, bella, ricca, giusta e fedele, si staglia in tutto il suo valore esemplare e il cantico finale che la esalta si trasforma in una vera e propria meditazione lirica sulla sua azione dietro la quale si erge Dio, lasciando però spazio anche ai rigurgiti nazionalistici (capitolo 16). Tra le varie acclamazioni che vengono riservate a questa donna nelle celebrazioni trionfali successive alla famosa notte ce n’è una che il cristianesimo ha poi adottato per esaltare Maria, la madre di Cristo: «Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu sei il magnifico vanto di Israele, tu splendido onore della nostra gente» (15, 9). E’ con questa aureola gloriosa che Giuditta è passata alla storia. Nonostante le molteplici offerte matrimoniali, essa per tutta la vita rimase vedova, fedele a suo marito Manasse, morto per un colpo di sole ancor giovane (8, 3). Giuditta si spense a centocinque anni e «la casa di Israele la pianse per sette giorni» (16, 23-24) – (Fonti letterarie: utile il crf con M.Hermans; P. Sauvage - Bibbia e Storia. Interpretazione e azione nel tempo. Traduzione di R. Pusceddu - Collana Studi Biblici - Ed. EDB)
Giudizio Col termine «giudizio» si intende, sostanzialmente, la decisione di Dio sugli uomini (secondo le loro opere) e spesso, purtroppo, una sentenza negativa (Giacomo 2,13; 5,12). Molte volte il «giudizio» è presentato come l'atto finale di Dio sul mondo che non si è convertito a Cristo (Giovanni 12,47-50; Matteo 13,40-43; 25,31-46).
Giudizio Finale Sarà il trionfo di Dio sul male. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell'ultimo giudizio (cf Ap 20,12) dopo l'ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa (cf 1 Pt 3,12-13) [677]. Annunciato da Gesù, e prima ancora dai profeti, rivelerà i segreti dei cuori, condannando l'incredulità e il rifiuto della grazia. In linea con i profeti (cf Dn 7,10; Gl 3,4; Ml 3,19) e Giovanni Battista (cf Mt 3,7-12) Gesù ha annunziato nella sua predicazione il Giudizio dell'ultimo Giorno. Allora saranno messi in luce la condotta di ciascuno (cf Mc 12,38-40) e il segreto dei cuori (cf Lc 12,1-3; Gv 3, 20-21; Rm 2,16; 1 Cor 4,5). Allora verrà condannata l'incredulità colpevole che non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio (cf Mt 11,20-24; 12,41-42). Davanti a Cristo - che è la Verità - si paleserà la verità di ogni uomo in relazione a Dio. Davanti a Cristo che è la Verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio (cf Gv 12,49). Il Giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena [1039]. Verrà giudicata l'accoglienza o il rifiuto della grazia e dell'amore di Dio a seconda del comportamento avuto nei confronti dei " piccoli " con i quali Gesù si è identificato. L'atteggiamento verso il prossimo rivelerà l'accoglienza o il rifiuto della grazia e dell'amore divino (cf Mt 5,22; 7,1- 5). Gesù dirà nell'ultimo giorno: " Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me " (Mt 25,40). Retribuzione secondo le opere di ciascuno. E per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica già da se stesso (cf Gv 3,18; 12,48), riceve secondo le sue opere (cf 1 Cor 3,12-15) e può anche condannarsi per l'eternità rifiutando lo Spirito d'amore (cf Mt 12,32; Eb 6,4-6; 10,26-31). Dio ha dato al Figlio il potere di giudicare. Cristo è Signore della vita eterna. Il pieno diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini appartiene a lui in quanto Redentore del mondo. Egli ha " acquisito " questo diritto con la sua croce. Anche il Padre " ha rimesso ogni giudizio al Figlio " (Gv 5,22; cf Gv 5,27; Mt 25,31; At 10,42; 17,31; 2 Tm 4,1). Il giudizio finale avverrà quando Cristo tornerà glorioso per pronunziare la parola definitiva sulla storia, e allora comprenderemo il suo significato nella Provvidenza divina. Il Giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l'ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l'opera della creazione e di tutta l'Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il Giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte (cf Ct 8,6) [1040]. La glorificazione dei giusti nel corpo e nell'anima e il rinnovamento dell'universo per la venuta in pienezza del Regno di Dio. Alla fine dei tempi, il Regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il Giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato : Allora la Chiesa " avrà il suo compimento... nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo " (LG 48)
Giudizio Particolare La Sacra Scrittura assicura reiteratamente che esiste una retribuzione immediata - in conseguenza dell'agire umano e della fede - subito dopo la morte. La morte pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo (cf 2 Tm 1,9-10). Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell'incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l'immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro (cf Lc 16,22) e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone (cf Lc 23,43) così come altri testi del Nuovo Testamento (cf 2 Cor 5,8; Fl 1,23; Eb 9,27; 12,23) parlano di una sorte ultima dell'anima (cf Mt 16, 26) che può essere diversa per le une e per le altre [1021]. Di conseguenza, il solenne Magistero della Chiesa afferma l'esistenza di un giudizio particolare dell'anima, immediatamente dopo la morte, che deciderà la sua purificazione prima di accedere alla beatitudine, oppure il suo ingresso immediato nel cielo, o la sua condanna, l'una e l'altra eterni. Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione (cf Conc. di Lione, DS 857-858; FCC 0.013-0.014); Conc. di Firenze, DS 1304-1306; FCC 0.022-0.024; Conc. di Trento, DS 1820), o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo (cf Benedetto XII, DS 1000-1001; FCC 0.011-0.018; Giovanni XXII, DS 990), oppure si dannerà immediatamente per sempre.
Giuramento Con questo atto ufficiale si coinvolgeva a testimone di un evento o di un dato Dio stesso. È per questo che, in caso di falsità, si consumava anche un gesto sacrilego, oltre che una perversione nelle relazioni sociali. Si comprende, così, sia il valore dell’ottavo comandamento del Decalogo (Esodo 20,7), sia il monito di Gesù in Matteo 5,33-37.
Giuramento (Segno del giuramento) Il segno del giuramento era «alzare la mano». La Sacra Scrittura ricorda il giuramento di Abramo (Genesi 14,22), ciò nondimeno, il giuramento con il quale il Signore si obbliga a dare a Israele la terra promessa. (Cfr. Esodo 6,8: «Vi condurrò alla terra per la quale ho alzato la mia mano giurando di darla ad Abramo, Isacco e Giacobbe, e ve la darò in eredità: io, il Signore»).
Giustificazione E’ l'azione dello Spirito Santo per la quale, morendo al peccato per l'assimilazione a Cristo nella sua Passione, l'uomo nasce ad una vita nuova in Cristo risuscitato, membro del suo Corpo che è la Chiesa. Per mezzo della potenza dello Spirito Santo, noi prendiamo parte alla Passione di Cristo morendo al peccato, e alla sua Risurrezione nascendo a una vita nuova; siamo le membra del suo Corpo che è la Chiesa (cf 1 Cor 12), i tralci innestati sulla Vite che è lui stesso (cf Gv 15,1-4) [1988]. Il perdono dei peccati, opera costante dello Spirito Santo e della sua misericordiosa iniziativa, è, inoltre, il primo passo verso la giustificazione, e deve essere preceduto dal processo di conversione del peccatore, secondo la pressante richiesta del Signore. La prima opera della grazia dello Spirito Santo è la conversione, che opera la giustificazione, secondo l'annuncio di Gesù all'inizio del Vangelo: " Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino " (Mt 4,17). Sotto la mozione della grazia, l'uomo si volge verso Dio e si allontana dal peccato, accogliendo così il perdono e la giustizia dall'Alto. " La giustificazione... non è una semplice remissione dei peccati, ma anche santificazione e rinnovamento dell'uomo interiore " (cf Conc. di Trento, DS 1528; FCC 8.061) [1989]. Gesù Cristo, con la sua passione e la sua croce offerte al Padre come propiziazione per i nostri peccati, ci meritò di essere accolti presso il Dio della misericordia come giusti, per mezzo del sacramento della fede, che è il Battesimo. La giustificazione ci è stata meritata dalla Passione di Cristo, che si è offerto sulla croce come ostia vivente, santa e gradita a Dio, e il cui sangue è diventato strumento di propiziazione per i peccati di tutti gli uomini. La giustificazione è accordata mediante il Battesimo, sacramento della fede. Essa ci conforma alla giustizia di Dio, il quale ci rende interiormente giusti con la potenza della sua misericordia. Ha come fine la gloria di Dio e di Cristo, e il dono della vita eterna (Conc. di Trento, DS 1529; FCC 8.062) [1992]. Come beneficiari della giustificazione, siamo affrancati dal peccato che ci priva dell'amore di Dio, e accogliamo la sua giustizia per la fede in Gesù Cristo, infusa nei nostri cuori insieme alla speranza e alla carità. La giustificazione separa l'uomo dal peccato che si oppone all'amore di Dio, e purifica dal peccato il suo cuore (...). La giustificazione è, al tempo stesso, l'accoglienza della giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo. Qui la giustizia designa la rettitudine dell'amore divino. Insieme con la giustificazione, vengono infuse nei nostri cuori la fede, la speranza e la carità, e ci è accordata l'obbedienza alla volontà divina [1990-1991]. Questa azione, la più grande dell'amore di Dio, in Gesù Cristo e nello Spirito che santifica, richiede che l'uomo collabori con la sua libertà alla grazia di Dio che prende l'iniziativa e salva. La giustificazione è l'opera più eccellente dell'amore di Dio, manifestato in Cristo Gesù e comunicato tramite lo Spirito Santo... [1994]. La giustificazione stabilisce la collaborazione tra la grazia di Dio e la libertà dell'uomo. Dalla parte dell'uomo essa si esprime nell'assenso della fede alla Parola di Dio che lo chiama alla conversione, e nella cooperazione della carità alla mozione dello Spirito Santo, che lo previene e lo custodisce [1993].
Sostanzialmente è la ferma e permanente volontà di dare a Dio l'onore, il culto e l'obbedienza dovuti (in tal caso viene detta virtù di religione) e al prossimo ciò che gli spetta con equità. Nella Scrittura l'uomo giusto viene spesso lodato. La giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata
Gloria Lode o esaltazione unanime e grandiosa; es.: Sia gloria a Dio nel più alto dei cieli. Motivo di onore o di vanto. 2. Grandezza o beatitudine divina; es.: Nel paradiso Dio si rivela in tutta la Sua gloria; Dio l’abbia in gloria, formula di benedizione e di rassegnato compianto per i defunti. 3. Figura d'insieme iconografica adorna di forme angeliche esaltanti; es.: la gloria del Bernini in San Pietro a Roma. 4. Espressione rituale liturgica di glorificazione della Santissima Trinità che inizia con le parole «Gloria al Padre … ». 5. Recitare un Gloria al Padre. 6. Tutti i salmi «finiscono in gloria»: in molti casi la conclusione è prevedibile ed immancabile (dal fatto che tutti i salmi dell’ufficio divino terminano con suddetta espressione rituale). 7. Parte fissa della Santa Messa, susseguente al «Kyrie» (Signore Pietà), talvolta nella Messa di Natale, e in quella pasquale, accompagnata dal suono festante delle campane; dal quale deriva l’es.: «sonare a gloria», esultare per un evento lungamente atteso; «aspettare a gloria»: con entusiastica partecipazione. [1]. Introduzione Generale. Nel linguaggio comune il significato di questo termine si è purtroppo «sfibrato». La «gloria» non è più accreditata (dai critici contemporanei) una «virtù», ma semplicemente uno «stimolo» a migliorarci in «virtù». Per il popolo ebraico la «gloria» designava invece il valore reale di qualcuno stimato in proporzione alla sua ricchezza, alla potenza o alla posizione sociale. L’espressione «Gloria di Jahvé» riguardava la persona «di Dio stesso, per quanto Egli si rivela in maestà, potenza, fulgore di santità, dinamismo del suo essere» (D. Mollat). La «Gloria di Jahvé» rimandava il fedele cristiano allo splendore di Dio nelle sue più alte manifestazioni (Es 14,18; Sal 102, 17) e apparizioni (Esodo 24,15 ss.; 1°Re 8,10 ss.; Isaia 6,1 e ss.). La «Gloria di Dio» si è manifestata nella vita e nel ministero di Gesù (Gv 1, 14-18; 11, 40) per «raggiungere l'apice» nella crocifissione (Gv 12, 23-31) e nella sua vittoria sulla morte. La «glorificazione di Cristo» si compie nei fedeli cristiani (Gv 17, 10): ma presso di loro la «gloria» non esprime un valore caratterizzante, come per Dio: esprime piuttosto la stima-valutazione che ogni fedele cristiano deve meritare, ai propri occhi e a quelli degli altri, compiendo lodevoli azioni. Si assimila dunque all’«onore». Altresì il «desiderio di gloria» può talvolta animare il soggetto al punto da fargli perdere il cosiddetto «senso della misura»: sospingendolo a proiettarsi in iniziative il cui scopo principale (se non l’unico), è quello di «sbalordire» gli altri, «farsi ammirare» dagli altri uomini. Il vanitoso, o meglio il «vanaglorioso» (per sua natura) brama di essere rinomato e onorato: è avido di piccole glorie, di effimera importanza! La teologia classica definisce tale vizio appunto: «vana-gloria». Per contrastarla il fedele-cristiano deve assolutamente giudicare con «occhio critico» questa sotto-specie di gloria, fragile e incostante (Salmo 49,17 ss.). Il fedele-cristiano, siccome cerca in tutto la volontà e la «Gloria di Dio», impara ad apprezzare (con costanza) l’«umiltà». Il fedele- cristiano si adopera, altresì, affinché tutta la sua vita terrena divenga un «inno» alla «gloria» di Dio (Efesini 1,14), infatti, con tutta la sua intelligenza e volontà, lavora per l’avvento del Regno. Se le circostanze lo richiedono, a prezzo del suo sangue, come San Pietro, egli «glorifica Dio» con il proprio martirio (Giovanni 21,19). E’ cosciente che un giorno parteciperà alla «gloria» stessa di Dio Padre. [1a]. Alcuni riferimenti biblici. Premessa generale. L’uso biblico del tema della «gloria» si evolve secondo due sfumature distinte, anche se affini. Per i «semiti», il «kàbòd» («gloria») dice il peso, la consistenza, l’importanza: «Il Dio di «gloria» è apparso! - (Atti degli Apostoli 7,2)». «La «gloria» del Signore li avvolse - (Luca 2,9)». «Noi abbiamo visto la sua «gloria» - (Giovanni 1,14)». Per i «greci», invece, la «doxà» («gloria») designa la fama, l’impressione fatta sugli altri: «voi onorati - (1°Cor 4,10)». «A Lui la «gloria» - (Galati 1,5)». [2]. Introduzione all’Antico Testamento. La «gloria» di Dio. Essa si riflette in tutto l’universo (Salmo 19,2) e «riempie tutta la terra - (Nm 14,21; Is 6,3)». I fenomeni cosmici eccezionali ne sono segni particolari (Es 24,17), e soprattutto lo è l’uragano (Salmo 29,3-9). La «gloria» si rende visibile sia negli avvenimenti della storia (Es 14,18; 16,7) che in quelli che tendono alla salvezza del popolo eletto (Is 35,1-4; 44,23). Essa appare anche nel santuario dove, fra tutti i segni rituali, la nube dell’incenso ne esprime la presenza (Es 40,34-35; 1°Re 8,10-11). Israele contempla questa «gloria» divina e la celebra nel culto, «rendendo gloria» con inni (Salmi 22,24; 50,15; 86,l2) e sacrifici - (Salmo 50,24). Anche le nazioni pagane intravedono la «gloria» di Dio. In primo luogo, constatando la salvezza di cui beneficia Israele e il castigo che le aspetta - (Ez 39,20: « … Fra le genti manifesterò la mia gloria e tutte le genti vedranno la giustizia che avrò fatta e la mano che avrò posta su di voi»); poi vedendo Gerusalemme, resa folgorante dalla presenza della «gloria» - (Isaia 60,1-3; 62,7; Baruc 5,3: « … perché Dio mostrerà il tuo splendore ad ogni creatura sotto il cielo»).E verrà il gIorno in cui tutti gli uomini, avendo visto la «gloria» di Dio, parteciperanno alle azioni cultuali che celebrano «la gloria del suo nome» - (Salmo 86,9). [2a]. Antico Testamento. Il termine vetero-testamentario «gloria-onore» deriva dalla radice che significa pesante-importante; iniziando dall’esperienza sensibile del «peso-carico» si giunge all’idea di «rilevanza-influenza», perciò di «essenza» ricca di significato. Così il pensiero di gloria si può applicare comunemente all’uomo. Innanzitutto la parola «gloria» indica semplicemente la ricchezza esteriore di un uomo, tutti i suoi beni mobili (Gn 31, 1; Salmo 49, 17s), quindi la sua reputazione, la sua posizione di prestigio (Gn 45,13; Salmo 8,6). Riferito ad un popolo, il termine indica la sua importanza tra le popolazioni (Is 16, 14; 21, 16; 17, 3). Perciò la «gloria» di una persona o di una cosa è più o meno un fatto esterno e visibile, e rende così manifesta la sua specifica importanza. Proverbi 26,1: «Come la neve d’estate e la pioggia alla mietitura così l’onore non conviene allo stolto». Salmo 8,6: « ... di gloria e d’onore lo ha coronato». Salmo 49,17: «Se vedi un uomo arricchirsi, non temere, se aumenta la gloria della sua casa. Quando muore con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria». Salmo 84,12: «Poiché sole e scudo è il Signore Dio; il Signore concede grazia e gloria». Anche la «gloria» di Dio, della quale molto più spesso parla l’Antico Testamento, originalmente indica qualcosa di sensibile che cade sotto gli occhi: la forza della manifestazione di Dio, che pur non essendo visibile, si manifesta tuttavia, in modo impressionante, come l’agente di fenomeni metereologici quali la tempesta e l’uragano (Esodo 24,l5ss; 19,l6ss; Salmo 29,3ss; 97). Si ha anche l’eco di immagini proprie dell’Antico Oriente, quando si afferma che gli esseri celesti danno gloria al re del cielo (Salmo 97,6; 24,7ss). La tradizione espande e modifica la concezione della gloria di Dio. In epoca più recente il concetto «si trasforma», divenendo meno concreto e più teologico. Nel cosiddetto «Codice Sacerdotale» la «Gloria di Dio» è la Sua apparizione luminosa dal cielo e la Sua presenza sulla terra; essa scende con la nube nella tenda dell’incontro (Es 16,l0s; 24,l5ss; 29,43; 40,34; Lv 9,6. 23s; Nm 10,lls; 14,10; 20,6 ecc.). Come il «Nome di Dio», qui la «Gloria» è la forma della Sua rivelazione o la Sua rappresentazione, un modo per indicare la vicinanza del Dio lontano. Secondo la grandiosa visione del profeta Ezechiele la «Gloria luminosa» di Dio si separa da Gerusalemme, per farvi ritorno in seguito, nel tempio ricostituito (Ez 1,28; 3,12.23; 8,4; 9,3; 10,4.18; 11,22s; 43,2. 4; 44,4). Anche qui la «gloria» è ancora concepita come una manifestazione circoscritta nello spazio, come la presenza di Dio, non a disposizione dell’uomo, in un determinato luogo. In ogni caso non si vuole per nulla intendere la gloria di Dio esclusivamente come l’essenza di Dio fuori del mondo ed inaccessibile all’uomo. L’Antico Testamento, piuttosto, può avere l’audacia di dire o avanzare la speranza che la gloria di Dio riempie la terra (Isaia 6,3; Nm 14,21). Soprattutto il «Deuteroisaia» annunzia la manifestazione della gloria di Dio, della sua potenza che s’impone su tutta la terra davanti a tutti gli uomini (Isaia 40,5) e gli altri profeti-messaggeri esprimono con le loro parole questa stessa promessa (35,2; 59,19; 60,1ss; 62,2; 66,5.18). Esodo 33,18: «Mostrami la tua Gloria!». Numeri 14,21: « ... per la mia Vita, com’è vero che tutta la terra sarà piena della gloria del Signore». Deuteronomio 32,3: « ... date gloria al nostro Dio». Salmo 19,2: «I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia firmamento». Salmo 24,9: «Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria. Chi è questo re della gloria? Il Signore degli eserciti è il re della gloria». Salmo 72,19: «E benedetto il suo nome glorioso per sempre, della sua gloria sia piena tutta la terra». Salmo 97,6: «I cieli annunziano la sua giustizia, e tutti i popoli contemplano sua gloria». Salmo 113,4: «... più alta dei cieli è la sua gloria». Ezechiele 43,4: «La gloria del Signore entrò nel tempio per la porta che guarda a Oriente. Lo spirito mi prese e mi condusse nell’atrio interno: ecco, la gloria del Signore riempiva il tempio». Isaia 6,3: «Proclamavano l’un l’altro: Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria». Isaia 40,5: «Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché bocca del Signore ha parlato». Isaia 60,1: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te». [3]. Nuovo Testamento. [3a]. La «gloria» di Cristo. Nel linguaggio più antico, questa «gloria» è legata alla risurrezione di Gesù (At 3,13.15; 1°Pt 1,21) e alla sua ascensione (Le 24,26). Gesù è «il Signore della gloria» (1°Cor 2,8). I Sinottici la vedono splendere nel battesimo e nella trasfigurazione di Gesù (Luca 9,29-31; 2° Pt 1,16-17). In Luca essa si manifesta alla nascita di Gesù (2,9.14). Secondo San Giovanni, la vita e la morte di Gesù sono glorificazione del Padre (12,28; 17,1); e il Padre, di ritorno, glorifica Gesù (12,23) comunicandogli la Sua «gloria» (1,14). Gli apostoli contemplano la Sua «gloria» (17,24). [3b]. Rendere «gloria» a Dio! Molti contenuti affermano il dovere dei fedeli-cristiani di rendere «gloria» a Dio Padre, come già si adoperavano i «testimoni diretti» delle opere compiute da Gesù (Marco 2,12; Luca 23,47). Come già accennato al precedente punto (7.) trattasi di un inno molto antico ispirato dal canto degli angeli quando nacque Cristo (Luca 2,14). Nella Messa latina, viene recitato o cantato nelle solennità, domeniche (eccetto in Avvento e in Quaresima) e feste. In Oriente, fa parte delle preghiere del mattino. [3c]. Gloria a Dio. Premessa. Nell' Antico Testamento, si chiama così la manifestazione radiante e maestosa della presenza di Dio (Esodo 33,8-23). Con l'Incarnazione, la Gloria del Figlio di Dio è già stata rivelata in questa vita (Giovanni 1,14), una gloria che ha raggiunto la sua pienezza nella sua morte e risurrezione (Giovanni 17,1.4-5). Come gli angeli (Luca 2,14), anche gli uomini sono chiamati a dare gloria e lode a Dio (Luca 17,18; Atti degli Apostoli 12,23). [3d]. «Gloria di Dio». Approfondimenti. «Gloria di Dio» terminologia utilizzata nella «tradizione di fede giudaica», sinonimo di «ciò che» nel Dio invisibile, trascendente, «troneggia nel cielo», può ostentarsi ed essere esperimentato dagli esseri umani. Fin dai «tempi pre-esilici», questa principio di fede implica che la «Gloria di Dio» troneggia nel tempio (Salmo 24,10 : «Chi è questo re della gloria? Il Signore degli eserciti è il re della gloria»), è esperimentata dall’orante (Salmo 66,2: « … cantate alla gloria del suo nome, date a lui splendida lode»). Siffatta «Gloria di Dio» può altresì apparire anche in natura! Nel contesto del «tempo pre-esilico» ciò che dissuade è anzitutto l’interrogativo sul ritorno della «Gloria di Dio» nel tempio - (Ezechiele 43,1-9: «Mi condusse allora verso la porta che guarda a oriente ed ecco che la gloria del Dio d'Israele giungeva dalla via orientale e il suo rumore era come il rumore delle grandi acque e la terra risplendeva della sua gloria. La visione che io vidi era simile a quella che avevo vista quando andai per distruggere la città e simile a quella che avevo vista presso il canale Chebàr. Io caddi con la faccia a terra. La gloria del Signore entrò nel tempio per la porta che guarda a oriente. Lo spirito mi prese e mi condusse nell'atrio interno: ecco, la gloria del Signore riempiva il tempio. Mentre quell'uomo stava in piedi accanto a me, sentii che qualcuno entro il tempio mi parlava e mi diceva: "Figlio dell'uomo, questo è il luogo del mio trono e il luogo dove posano i miei piedi, dove io abiterò in mezzo agli Israeliti, per sempre. E la casa d'Israele, il popolo e i suoi re, non profaneranno più il mio santo nome con le loro prostituzioni e con i cadaveri dei loro re e con le loro stele, collocando la loro soglia accanto alla mia soglia e i loro stipiti accanto ai miei stipiti, così che fra me e loro vi era solo il muro, hanno profanato il mio santo nome con tutti gli abomini che hanno commessi, perciò li ho distrutti con ira. Ma d'ora in poi essi allontaneranno da me le loro prostituzioni e i cadaveri dei loro re e io abiterò in mezzo a loro per sempre»). Il manifestarsi della «Gloria di Dio» riveste la cognizione esatta dell’importanza del ruolo d’Israele quale popolo dell’alleanza. Soprattutto in tempi di grande «grettezza» germoglia l’attesa di una comparizione escatologica e poi definitiva della «Gloria di Dio». La stessa Gloria che sgorga da Gerusalemme e da Sion, circoscrive i popoli, ricolma la terra (Is 4; 24; 40; 48; ecc.; Zc 2,9 ecc.). Nell’ambito del Nuovo Testamento la «Gloria di Dio» è invece designata, come abbiamo già citato col termine greco «doxa». Termine, quest’ultimo, che ricopre il significato di «esperienza dello splendore» della potenza divina, così come permane l’attesa della «rivelazione escatologica» della stessa «Gloria di Dio» - (Apocalisse 21,23-27: «La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l'onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d'impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell'Agnello»). Alla stessa «Gloria di Dio» si innalza la lode nella «dossologia» (espressione di preghiera che loda e glorifica Dio, spec. in forma di ss. Trinità; l’ultima strofa degli inni liturgici; nella celebrazione della Santa Messa è la parte finale della preghiera eucaristica). Nella «Rivelazione» offerta da Gesù Gesù è apparsa la «Gloria del Cristo» (2°Cor 4,4). La condivisione della «Gloria di Dio» è stata donata in modo unico a Gesù Cristo «coronato di Gloria» - (Ebrei 2,7-9: «Di poco l'hai fatto inferiore agli angeli, di gloria e di onore l'hai coronato e hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi. Avendogli assoggettato ogni cosa, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Tuttavia al presente non vediamo ancora che ogni cosa sia a Lui sottomessa. Però quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti»); la «Gloria di Dio» quale «dono di speranza» concessa ai fedeli-cristiani (Romani 5,2; 8,17). La stessa storia salvifica di Dio Padre è compresa, sin dalla creazione, come attestazione della «Gloria di Dio». Il tema della «Gloria di Dio» viene trattato dalla Teologia in ambito della «Liturgia» e alla sua lode a Dio. Il teologo H.U. von Balthasar (1905-1988) cercò di identificare le conoscenze della «Gloria di Dio» in forme luminose attraverso lo studio dell’intera corsa degli «eventi dello spirito» e della «rivelazione» - (Cfr.: Hans U. von Balthasar - Gloria. Una estetica teologica. Vol. 1: La percezione della forma - Tradotto da G. Ruggieri - Collana Già e non ancora - 1971 - Ed. Jaca Book). [3e]. I discepoli di Gesù lo fanno nelle assemblee di culto: alcune loro espressioni rituali riferite nei testi, esprimono tale orientamento (Galati 1,5; Romani 16,27); stesso riferimento contenuto dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo; con la loro vita: Giovanni 15,8; 1°Cor 6,18-20; con la loro morte: Giovanni 21,18-19. Per proseguire l’approfondimento, segnaliamo: [*] C. Steck - La Gloria di Dio appare. Il pensiero etico di Hans van Balthasar - Tradotto da L. Dal Lago - Collana Questioni di Etica Teologica - 2005 - Ed. Cittadella. [*] G. Cavalcoli - La Gloria di Cristo. Risurrezione, Ascensione, Pentecoste, Parusia. - Collana Quaderni di Formazione - 2002 - Ed. ESD - Edizioni Studio Domenicano. Ulteriori approfondimenti in : [*] A.M. Jerumanis - L’uomo splendore della Gloria di Dio. Estetica e Morale. - Collana Etica Teologica Oggi - 2005 - Ed. EDB. [*] M.J. Le Guillou - Passione e Gloria di Cristo. Meditazioni per il Triduo Pasquale. - Collana Cultura e Fede - 2002 - Ed. San Paolo Edizioni. [*] I. Biffi - I Sacramenti. O i gesti mirabili del crocifisso glorioso. - Collana Già e non ancora. Opuscoli. - 2007 - Ed. Jaca Book.
Glorificare [1]. Riconoscere degno di gloria, magnificare, esaltare. [2]. Rendere partecipe della beatitudine celeste; es.: Dio glorifica i suoi figli. [3]. Lodare con unanime riverenza: glorifichiamo il nome del Signore (dal latino tardo «glorificare»). [4]. Glorificare il nome del Signore. Giovanni 12,28: «Padre, glorifica il tuo nome". Venne allora una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!». 2° Tessalonicesi 1,12: «Anche per questo preghiamo di continuo per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e porti a compimento, con la sua potenza, ogni vostra volontà di bene e l’opera della vostra fede; perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo». Apocalisse 15,4: «Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo». [5]. Catechesi. «Il riferimento primo e ultimo di tale catechesi sarà sempre Gesù Cristo stesso, che è «la via, la verità e la vita - (Giovanni 14,6)». Guardando a lui nella fede, i cristiani possono sperare che egli stesso realizzi in loro le sue promesse, e che, amandolo con l'amore con cui egli li ha amati, compiano le opere che si addicono alla loro dignità: Vi prego di considerare che Gesù Cristo nostro Signore è il vostro vero Capo e che voi siete una delle sue membra. Egli sta a voi come il capo alle membra; tutto ciò che è suo è vostro, il suo Spirito, il suo Cuore, il suo Corpo, la sua anima e tutte le sue facoltà, e voi dovete usarne come se fossero cose vostre, per servire, lodare, amare e «glorificare» Dio. Voi appartenete a lui, come le membra al loro capo. Allo stesso modo egli desidera ardentemente usare tutto ciò che è in voi, al servizio e per la gloria del Padre, come se fossero cose che gli appartengono (S.Giovanni Eudes, Tractatus de admirabili corde Iesu; cf Liturgia delle Ore, IV, Ufficio delle letture del 19 agosto). […] L' arte sacra è vera e bella quando, nella sua forma, corrisponde alla vocazione che le è propria: evocare e «glorificare», nella fede e nella adorazione, il Mistero trascendente di Dio, Bellezza eccelsa di Verità e di Amore, apparsa in Cristo «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza (Eb 1,3)», nel quale «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9)», bellezza spirituale riflessa nella Santissima Vergine Madre di Dio, negli Angeli e nei Santi. L'autentica arte sacra conduce l'uomo all'adorazione, alla preghiera e all'amore di Dio Creatore e Salvatore, Santo e Santificatore - (Estratto dal «Catechismo della Chiesa Cattolica» - n. 1698.2502 - Ed. Libreria Editrice Vaticana)
Glorificazione [1]. Assunzione alla gloria (specialmente in senso religioso); es.: la gloria degli eletti! [2]. Esaltazione unanime; es.: la gloria degli eroi (dal latino tardo «glorificatìo -ònis»). [3]. «Glorificazione» di Cristo. Luca 24,51: «Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo». Giovanni 12,23-28: «Gesù rispose: E’giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome. Venne allora una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!». Giovanni 17,1-5: «Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse». Filippesi 2,9-11: «Per questo Dio l`ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre». Colossesi 3,4: «Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria». Ebrei 2,10: «Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria». 2°Pietro 1,16-18: «Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte». Gloria dei giusti, gloria dei discepoli. Giovanni 12,28: «Padre, glorifica il tuo nome. Venne allora una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!». Romani 8,29-30: «Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati». Apocalisse 11,12-13: «Allora udirono un grido possente dal cielo: Salite quassù e salirono al cielo in una nube sotto gli sguardi dei loro nemici. In quello stesso momento ci fu un grande terremoto che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti presi da terrore davano gloria al Dio del cielo». [4]. Catechesi. «La Parola di Dio, che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede, si presenta e manifesta la sua forza in modo eminente negli scritti del Nuovo Testamento” (Dei Verbum, 14). Questi scritti ci consegnano la verità definitiva della Rivelazione divina. Il loro oggetto centrale è Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato, le sue opere, i suoi insegnamenti, la sua passione e la sua glorificazione, come pure gli inizi della sua Chiesa sotto l'azione dello Spirito Santo. […] L'origine eterna dello Spirito si rivela nella sua missione nel tempo. Lo Spirito Santo è inviato agli Apostoli e alla Chiesa sia dal Padre nel nome del Figlio, sia dal Figlio in persona, dopo il suo ritorno al Padre (Gv 15,26; Gv 16,14). L'invio della Persona dello Spirito dopo la glorificazione di Gesù rivela in pienezza il Mistero della Santa Trinità. […] Così, col tempo, si può scoprire che Dio, nella sua Provvidenza onnipotente, può trarre un bene dalle conseguenze di un male, anche morale, causato dalle sue creature: “Non siete stati voi”, dice Giuseppe ai suoi fratelli, “a mandarmi qui, ma Dio; … se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene … per far vivere un popolo numeroso” (Gen 45,8 e 50,20). Dal più grande male morale che mai sia stato commesso, il rifiuto e l'uccisione del Figlio di Dio, causata dal peccato di tutti gli uomini, Dio, con la sovrabbondanza della sua grazia, ha tratto i più grandi beni: la glorificazione di Cristo e la nostra Redenzione. Con ciò, però, il male non diventa un bene. […] La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante. Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, “verso la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo” (Sacrosanctum concilium, 10). È nella Chiesa che si trova “tutta la pienezza dei mezzi di salvezza” (Unitatis redintegratio, 3). È in essa che “per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità” (Lumen gentium, 48). […] “Quest'opera della Redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell'Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del Mistero pasquale della sua beata Passione, Risurrezione da morte e gloriosa Ascensione, Mistero col quale "morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ci ha ridonato la vita". Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa” (Sacrosanctum concilium, 5). Per questo, nella Liturgia, la Chiesa celebra principalmente il Mistero pasquale per mezzo del quale Cristo ha compiuto l'opera della nostra salvezza» - (Stralci estratti dal «Catechismo della Chiesa Cattolica» - n. 124.244.312.824.1067 - Ed. Libreria Editrice Vaticana)
Glorioso Fatto segno di unanime ed incondizionata ammirazione o venerazione; es.: i gloriosi martiri della fede; i cinque misteri gloriosi, gli ultimi del Rosario, nei quali si contemplano le glorie del Cristo trionfante e della Vergine Maria. [2]. Dispensatore di gloria. [3]. Superbo, orgoglioso, specialmente nelle frasi: essere, andar glorioso di qualcosa, esserne compiaciuto, menarne vanto. [4]. Alcuni riferimenti biblici dell’A.T.. Sapienza 3,15: «poiché il frutto delle opere buone è glorioso e imperitura la radice della saggezza»; 9,10: «Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito»; 18,8: «Difatti come punisti gli avversari, così ci rendesti gloriosi, chiamandoci a te»; 19,22: «In tutti i modi, o Signore, hai magnificato e reso glorioso il tuo popolo e non l’hai trascurato assistendolo in ogni tempo e in ogni luogo». Siracide 24,12: «Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua eredità»; 45,2: «Lo rese glorioso come i santi e lo rese grande a timore dei nemici»; 46,2: «Come era glorioso quando alzava le braccia e brandiva la spada contro le città!». [5]. Catechesi. «Ciò che Cristo ha affidato agli Apostoli, costoro l'hanno trasmesso con la predicazione o per iscritto, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, a tutte le generazioni, fino al ritorno «glorioso» di Cristo. […] Alla soglia della vita pubblica: il battesimo; alla soglia della Pasqua: la Trasfigurazione. Col battesimo di Gesù declaratum fuit mysterium primae regenerationis - fu manifestato il mistero della prima rigenerazione: il nostro Battesimo; la Trasfigurazione est sacramentum secundae regenerationis - è il sacramento della seconda rigenerazione: la nostra risurrezione (S. Tommaso - Summa theologiae, III, 45, 4, ad 2). Fin d'ora noi partecipiamo alla Risurrezione del Signore mediante lo Spirito Santo che agisce nel sacramento del Corpo di Cristo. La Trasfigurazione ci offre un anticipo della venuta «gloriosa» di Cristo il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo «glorioso» (Fil 3,21). Ma ci ricorda anche che è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio (At 14,22) … . […] La permanenza di Cristo nella tomba costituisce il legame reale tra lo stato di passibilità di Cristo prima della Pasqua e il suo stato attuale «glorioso» di risorto. È’ la medesima Persona del Vivente che può dire: Io ero morto, ma ora vivo per sempre (Apocalisse 1,18). […] Gesù risorto stabilisce con i suoi discepoli rapporti diretti, attraverso il contatto e la condivisione del pasto. Li invita a riconoscere da ciò che egli non è un fantasma, ma soprattutto a constatare che il corpo risuscitato con il quale si presenta a loro è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione … . […] Questo corpo autentico e reale possiede però al tempo stesso le proprietà nuove di un corpo «glorioso»; esso non è più situato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente a suo modo dove e quando vuole, poiché la sua umanità non può più essere trattenuta sulla terra e ormai non appartiene che al dominio divino del Padre. Anche per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire come vuole: sotto l'aspetto di un giardiniere o sotto altre sembianze, che erano familiari ai discepoli, e ciò per suscitare la loro fede. […] La Risurrezione di Cristo è oggetto di fede in quanto è un intervento trascendente di Dio stesso nella creazione e nella storia. In essa, le tre Persone divine agiscono insieme e al tempo stesso manifestano la loro propria originalità. Essa si è compiuta per la potenza del Padre che ha risuscitato Cristo, suo Figlio, e in questo modo ha introdotto in maniera perfetta la sua umanità con il suo Corpo nella Trinità. Gesù viene definitivamente costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la Risurrezione dai morti (Romani 1,3-4). San Paolo insiste sulla manifestazione della potenza di Dio per l'opera dello Spirito che ha vivificato l'umanità morta di Gesù e l’ha chiamata allo stato «glorioso» di Signore. […] Cristo «glorioso», venendo alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, rivelerà la disposizione segreta dei cuori e renderà a ciascun uomo secondo le sue opere e secondo l'accoglienza o il rifiuto della grazia. […] Il Giudizio finale avverrà al momento del ritorno «glorioso» di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l'ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l'opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il Giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte.[…] … la Chiesa fa memoria della Passione, della Risurrezione e del ritorno «glorioso» di Gesù Cristo; essa presenta al Padre l'offerta di suo Figlio che ci riconcilia con lui; nelle intercessioni, la Chiesa manifesta che l’Eucaristia viene celebrata in comunione con tutta la Chiesa del cielo e della terra, dei vivi e dei defunti, e nella comunione con i pastori della Chiesa, il Papa, il vescovo della diocesi, il suo presbiterio e i suoi diaconi, e tutti i vescovi del mondo con le loro Chiese. […]Possiamo adorare il Padre perché egli ci ha fatti rinascere alla sua vita adottandoci come suoi figli nel suo Figlio unigenito: per mezzo del Battesimo, ci incorpora al Corpo del suo Cristo, e, per mezzo dell'Unzione del suo Spirito che scende dal Capo nelle membra, fa di noi dei cristi (unti): In realtà, Dio che ci ha predestinati all’adozione di figli, ci ha resi conformi al Corpo «glorioso» di Cristo. Ormai divenuti partecipi di Cristo, siete naturalmente chiamati cristi (S. Cirillo - Catecheses mistagogicae, 3, 1: PG 33, 1088°). L'uomo nuovo, che è rinato e restituito, mediante la grazia, al suo Dio, dice innanzitutto: Padre, perché è diventato figlio (S.Cipriano - De oratione dominica, 9: PL 4, 525)» - (Stralci estratti dal «Catechismo della Chiesa Cattolica» - n. 96.556.625.645.648. 682.1040.1354.2782 - Ed. Libreria Editrice Vaticana). Ulteriori approfondimenti in : Inos Biffi - I sacramenti. O i gesti mirabili del crocifisso glorioso. - Collana Già e non ancora - 2007 - Ed. Jaca Book
Gnosticismo Corrente filosofica e religiosa di origine anteriore al cristianesimo, che dalla fine del I° secolo a tutto il secolo IV° si diffuse nel mondo cristiano, relativamente all’indagine intorno ai misteri della divinità (gnosi). Malgrado la varietà dei riti e la differenza delle «cosmogonie», esistono fra i vari gruppi gnostici elementi comuni, perché una è la radice da cui l’«eresia gnostica» muove, l’idea che la fede degli Apostoli possa essere superata da una comprensione razionale, che ne sveli ogni mistero. Sono d’altronde riconoscibili nello gnosticismo idee platoniche e concetti propri delle religioni orientali: Dio diviene una mera astrazione filosofica, non più il Dio vivente che ama l’uomo. Di contro gli sta il mondo della materia, inquinata dal male e dalla morte e, siccome la perfezione di Dio non può avere contatti col male, gli gnostici crearono un sistema di enti spirituali, gli «eoni», celesti proto-modelli delle cose materiali (affinità con le idee di Platone). In alcune forme di gnosticismo, uno di questi eoni, per il suo immoderato desiderio di conoscenza, si allontana sempre più dalla perfezione che l’ha generato e dà origine al mondo sensibile per mezzo di un Dio inferiore, negatore della grandezza del Dio perfetto, il «demiurgo», che comanda i «sette angeli o arconti creatori», dai quali provengono le Sacre Scritture. La legge del demiurgo giudaico, per l’antigiudaismo che pervase la gnosi, no ha alcun potere di salvazione. Questa redenzione è affidata a Cristo, eone celeste, che risolleva l’umanità senza avere bisogno di riscattarla con le sofferenze puramente apparenti della sua passione, ma per mezzo della conoscenza (gnosi) del Dio supremo e della genesi dell’universo. Il dualismo sulla natura divina e le numerose pratiche dei misteri gnostici sono prettamente iranici e babilonesi, ma erano già stati precedentemente assimilati dal mondo ellenistico ed ebbero perciò largo seguito anche nel popolo, che pur non aveva dimestichezza con le concezioni filosofiche orientali. Da queste poche idee direttric comuni ai vari aspetti dello gnosticismo è evidente l’incompatibilità con concetti della Chiesa Apostolica: questa, pur nutrendo la massima stima per la ragione, ritiene che la fede sia ad essa superiore e non possa essere superata e capita; la fede infatti non è un momento transitorio, a cui si fermerebbe solo un popolo ignorante, ma riguarda tutti, dotti e filosofi inclusi. Fenomeni gnostici sono comuni anche ad altre religioni che niente hanno a che vedere col credo cristiano, come pretesa di comprensione razionale di ogni mistero. Tra i vari gruppi gnostici dei quali si ha più vasta documentazione, sia attraverso i loro stessi presunti vangeli sia per mezzi degli scritti polemici dei dottori della Chiesa, vi sono quelli barbero-gnostici, docetisti, manicaici, ecc.. Per completare il quadro delle dottrine gnostiche e per meglio rivelarne il macchinoso cerebralismo, va aggiunto che presso talune di esse si credette nella «metempsicosi», nella non colpevolezza del peccatore, la cui anima deve tuttavia scontare le conseguenze del peccato, e in complicate procreazioni di eoni allegorici, in cui Gesù e Cristo figurano, fra l’altro, come due persone diverse. – Documenti – «Nelle catechesi sulle grandi figure della Chiesa dei primi secoli arriviamo oggi alla personalità eminente di sant’Ireneo di Lione. Le notizie biografiche su di lui provengono dalla sua stessa testimonianza, tramandata a noi da Eusebio nel quinto libro della Storia Ecclesiastica. Ireneo nacque con tutta probabilità a Smirne (oggi Izmir, in Turchia) verso il 135-140, dove ancor giovane fu alla scuola del Vescovo Policarpo, discepolo a sua volta dell'apostolo Giovanni. Non sappiamo quando si trasferì dall'Asia Minore in Gallia, ma lo spostamento dovette coincidere con i primi sviluppi della comunità cristiana di Lione: qui, nel 177, troviamo Ireneo annoverato nel collegio dei presbiteri. Proprio in quell'anno egli fu mandato a Roma, latore di una lettera della comunità di Lione al Papa Eleuterio. La missione romana sottrasse Ireneo alla persecuzione di Marco Aurelio, nella quale caddero almeno quarantotto martiri, tra cui lo stesso Vescm, persegue un duplice scopo: difendere la vera dottrina dagli assalti degli eretici, ed esporre con chiarezza le verità della fede. A questi fini corrispondono esattamente le due opere che di lui ci rimangono: i cinque libri Contro le eresie, e l'Esposizione della predicazione apostolica (che si può anche chiamare il più antico “catechismo della dottrina cristiana”). In definitiva, Ireneo è il campione della lotta contro le eresie. La Chiesa del II secolo era minacciata dalla cosiddetta gnosi, una dottrina la quale affermava che la fede insegnata nella Chiesa sarebbe solo un simbolismo per i semplici, che non sono in grado di capire cose difficili; invece, gli iniziati, gli intellettuali — gnostici, si chiamavano — avrebbero capito quanto sta dietro questi simboli, e così avrebbero formato un cristianesimo elitario, intellettualista. Ovviamente questo cristianesimo intellettualista si frammentava sempre più in diverse correnti con pensieri spesso strani e stravaganti, ma attraenti per molti. Un elemento comune di queste diverse correnti era il dualismo, cioé si negava la fede nell'unico Dio Padre di tutti, Creatore e Salvatore dell'uomo e del mondo. Per spiegare il male nel mondo, essi affermavano l’esistenza, accanto al Dio buono, di un principio negativo. Questo principio negativo avrebbe prodotto le cose materiali, la materia. Radicandosi saldamente nella dottrina biblica della creazione, Ireneo confuta il dualismo e il pessimismo gnostico che svalutavano le realtà corporee. Egli rivendicava decisamente l'originaria santità della materia, del corpo, della carne, non meno che dello spirito. Ma la sua opera va ben oltre la confutazione dell'eresia: si può dire infatti che egli si presenta come il primo grande teologo della Chiesa, che ha creato la teologia sistematica; egli stesso parla del sistema della teologia, cioé dell'interna coerenza di tutta la fede. Al centro della sua dottrina sta la questione della “regola della fede” e della sua trasmissione. Per Ireneo la “regola della fede” coincide in pratica con il Credo degli Apostoli, e ci dà la chiave per interpretare il Vangelo, per interpretare il Credo alla luce del Vangelo. Il simbolo apostolico, che è una sorta di sintesi del Vangelo, ci aiuta a capire che cosa vuol dire, come dobbiamo leggere il Vangelo stesso. Di fatto il Vangelo predicato da Ireneo è quello che egli ha ricevuto da Policarpo, Vescovo di Smirne, e il Vangelo di Policarpo risale all’apostolo Giovanni, di cui Policarpo era discepolo. E così il vero insegnamento non è quello inventato dagli intellettuali al di là della fede semplice della Chiesa. Il vero Evangelo è quello impartito dai Vescovi che lo hanno ricevuto in una catena ininterrotta dagli Apostoli. Questi non hanno insegnato altro che proprio questa fede semplice, che è anche la vera profondità della rivelazione di Dio. Così — ci dice Ireneo — non c'è una dottrina segreta dietro il comune Credo della Chiesa. Non esiste un cristianesimo superiore per intellettuali. La fede pubblicamente confessata dalla Chiesa è la fede comune di tutti. Solo questa fede è apostolica, viene dagli Apostoli, cioé da Gesù e da Dio. Aderendo a questa fede trasmessa pubblicamente dagli Apostoli ai loro successori, i cristiani devono osservare quanto i Vescovi dicono, devono considerare specialmente l'insegnamento della Chiesa di Roma, preminente e antichissima. Questa Chiesa, a causa della sua antichità, ha la maggiore apostolicità, infatti trae origine dalle colonne del Collegio apostolico, Pietro e Paolo. Con la Chiesa di Roma devono accordarsi tutte le Chiese, riconoscendo in essa la misura della vera tradizione apostolica, dell'unica fede comune della Chiesa. Con tali argomenti, qui molto brevemente riassunti, Ireneo confuta dalle fondamenta le pretese di questi gnostici, di questi intellettuali: anzitutto essi non posseggono una verità che sarebbe superiore a quella della fede comune, perché quanto essi dicono non è di origine apostolica, è inventato da loro; in secondo luogo, la verità e la salvezza non sono privilegio e monopolio di pochi, ma tutti le possono raggiungere attraverso la predicazione dei successori degli Apostoli, e soprattutto del Vescovo di Roma. In particolare - sempre polemizzando con il carattere “segreto” della tradizione gnostica, e notandone gli esiti molteplici e fra loro contraddittori - Ireneo si preoccupa di illustrare il genuino concetto di Tradizione apostolica, che possiamo riassumere in tre punti. (a). La Tradizione apostolica è “pubblica”, non privata o segreta. Per Ireneo non c'è alcun dubbio che il contenuto della fede trasmessa dalla Chiesa è quello ricevuto dagli Apostoli e da Gesù, dal Figlio di Dio. Non esiste altro insegnamento che questo. Pertanto chi vuole conoscere la vera dottrina basta che conosca “la Tradizione che viene dagli Apostoli e la fede annunciata agli uomini”: tradizione e fede che “sono giunte fino a noi attraverso la successione dei vescovi” (Adv. Haer. 3,3,3-4). Così successione dei Vescovi, principio personale e Tradizione apostolica, principio dottrinale coincidono. (b). La Tradizione apostolica è “unica”. Mentre infatti lo gnosticismo è suddiviso in molteplici sètte, la Tradizione della Chiesa è unica nei suoi contenuti fondamentali, che - come abbiamo visto - Ireneo chiama appunto regula fidei o veritatis: e così perchè è unica, crea unità attraverso i popoli, attraverso le culture diverse, attraverso i popoli diversi; è un contenuto comune come la verità, nonostante la diversità delle lingue e delle culture. C'è una frase molto preziosa di sant'Ireneo nel libro Contro le eresie: “La Chiesa, benché disseminata in tutto il mondo, custodisce con cura [la fede degli Apostoli], come se abitasse una casa sola; allo stesso modo crede in queste verità, come se avesse una sola anima e lo stesso cuore; in pieno accordo queste verità proclama, insegna e trasmette, come se avesse una sola bocca. Le lingue del mondo sono diverse, ma la potenza della tradizione è unica e la stessa: le Chiese fondate nelle Germanie non hanno ricevuto né trasmettono una fede diversa, né quelle fondate nelle Spagne o tra i Celti o nelle regioni orientali o in Egitto o in Libia o nel centro del mondo” (1,10,1-2). Si vede già in questo momento, siamo nell'anno 200, l'universalità della Chiesa, la sua cattolicità e la forza unificante della verità, che unisce queste realtà così diverse, dalla Germania, alla Spagna, all'Italia, all'Egitto, alla Libia, nella comune verità rivelataci da Cristo. (c). Infine, la Tradizione apostolica è come lui dice nella lingua greca nella quale ha scritto il suo libro, “pneumatica”, cioè spirituale, guidata dallo Spirito Santo: in greco spirito si dice pneuma. Non si tratta infatti di una trasmissione affidata all'abilità di uomini più o meno dotti, ma allo Spirito di Dio, che garantisce la fedeltà della trasmissione della fede. E' questa la “vita” della Chiesa, ciò che rende la Chiesa sempre fresca e giovane, cioè feconda di molteplici carismi. Chiesa e Spirito per Ireneo sono inseparabili: “Questa fede”, leggiamo ancora nel terzo libro Contro le eresie, “l'abbiamo ricevuta dalla Chiesa e la custodiamo: la fede, per opera dello Spirito di Dio, come un deposito prezioso custodito in un vaso di valore ringiovanisce sempre e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene... Dove è la Chiesa, lì è lo Spirito di Dio; e dove è lo Spirito di Dio, lì è la Chiesa e ogni grazia” (3,24,1). Come si vede, Ireneo non si limita a definire il concetto di Tradizione. La sua tradizione, la Tradizione ininterrotta, non è tradizionalismo, perché questa Tradizione è sempre internamente vivificata dallo Spirito Santo, che la fa di nuovo vivere, la fa essere interpretata e compresa nella vitalità della Chiesa. Stando al suo insegnamento, la fede della Chiesa va trasmessa in modo che appaia quale deve essere, cioè “pubblica”, “unica”, “pneumatica”, “spirituale”. A partire da ciascuna di queste caratteristiche si può condurre un fruttuoso discernimento circa l'autentica trasmissione della fede nell'oggi della Chiesa. Più in generale, nella dottrina di Ireneo la dignità dell'uomo, corpo e anima, è saldamente ancorata nella creazione divina, nell’immagine di Cristo e nell’opera permanente di santificazione dello Spirito. Tale dottrina è come una “via maestra” per chiarire insieme a tutte le persone di buona volontà l'oggetto e i confini del dialogo sui valori, e per dare slancio sempre nuovo all'azione missionaria della Chiesa, alla forza della verità che è la fonte di tutti i veri valori del mondo» - (Estratto dall’Udienza Generale di Papa Benedetto XVI° - Mercoledì, 28 Marzo 2007 - Ed. Libreria Editrice Vaticana – Per ogni altro eventuale approfondimento del tema : B.Mondin - Dizionario dei Teologi - Ed. ESD).
Golgota A ovest di Gerusalemme, fuori delle mura della città a quell'epoca. Questo luogo costituiva una leggera elevazione del terreno, a forma di «cranio» e questo è il senso della parola «Golgota» in aramaico («Calvario» secondo il latino). Nella iconografia, il cranio, in basso, al fondo di un quadro (o di una statua), non ha lo scopo di evocare la morte, bensì, quello di significare che la scena si svolge al «Calvario».
Gommorra Era un'antica città situata vicino al Mar Morto. Nel Libro della Genesi vi troviamo scritto che il Signore Iddio la distrusse col rogo, fondamentalmente per la malvagità e la scelleratezza dei suoi abitanti:« … Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quand'ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall'alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace. Così, quando Dio distrusse le città della valle, Dio si ricordò di Abramo e fece sfuggire Lot alla catastrofe, mentre distruggeva le città nelle quali Lot aveva abitato … (19,23-29)».
Condizione di utilizzo, o godimento di un bene senza alcun rimborso. [1]. Gratuità dei prodigi di Dio. Giosuè 24,13: «Vi diedi una terra, che voi non avevate lavorata, e abitate in città, che voi non avete costruite, e mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti, che non avete piantati». Qoèlet 5,17-19: «Ecco quello che ho concluso: è meglio mangiare e bere e godere dei beni in ogni fatica durata sotto il sole, nei pochi giorni di vita che Dio gli da: è questa la sua sorte. Ogni uomo, a cui Dio concede ricchezze e beni, ha anche facoltà di goderli e prendersene la sua parte e di godere delle sue fatiche: anche questo è dono di Dio. Egli non penserà infatti molto ai giorni della sua vita, poiché Dio lo tiene occupato con la gioia del suo cuore». Sapienza 8,21: «Sapendo che non l’avrei altrimenti ottenuta, se Dio non me l’avesse concessa, ed era proprio dell’intelligenza sapere da chi viene tale dono mi rivolsi al Signore e lo pregai». 1°Corinti 4,7: «Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?» 1°Corinti 12,11: «Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole». 1°Corinti 15,10: «Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me». [2]. Gratuità della Salvezza. Sapienza 6,13: «Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano». Sapienza 6,16: «Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza». Luca 12,31-34: «Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta. Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore». Romani 3,22-24: «E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù». [3]. Gratuità: generosità dell’uomo. Siracide 7,33: «La tua generosità si estenda a ogni vivente e al morto non negare la tua grazia». Luca 6,32-35: «Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi». Luca 14,13: «Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti». [4]. Catechesi. «Poiché nascono con una natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale, anche i bambini hanno bisogno della nuova nascita nel Battesimo per essere liberati dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno della libertà dei figli di Dio, alla quale tutti gli uomini sono chiamati. La pura «gratuità» della grazia della salvezza si manifesta in modo tutto particolare nel Battesimo dei bambini. La Chiesa e i genitori priverebbero quindi il bambino della grazia inestimabile di diventare figlio di Dio se non gli conferissero il Battesimo poco dopo la nascita. […]Infine la nostra lotta deve affrontare ciò che sentiamo come nostri insuccessi nella preghiera: scoraggiamento dinanzi alle nostre aridità, tristezza di non dare tutto al Signore, poiché abbiamo molti beni, delusione per non essere esauditi secondo la nostra volontà, ferimento del nostro orgoglio che si ostina sulla nostra indegnità di peccatori, allergia alla «gratuità» della preghiera, ecc. La conclusione è sempre la stessa: perché pregare? Per vincere tali ostacoli, si deve combattere in vista di ottenere l'umiltà, la fiducia e la perseveranza» - (Estratto dal «Catechismo della Chiesa Cattolica» n. 1250.2728 – Ed. Libreria Editrice Vaticana). [5]. Documenti. «Il soggetto della teologia, in senso proprio e fontale, non può che essere Colui che ha l'iniziativa assoluta nell'incontro fra l'esodo e l'avvento: il Dio vivente e santo. E’ Lui che, venendo all’uomo, suscita anche l'aprirsi della creatura al Mistero: è Lui che amando ci rende capaci di amare e apre gli occhi della mente di chi si sforza di conoscerLo nella intelligenza della fede. Deus semper prior et semper maior!: Dio viene sempre prima ed è sempre incatturabile ulteriorità. E’ Lui l’eterna presupposizione di ogni possibile iniziativa dell'esodo, di ogni via che, dalla morte, si apra verso la vita: è Lui il creatore e il redentore dell'uomo. Per pura gratuità, senza essere in alcun modo costretta, la Sua Parola è uscita dall'eterno silenzio del dialogo senza fine dell'Amore: essa «si è fatta carne» (Giovanni 1,14) per rendersi accessibile e comunicabile all'uomo. E quanto in essa ci è stato donato di invisibile, di inaudito e di impensabile, è lo Spirito che lo rende presente per noi: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio ... Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato» (1°Cor 2,9s.12)» - (Estratto da «La Chiesa soggetto plenario della Teologia: per una pluralità sinfonica» di S.E. Mons. Bruno Forte – Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto – Ordinario di Teologia Dogmatica nella Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Napoli). Ulteriori approfondimenti reperibili in : [*]. R. Mancini - Esistenza e gratuità. Antropologia della condivisione. - Curato da G. Cacciatore - Collana Orizzonti nuovi - 1996 - Ed. Cittadella. [*]. M. De Vries - Verso una grauità feconda. L’avventura ecumenica di Grandchamp - Collana Sentinelle di Frontiera - 2008 - Ed. Paoline Editoriale Libri. [*]. A. Aufiero - F. D’Apollonio - La gratuità si fa gratitudine. Quale santità nel ministero del sofferente? - Collana Pagine Brevi - 2002 - Ed. Centro Volontari Sofferenza. [*]. M. Bellet - Invito. Elogio della gratuità e dell’astinenza. - Tradotto da G. Pulit - Collana Riflessi - 2004 - Ed. EMP
Guardiano [1]. Definizione. Nella lingua corrente è chi custodisce e vigila specialmente spazi e territori, altresì è anche chi sta in capo di un convento di frati francescani. Il termine in greco è «thyrorós». Indica di per sé il «portinaio». Nelle parole di Gesù ora rimanda al custode dell’ovile che accoglie il pastore (Giovanni 10,3), ora al portiere di una casa (Marco 13,34). Nella narrazione della passione di Cristo, secondo il Vangelo di Giovanni, è invece la «portinaia» del palazzo del sommo sacerdote che fa sprofondare Pietro nella negazione del suo legame con Gesù il Cristo (18,16-17). [2]. Alcuni riferimenti biblici. [2a]. Antico Testamento. « … Allora il Signore disse a Caino: "Dov`è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?" … (Genesi 4,9)». « … Davide si alzò di buon mattino: lasciò il gregge alla cura di un guardiano, prese la roba e partì come gli aveva ordinato Iesse. Arrivò all`accampamento quando le truppe uscivano per schierarsi e lanciavano il grido di guerra … (1°Samuele 17,20)». « … Il guardiano di un fico ne mangia i frutti, chi ha cura del suo padrone ne riceverà onori … (Proverbi 27,18)». « … Io, il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che venga danneggiata, io ne ho cura notte e giorno … (Isaia 27,3)». « … I suoi guardiani sono tutti ciechi, non si accorgono di nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi … (Isaia 56,10)». « … Giacobbe fuggì nella regione di Aram, Israele prestò servizio per una donna e per una moglie fece il guardiano di bestiame … (Osea 12,13)». [2b]. Nuovo Testamento. « … Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori … (Giovanni 10,3)». « … Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime … (1° Pietro 2,25)». [3]. Documenti. « … Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra". […] Dopo il delitto, Dio interviene a vendicare l'ucciso. Di fronte a Dio, che lo interroga sulla sorte di Abele, Caino, anziché mostrarsi impacciato e scusarsi, elude la domanda con arroganza: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gn 4, 9). «Non lo so»: con la menzogna Caino cerca di coprire il delitto. Così è spesso avvenuto e avviene quando le più diverse ideologie servono a giustificare e a mascherare i più atroci delitti verso la persona. «Sono forse io il guardiano di mio fratello?»: Caino non vuole pensare al fratello e rifiuta di vivere quella responsabilità che ogni uomo ha verso l'altro. Viene spontaneo pensare alle odierne tendenze di deresponsabilizzazione dell'uomo verso il suo simile, di cui sono sintomi, tra l'altro, il venir meno della solidarietà verso i membri più deboli della società ? quali gli anziani, gli ammalati, gli immigrati, i bambini ? e l'indifferenza che spesso si registra nei rapporti tra i popoli anche quando sono in gioco valori fondamentali come la sussistenza, la libertà e la pace. […] «Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gn 4, 9): un'idea perversa di libertà. Il panorama descritto chiede di essere conosciuto non soltanto nei fenomeni di morte che lo caratterizzano, ma anche nelle molteplici cause che lo determinano. La domanda del Signore «Che hai fatto?» (Gn 4, 10) sembra essere quasi un invito rivolto a Caino ad andare oltre la materialità del suo gesto omicida, per coglierne tutta la gravità nelle motivazioni che ne sono all'origine e nelle conseguenze che ne derivano. Le scelte contro la vita nascono, talvolta, da situazioni difficili o addirittura drammatiche di profonda sofferenza, di solitudine, di totale mancanza di prospettive economiche, di depressione e di angoscia per il futuro. Tali circostanze possono attenuare anche notevolmente la responsabilità soggettiva e la conseguente colpevolezza di quanti compiono queste scelte in sé criminose. Tuttavia oggi il problema va ben al di là del pur doveroso riconoscimento di queste situazioni personali. Esso si pone anche sul piano culturale, sociale e politico, dove presenta il suo aspetto più sovversivo e conturbante nella tendenza, sempre più largamente condivisa, a interpretare i menzionati delitti contro la vita come legittime espressioni della libertà individuale, da riconoscere e proteggere come veri e propri diritti. […] Proprio in questo senso si può interpretare la risposta di Caino alla domanda del Signore «Dov'è Abele, tuo fratello?»: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gn 4, 9). Sì, ogni uomo è «guardiano di suo fratello», perché Dio affida l'uomo all'uomo. Ed è anche in vista di tale affidamento che Dio dona a ogni uomo la libertà, che possiede un'essenziale dimensione relazionale. Essa è grande dono del Creatore, posta com'è al servizio della persona e della sua realizzazione mediante il dono di sé e l'accoglienza dell'altro; quando invece viene assolutizzata in chiave individualistica, la libertà è svuotata del suo contenuto originario ed è contraddetta nella sua stessa vocazione e dignità. […] » – (Stralci originali estratti da «Evangelium vitae ai vescovi ai presbiteri e ai diaconi ai religiosi e alle religiose ai fedeli laici e a tutte le persone di buona volontà sul valore e l'inviolabilità della vita umana» di Papa Giovanni Paolo II° – 25.03.1995 – Ed. Libreria Editrice Vaticana).
Guarigione-i Nel linguaggio comune si intende: il recupero della salute in seguito al superamento di una malattia; es.: una «guarigione difficile, miracolosa. 2. Il guarire e il suo risultato: ottenere una perfetta «guarigione»; essere in via di «guarigione», ti auguro una pronta «guarigione»! 3. Far guarire, il ridare la salute: è un medico che opera molte «guarigioni». [1] Introduzione. Molte individui si ammalano perché hanno dentro di sé qualcosa che si è spezzato. Il malessere si ripercuote spesso su tutto l’organismo umano. Nel linguaggio comune «essere sano» significa essere inalterato, integro, essere rappacificato con tutto quello che c’è in me. Come accaduto nel passato, talvolta ci si presentano forme contemporanee di spiritualità, di religiosità, che ci fanno ammalare! Chi si identifica con «ideali elevati», corre sempre il pericolo di trascurare la propria realtà. Talvolta, ciò che non si vuole ammettere in se stessi viene allontanato o smorzato. Ma non possiamo rimuovere la nostra realtà impunemente: essa si ripercuoterà sfavorevolmente sull’anima, oppure si riverserà sul corpo come malattia. Nella Bibbia la «guarigione» avviene ogni volta che Gesù «tocca», sfiora, gli ammalati. Quest’ultimi devono però riporre davanti al Cristo la loro reale situazione, affinché la forza risanante di Gesù possa scorrere sulle loro ferite e le possa trasformare. Gesù non è assolutamente paragonabile ad un cartomante televisivo che fa sparire d’incanto le nostre malattie. Quando ci poniamo di fronte alla nostra realtà quotidiana, quando prendiamo atto delle lesioni che sono in noi, quando le presentiamo consapevolmente davanti a Cristo, soltanto allora la «guarigione» è fattibile. Il «recupero della salute» consiste nel «fare pace con noi stessi», non prima però di collocarsi di fronte alle «nostre lacerazioni». Questa riconciliazione non è sinonimo di auto-«guarigione», ma piuttosto una risposta dell’uomo all’affidamento di essere accolti da Dio Padre integralmente, totalmente! Pertanto, risulterà altrettanto importante «rivalutare la via di «guarigione» per mezzo della «riconciliazione» con me stesso, con Dio e con gli altri. Da non dimenticare inoltre che «riconciliazione» è un concetto dominante nella teologia paolina. Nella Seconda Lettera ai Corinzi, San Paolo assicura che Dio «ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione (2°Cor 5,18)». L’«Apostolo delle Genti» sostiene che gli uomini si sono estraniati da loro stessi e in tal modo hanno perduto la vicinanza con Dio Padre. Dio stesso nella morte in croce (di Gesù) ha colmato l’abisso che separava gli uomini da Dio e da loro stessi. In Gesù Cristo, Dio si è nuovamente accostato agli uomini, eliminando la più profonda alienazione dell’uomo con se stesso e con il Padre. La «riconciliazione» è dunque un agire di Dio su di noi. A noi è stata assegnata la facoltà di rispondere a questa azione di Dio, dicendo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2°Cor 5,20). È necessario quindi che i cristiani-fedeli collaborino, affinché in tutti possa compiersi la riconciliazione. Soltanto chi si è riconciliato con se stesso è capace di riconciliarsi anche con gli altri, e quindi aspirare ad una vera e propria «guarigione». Sono numerosi coloro i quali incontrano larghe difficoltà nel perdonare gli altri. Ebbene, il perdono cristiano è sempre uno sviluppo-evoluzione che richiede tempo. Talora, troppi cristiani «non guariscono» perché non hanno imparato: perdonare! Finché non riescono a perdonare, rimangono persone legate a colui che le ha ferite, si lasciano condizionare da lui. Il rancore o il risentimento divora la loro anima e ruba le loro energie, e, spesso finiscono anche per «ammalarsi». La «guarigione» dalle ferite di coloro che mi hanno colpito nel corso della vita terrena, e la conseguente riconciliazione non è unicamente una decisione della volontà umana. Il perdono è sempre un segno di forza e non un’ «impronta di debolezza». Se le ferite sono però troppo profonde, non riesco ancora a incontrarmi con l’altro, nonostante il mio perdono. Devo allora accettare i miei limiti. Ho perdonato all’altro, ma non sono ancora capace di ricostruire con lui un rapporto normale. Pertanto, il «perdono» è anche un «atto terapeutico», che rende possibile la «guarigione» delle proprie lacerazioni e ci libera dall’agitare dentro di me continuamente il nostro passato. Il perdono ci rende capaci di impegnarci nel momento presente con tutto il nostro essere. La «riconciliazione» è un percorso importante per giungere alla «guarigione». «Guarire» non significa che Dio ci sottrae e fa scomparire i nostri tormenti, «guarire» significa aprire le nostre lacerazioni a Dio, «offrirle» a Dio Padre, affinché tramite la Sua Grazia si possa divenire vivi e vegeti, in buona salute, vitali. Le lesioni fanno parte della nostra identità di cristiani, non ci distaccano definitivamente da Dio Padre. Al contrario aprono in noi una squarcio che ci fa riscoprire l’immagine originaria e autentica di Dio in noi. Chi si riconcilia con se stesso, con gli uomini e con Dio, sente di essere una persona nuova. San Paolo si esprimerebbe ancora oggi così: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove» (2°Cor 5,17). La vera e propria malattia del nostro tempo, di inizio terzo millennio, è purtroppo la «carenza di relazioni». Gli uomini non sono più capaci di disporsi in relazione-collegamento né con se stessi, né con gli altri e in misura maggiore con Dio. La riconciliazione, la ricomposizione, la rappacificazione sono gli strumenti ideali per riporsi in relazione-collegamento con tutto quello che c’è in me, e intorno a me. Colui che «colloca tutto in relazione» con l’«io» più intimo, è il Cristo in noi: «uomo nuovo»! Per San Paolo è nuovamente la «riconciliazione» il mezzo per esprimere la «redenzione». Sulla croce di Cristo: Dio Padre ha riconciliato a sé tutti gli uomini con tutte le loro contraddizioni. L’uomo lacerato bisognoso di «guarigione» diviene in tal modo dapprima curato, risanato, poi guarito, e integro si sente un «uomo nuovo». Le cose vecchie sono veramente passate: in Gesù di Nazareth (il Cristo) l’uomo contemporaneo ha ritrovato la sua nuova rassomiglianza! L’uomo guarito ha ritrovato finalmente la capacità di vedere, di guardare con occhi nuovi se stesso e il mondo attorno a sé. Soltanto dall’uomo effettivamente guarito: la riconciliazione si espande in tutto l’ambiente in cui vive. Per mezzo suo anche il mondo che lo circonda viene ri-creato. Nella «riconciliazione» l’uomo vecchio che giudica se stesso: muore! Siamo finalmente liberi di camminare nella «novità della vita divina» (Romani 6,4). La «novità di vita» non è un’affermazione puramente teologica, ma si riferisce alla nostra esperienza umana! Chi si riconcilia con se stesso, vive se stesso in modo diverso da prima. L’uomo nuovo, … «dopo la sua «guarigione» visse nella felicità, … e continuò sempre a benedire Dio e a celebrare la Sua grandezza … (Tobia 14,2 ss.)». Di conseguenza, l’uomo nuovo … non vive più sul piano del rifiuto o della estraniazione da sé, vive piuttosto come «persona guarita» nel proprio intimo, rinnovata, riconciliata e capace di donare «riconciliazione» agli altri. [2]. Riferimenti biblici. [2a]. «Guarigione» da una malattia. Antico Testamento. 2° Re 5,10-15: «Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: "Và, bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito". Naaman si sdegnò e se ne andò protestando: "Ecco, io pensavo: Certo, verrà fuori, si fermerà, invocherà il nome del Signore suo Dio, toccando con la mano la parte malata e sparirà la lebbra. Forse l’Abana e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque di Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per essere guarito?". Si voltò e se ne partì adirato. Gli si avvicinarono i suoi servi e gli dissero: "Se il profeta ti avesse ingiunto una cosa gravosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: bagnati e sarai guarito". Egli, allora, scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito. Tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: "Ebbene, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele" … ». Tobia 3,16-17: «In quel medesimo momento la preghiera di tutti e due fu accolta davanti alla gloria di Dio e fu mandato Raffaele a guarire i due: a togliere le macchie bianche dagli occhi di Tobi, perché con gli occhi vedesse la luce di Dio; a dare Sara, figlia di Raguele, in sposa a Tobia, figlio di Tobi, e a liberarla dal cattivo demonio Asmodeo. Di diritto, infatti, spettava a Tobia di sposarla, prima che a tutti gli altri pretendenti. Proprio allora Tobi rientrava dal cortile in casa e Sara, figlia di Raguele, stava scendendo dalla camera. … ». Siracide 28,3: «Se qualcuno conserva la collera verso un altro uomo, come oserà chiedere la guarigione al Signore? Egli non ha misericordia per l’uomo suo simile, e osa pregare per i suoi peccati? Egli, che è soltanto carne, conserva rancore; … ». Siracide 38,1-3: «Onora il medico come si deve secondo il bisogno, anch’egli è stato creato dal Signore. Dall’Altissimo viene la guarigione, anche dal re egli riceve doni. La scienza del medico lo fa procedere a testa alta, egli è ammirato anche tra i grandi. Il Signore ha creato medicamenti dalla terra, l’uomo assennato non li disprezza … ». [2b]. «Guarigione» dal peccato e dal male morale. Geremia 46,10-13: «La sua spada divorerà, si sazierà e si inebrierà del loro sangue; poiché sarà un sacrificio per il Signore, Dio degli eserciti, nella terra del settentrione, presso il fiume Eufrate. Sali in Gàlaad e prendi il balsamo, vergine, figlia d’Egitto. Invano moltiplichi i rimedi, non c’è guarigione per te. Le nazioni hanno saputo del tuo disonore; del tuo grido di dolore è piena la terra, poiché il prode inciampa nel prode, tutti e due cadono insieme. Parola che il Signore comunicò al profeta Geremia quando Nabucodònosor re di Babilonia giunse per colpire il paese d’Egitto … ». [2c]. Nuovo Testamento. «Guarigione» per opera di Gesù e in seguito per opera degli apostoli. Matteo 8,14-17: «Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie. … ». Matteo 9,1-7: « … Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: "Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: "Costui bestemmia". Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: "Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora il paralitico, prendi il tuo letto e và a casa tua". Ed egli si alzò e andò a casa sua. A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini. … ». Matteo 9,20-22: « … Ed ecco una donna, che soffriva d’emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Pensava infatti: "Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita". Gesù, voltatosi, la vide e disse: "Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita". E in quell’istante la donna guarì. … ». Marco 3,4-5: «Poi domandò loro: "E’ lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?". Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell’uomo: "Stendi la mano!". La stese e la sua mano fu risanata … ». Luca 4,38-40: « … La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Chinatosi su di lei, intimò alla febbre, e la febbre la lasciò. Levatasi all’istante, la donna cominciò a servirli. Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. … ». Giovanni 5,5-9: « … Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo disteso e sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: "Vuoi guarire?". Gli rispose il malato: "Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me". Gesù gli disse: "Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina". E sull’istante quell’uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare. … ». Atti degli Apostoli 3,16: « … Proprio per la fede riposta in lui il nome di Gesù ha dato vigore a quest’uomo che voi vedete e conoscete; la fede in lui ha dato a quest’uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi. … ». Atti degli Apostoli 4,30: « … Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù". … ». Marco 6,12-13: « … E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano. … ». Marco 16,18: « … imporranno le mani ai malati e questi guariranno … ». Atti degli Apostoli 9,33-34: « … Qui trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva su un lettuccio ed era paralitico. Pietro gli disse: "Enea, Gesù Cristo ti guarisce; alzati e rifatti il letto". E subito si alzò. … ». [2d]. Guarigione per opera degli apostoli. Atti degli Apostoli 19,11-12: «Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano. … ». Atti degli Apostoli 28,8-9: «Avvenne che il padre di Publio dovette mettersi a letto colpito da febbri e da dissenteria; Paolo l’andò a visitare e dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì. Dopo questo fatto, anche gli altri isolani che avevano malattie accorrevano e venivano sanati; … ». 1°Corinti 12,7-9: «E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: a uno viene concesso … dallo Spirito … il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; … ». 1°Corinti 12,27-31: «Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, … ; poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, … . Tutti possiedono doni di far guarigioni? … Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte». [3]. Catechesi. «Molto spesso, nei Vangeli, alcune persone si rivolgono a Gesù chiamandolo “Signore”. Questo titolo esprime il rispetto e la fiducia di coloro che si avvicinano a Gesù e da lui attendono aiuto e «guarigione». Pronunciato sotto la mozione dello Spirito Santo, esprime il riconoscimento del Mistero divino di Gesù. Nell'incontro con Gesù risorto, diventa espressione di adorazione: “Mio Signore e mio Dio!” (Giovanni 20,28). Assume allora una connotazione d'amore e d'affetto che resterà peculiare della tradizione cristiana: “È il Signore!”(Giovanni 21,7). […] La Vergine Maria concepisce Cristo per opera dello Spirito Santo, il quale, attraverso l'angelo, lo annunzia come Cristo fin dalla nascita e spinge Simeone ad andare al Tempio per vedere il Cristo del Signore; è lui che ricolma Cristo, è sua la forza che esce da Cristo negli atti di «guarigione» e di risanamento. È lui, infine, che risuscita Cristo dai morti. […] Il Signore Gesù Cristo, medico delle nostre anime e dei nostri corpi, colui che ha rimesso i peccati al paralitico e gli ha reso la salute del corpo, ha voluto che la sua Chiesa continui, nella forza dello Spirito Santo, la sua opera di «guarigione» e di salvezza, anche presso le proprie membra. E' lo scopo dei due sacramenti di «guarigione»: del sacramento della Penitenza e dell'Unzione degli infermi. […] Il confessore non è il padrone, ma il servitore del perdono di Dio. Il ministro di questo sacramento deve unirsi “all'intenzione e alla carità di Cristo” (Presbyterorum Ordinis, 13). Deve avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l'esperienza delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto; deve amare la verità, essere fedele al magistero della Chiesa e condurre con pazienza il penitente verso la «guarigione» e la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del Signore. […]Un dono particolare dello Spirito Santo. La grazia fondamentale di questo sacramento è una grazia di conforto, di pace e di coraggio per superare le difficoltà proprie dello stato di malattia grave o della fragilità della vecchiaia. Questa grazia è un dono dello Spirito Santo che rinnova la fiducia e la fede in Dio e fortifica contro le tentazioni del maligno, cioè contro la tentazione di scoraggiamento e di angoscia di fronte alla morte. Questa assistenza del Signore attraverso la forza del suo Spirito vuole portare il malato alla «guarigione» dell'anima, ma anche a quella del corpo, se tale è la volontà di Dio. Inoltre, “se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” (Gc 5,15). […] Spingendosi oltre, Gesù dà compimento alla Legge sulla purità degli alimenti, tanto importante nella vita quotidiana giudaica, svelandone il senso “pedagogico” con una interpretazione divina: “Tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo. … Ciò che esce dall'uomo, questo sì contamina l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore dell'uomo, escono le intenzioni cattive” (Marco 7,18-21). Dando con autorità divina l'interpretazione definitiva della Legge, Gesù si è trovato a scontrarsi con certi dottori della Legge, i quali non ne accettavano la sua interpretazione, sebbene fosse garantita dai segni divini che la accompagnavano. Ciò vale soprattutto per la questione del sabato: Gesù ricorda, ricorrendo spesso ad argomentazioni rabbiniche, che il riposo del sabato non viene violato dal servizio di Dio o del prossimo, servizio che le «guarigioni» da lui operate compiono. […] Segni assunti da Cristo. Nella sua predicazione il Signore Gesù si serve spesso dei segni della creazione per far conoscere i misteri del Regno di Dio. Compie le «guarigioni» o dà rilievo alla sua predicazione con segni o gesti simbolici. Conferisce un nuovo significato ai fatti e ai segni dell'Antica Alleanza, specialmente all'Esodo e alla Pasqua, poiché egli stesso è il significato di tutti questi segni. […]La compassione di Cristo verso i malati e le sue numerose «guarigioni» di infermi di ogni genere sono un chiaro segno del fatto che “Dio ha visitato il suo popolo” (Luca 7,16) e che il Regno di Dio è vicino. Gesù non ha soltanto il potere di guarire, ma anche di perdonare i peccati: è venuto a guarire l'uomo tutto intero, anima e corpo; è il medico di cui i malati hanno bisogno. La sua compassione verso tutti coloro che soffrono si spinge così lontano che egli si identifica con loro: “Ero malato e mi avete visitato” (Matteo 25,36). Il suo amore di predilezione per gli infermi non ha cessato, lungo i secoli, di rendere i cristiani particolarmente premurosi verso tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito. Essa sta all'origine degli instancabili sforzi per alleviare le loro pene. […] Commosso da tante sofferenze, Cristo non soltanto si lascia toccare dai malati, ma fa sue le loro miserie: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Matteo 8,17). Non ha guarito però tutti i malati. Le sue «guarigioni» erano segni della venuta del Regno di Dio. Annunciavano una «guarigione» più radicale: la vittoria sul peccato e sulla morte attraverso la sua Pasqua. Sulla croce, Cristo ha preso su di sé tutto il peso del male e ha tolto il “peccato del mondo” (Giovanni 1,29), di cui la malattia non è che una conseguenza. Con la sua passione e la sua morte sulla Croce, Cristo ha dato un senso nuovo alla sofferenza: essa può ormai configurarci a lui e unirci alla sua passione redentrice» - (Estratto dal n. 448.695.1421.1466.1520.582.1151.1503.1505 del «Catechismo della Chiesa Cattolica» - Ed. Libreria Editrice Vaticana). [4] Documenti. Il Signore guarisce tutte le tue malattie. « … «Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema». Così si legge nella finale della Lettera di Paolo ai Colossesi. Ed è da questo brevissimo inciso che la figura del terzo evangelista è entrata nella tradizione anche come quella di un medico. Un prologo greco premesso al suo Vangelo nel II secolo ci offre una specie di carta d’identità così concepita: «Luca, siro-antiocheno, di arte medico, divenuto discepolo degli apostoli, seguì Paolo sino al suo martirio e il Signore senza distrazione. Non fu sposato, non ebbe figli, morì in Beozia (Grecia) all’età di 84 anni, pieno di Spirito Santo». Noi non vogliamo, però, parlare di Luca … , bensì fermarci sulla sua prima professione, legata alla medicina. Questo ci porta a interessarci di una suggestiva pagina di un sapiente biblico del II secolo a.C., il Siracide, nella quale si ha un ritratto del medico (e un cenno anche al farmacista). Poiché non possiamo qui citarla integralmente, ne suggeriamo la lettura nel capitolo 38 di quel libro biblico, ai versetti 1-14. È, però, necessaria una premessa. Nell’Antico Testamento domina una tesi che vede un nesso intimo tra malattia e peccato. Se tu soffri, è perché stai espiando un peccato: anche i discepoli di Gesù condividono questa teoria quando, davanti al cieco nato, s’interrogano su chi mai abbia peccato perché quel misero sia venuto al mondo con quel terribile handicap (Giovanni 9,1-2). È naturale che in questa prospettiva il primo medico è Dio che deve perdonare il peccato. Ripetutamente nell’Antico Testamento si leggono frasi di questo genere: «Il Signore perdona tutte le colpe, guarisce tutte le tue malattie» (Salmo 103,3). Anche il Siracide nel suo profilo del medico tiene conto di questa tesi quando, ad esempio, scrive: «Figlio mio, nella tua malattia..., prega il Signore ed egli ti guarirà... Offri incenso e un sacrificio di fior di farina e vittime grasse secondo le tue possibilità» (38,9.11). Ma c’è una svolta, che sicuramente è influenzata dalla cultura ellenistica respirata dal nostro autore. Egli, infatti, dichiara senza esitazioni che Dio ha creato anche il medico e le varie terapie farmacologiche. Ecco le sue parole: «Onora il medico perché hai bisogno di lui, anche lui è stato creato da Dio, dal quale riceve sapienza … La scienza del medico lo fa stare a testa alta ... Dio dalla terra produce medicamenti e l’uomo assennato non li disprezza ... Con essi il medico lenisce il dolore e il farmacista prepara i suoi composti ... (Dopo aver pregato) Fa’ posto al medico, non ti abbandoni, perché ti è necessario. Ci sono occasioni in cui il successo è nella sua mano: anch’egli infatti prega Dio perché la sua diagnosi abbia buon esito e la terapia possa salvare la vita». La versione che abbiamo proposta, pur tenendo talora conto della traduzione greca – che conserva integralmente lo scritto dal Siracide –, si basa sull’originale ebraico scoperto nel secolo scorso. In esso è evidente come preziosa sia l’opera del medico, senza per questo dimenticare la visione religiosa globale della vita umana offerta in quella pagina. … » - (Estratto da «La Bibbia per la famiglia» - a cura di S.E. Mons. Gianfranco Ravasi - Aggiornamento n. 42 - Ed. San Paolo Edizioni). Per poter proseguire l’approfondimento, segnaliamo: [*] G. Colombero - Cammino di guarigione interiore. Per abitare meglio se stessi. Collana I Prismi - 1996 - Ed. San Paolo Edizioni. [*] C. Javary - La Guarigione. Quando la salvezza prende corpo - Collana Spiritualità - 2005 - Ed. Queriniana. [*] N. Dell’Agli - Parola, Eucaristia e Guarigione - Collana Teologia Spirituale - 2008 - Ed. EDB. [*] E. Tardif - Il carisma di guarigione - Collana Meditazioni - 1997 - Ed. Queriniana. [*] R. Faricy - L. Rooney - Guarirò le tue ferite. Preghiera per la guarigione interiore. - Collana Spiritualità del nostro tempo - 2003 - Ed. Cittadella. [*] J.L. Gonzàlez - Terapia Spirituale. Guarigione umana e spirituale delle malattie dell’anima - Collana Spiritualità - Ed. Libreria Editrice Vaticana. [*] M. Guzzi - Per donarsi. Un manuale di guarigione profonda. - Collana Crocevia - 2007 - Ed. Paoline Editoriale Libri. [*] L. Dennis - L. Matthew - Come guarire le ferite della vita. La guarigione dai ricordi mediante le cinque fasi del perdono - Collana I Prismi - 1998 - Ed. San Paolo Edizioni
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La Catechesi di Giovanni
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