« … In quanto intelligenza della Rivelazione, la teologia nelle diverse
epoche storiche si è sempre trovata a dover recepire le istanze delle varie
culture per poi mediare in esse, con una concettualizzazione coerente, il contenuto
della fede. Anche oggi un duplice compito le spetta. Da una parte, infatti,
essa deve sviluppare l'impegno che il Concilio Vaticano II, a suo tempo, le ha
affidato: rinnovare le proprie metodologie in vista di un servizio più efficace
all'evangelizzazione. Come non pensare, in questa prospettiva, alle parole
pronunciate dal Sommo Pontefice Giovanni XXIII in apertura del Concilio? Egli
disse allora: «E necessario che, aderendo alla viva attesa di quanti amano
sinceramente la religione cristiana, cattolica, apostolica, questa dottrina sia
più largamente e più profondamente conosciuta, e che gli spiriti ne siano più
pienamente istruiti e formati; è necessario che questa dottrina certa ed
immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e
presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo». Dall'altra
parte, la teologia deve puntare gli occhi sulla verità ultima che le viene
consegnata con la Rivelazione, senza accontentarsi di fermarsi a stadi
intermedi. E bene per il teologo ricordare che il suo lavoro corrisponde «al
dinamismo insito nella fede stessa» e che oggetto proprio della sua ricerca è
«la Verità, il Dio vivo e il suo disegno di salvezza rivelato in Gesù Cristo».
Questo compito, che tocca in prima istanza la teologia, provoca nello stesso
tempo la filosofia. La mole dei problemi che oggi si impongono, infatti,
richiede un lavoro comune, anche se condotto con metodologie differenti, perché
la verità sia di nuovo conosciuta ed espressa. La Verità, che è Cristo, si
impone come autorità universale che regge, stimola e fa crescere (cfr Ef 4, 15) sia la teologia che la
filosofia. Credere nella possibilità di conoscere una verità universalmente
valida non è minimamente fonte di intolleranza; al contrario, è condizione necessaria
per un sincero e autentico dialogo tra le persone. Solamente a questa
condizione è possibile superare le divisioni e percorrere insieme il cammino
verso la verità tutta intera, seguendo quei sentieri che solo lo Spirito del
Signore risorto conosce. Come l'esigenza di unità si configuri concretamente
oggi, in vista dei compiti attuali della teologia, è quanto desidero ora
indicare. Lo scopo fondamentale a cui mira la teologia
consiste nel presentare l'intelligenza
della Rivelazione ed il contenuto della fede. Il vero centro della sua
riflessione sarà, pertanto, la contemplazione del mistero stesso del Dio Uno e
Trino. A questi si accede riflettendo sul mistero dell'incarnazione del Figlio
di Dio: sul suo farsi uomo e sul conseguente suo andare incontro alla passione
e alla morte, mistero che sfocerà nella sua gloriosa risurrezione e ascensione
alla destra del Padre, da dove invierà lo Spirito di verità a costituire e ad
animare la sua Chiesa. Impegno primario della teologia, in questo orizzonte, diventa
l'intelligenza della kenosi di
Dio, vero grande mistero per la mente umana, alla quale appare insostenibile
che la sofferenza e la morte possano esprimere l'amore che si dona senza nulla
chiedere in cambio. In questa prospettiva si impone come esigenza di fondo ed
urgente una attenta analisi dei testi: in primo luogo, dei testi
scritturistici, poi di quelli in cui si esprime la viva Tradizione della
Chiesa. A questo riguardo si propongono oggi alcuni problemi, solo parzialmente
nuovi, la cui coerente soluzione non potrà essere trovata prescindendo
dall'apporto della filosofia. Un primo aspetto
problematico riguarda il rapporto tra il significato e la verità. Come ogni
altro testo, così anche le fonti che il teologo interpreta trasmettono
innanzitutto un significato, che va rilevato ed esposto. Ora, questo
significato si presenta come la verità su Dio, che da Dio stesso viene
comunicata mediante il testo sacro. Nel linguaggio umano, quindi, prende corpo
il linguaggio di Dio, che comunica la propria verità con la mirabile
«condiscendenza» che rispecchia la logica dell'Incarnazione. Nell'interpretare
le fonti della Rivelazione, pertanto, è necessario che il teologo si domandi
quale sia la verità profonda e genuina che i testi vogliono comunicare, pur nei
limiti del linguaggio. Quanto ai testi biblici, e in particolare ai Vangeli, la
loro verità non si riduce certo alla narrazione di semplici avvenimenti storici
o alla rilevazione di fatti neutrali, come vorrebbe il positivismo storicista. Questi
testi, al contrario, espongono eventi la cui verità sta oltre il semplice
accadere storico: sta nel loro significato nella e per la storia
della salvezza. Questa verità trova piena esplicitazione nella lettura
perenne
che la Chiesa compie di tali testi nel corso dei secoli, mantenendone
immutato
il significato originario. E urgente, pertanto, che anche
filosoficamente ci si
interroghi sul rapporto che intercorre tra il fatto e il suo
significato;
rapporto che costituisce il senso specifico della storia. La parola di
Dio non si indirizza ad un solo popolo o a una sola epoca.
Ugualmente, gli enunciati dogmatici, pur risentendo a volte della
cultura del
periodo in cui vengono definiti, formulano una verità stabile e
definitiva.
Sorge quindi la domanda di come si possa conciliare l'assolutezza e
l'universalità della verità con l'inevitabile condizionamento storico e
culturale delle formule che la esprimono. Come ho detto
precedentemente, le
tesi dello storicismo non sono difendibili. L'applicazione di
un'ermeneutica
aperta all'istanza metafisica, invece, è in grado di mostrare come,
dalle
circostanze storiche e contingenti in cui i testi sono maturati, si
compia il
passaggio alla verità da essi espressa, che va oltre questi
condizionamenti. Con
il suo linguaggio storico e circoscritto l'uomo può esprimere verità
che
trascendono l'evento linguistico. La verità, infatti, non può mai
essere
limitata al tempo e alla cultura; si conosce nella storia, ma supera la
storia
stessa. Questa considerazione permette di intravedere
la soluzione di un altro problema: quello della perenne validità del
linguaggio
concettuale usato nelle definizioni conciliari. Già il mio venerato
Predecessore
Pio XII nella sua Lettera enciclica Humani
generis affrontava la questione. Riflettere su questo argomento non è
facile, perché si deve tenere seriamente conto del senso che le parole
acquistano nelle diverse culture e in epoche differenti. La storia del
pensiero, comunque, mostra che attraverso l'evoluzione e la varietà delle
culture certi concetti di base mantengono il loro valore conoscitivo universale
e perciò la verità delle proposizioni che li esprimono. Se così non fosse, la
filosofia e le scienze non potrebbero comunicare tra loro né potrebbero essere
recepite da culture diverse da quelle in cui sono state pensate ed elaborate.
Il problema ermeneutico, dunque, esiste, ma è risolvibile. Il valore realistico
di molti concetti, d'altronde, non esclude che spesso il loro significato sia
imperfetto. La speculazione filosofica molto potrebbe aiutare in questo campo.
E auspicabile, pertanto, un suo particolare impegno nell'approfondimento del
rapporto tra linguaggio concettuale e verità, e nella proposta di vie adeguate
per una sua corretta comprensione. Se compito
importante della teologia è l'interpretazione delle fonti, impegno ulteriore e
anche più delicato ed esigente è la comprensione
della verità rivelata, o l'elaborazione dell'intellectus fidei. Come già ho accennato,
l'intellectus fidei richiede
l'apporto di una filosofia dell'essere, che consenta innanzitutto alla teologia dogmatica di svolgere in
modo adeguato le sue funzioni. Il pragmatismo dogmatico degli inizi di questo
secolo, secondo cui le verità di fede non sarebbero altro che regole di
comportamento, è già stato rifiutato e rigettato; ciò nonostante, rimane sempre
la tentazione di comprendere queste verità in maniera puramente funzionale. In
questo caso, si cadrebbe in uno schema inadeguato, riduttivo, e sprovvisto
dell'incisività speculativa necessaria. Una cristologia, ad esempio, che
procedesse unilateralmente «dal basso», come oggi si suole dire, o una
ecclesiologia, elaborata unicamente sul modello delle società civili,
difficilmente potrebbero evitare il pericolo di tale riduzionismo. Se l'intellectus fidei vuole integrare
tutta la ricchezza della tradizione teologica, deve ricorrere alla filosofia
dell'essere. Questa dovrà essere in grado di riproporre il problema dell'essere
secondo le esigenze e gli apporti di tutta la tradizione filosofica, anche
quella più recente, evitando di cadere in sterili ripetizioni di schemi
antiquati. La filosofia dell'essere, nel quadro della tradizione metafisica
cristiana, è una filosofia dinamica che vede la realtà nelle sue strutture
ontologiche, causali e comunicative. Essa trova la sua forza e perennità nel
fatto di fondarsi sull'atto stesso dell'essere, che permette l'apertura piena e
globale verso tutta la realtà, oltrepassando ogni limite fino a raggiungere
Colui che a tutto dona compimento. Nella teologia, che riceve i suoi principi
dalla Rivelazione quale nuova fonte di conoscenza, questa prospettiva trova
conferma secondo l'intimo rapporto tra fede e razionalità metafisica. Considerazioni analoghe si possono fare anche in
riferimento alla teologia morale.
Il recupero della filosofia è urgente anche nell'ordine della comprensione
della fede che riguarda l'agire dei credenti. Di fronte alle sfide contemporanee
nel campo sociale, economico, politico e scientifico la coscienza etica
dell'uomo è disorientata. Nella Lettera enciclica Veritatis splendor ho rilevato che molti problemi presenti nel
mondo contemporaneo derivano da una «crisi intorno alla verità. Persa l'idea di
una verità universale sul bene, conoscibile dalla ragione umana, è
inevitabilmente cambiata anche la concezione della coscienza: questa non è più
considerata nella sua realtà originaria, ossia un atto dell'intelligenza della
persona, cui spetta di applicare la conoscenza universale del bene in una
determinata situazione e di esprimere così un giudizio sulla condotta giusta da
scegliere qui e ora; ci si è orientati a concedere alla coscienza
dell'individuo il privilegio di fissare, in modo autonomo, i criteri del bene e
del male e agire di conseguenza. Tale visione fa tutt'uno con un'etica
individualistica, per la quale ciascuno si trova confrontato con la sua verità,
differente dalla verità degli altri». Nell'intera Enciclica ho sottolineato chiaramente
il fondamentale ruolo spettante alla verità nel campo della morale. Questa
verità, riguardo alla maggior parte dei problemi etici più urgenti, richiede,
da parte della teologia morale, un'attenta riflessione che sappia mettere in
evidenza le sue radici nella parola di Dio. Per poter adempiere a questa sua
missione, la teologia morale deve far ricorso a un'etica filosofica rivolta
alla verità del bene; a un'etica, dunque, né soggettivista né utilitarista.
L'etica richiesta implica e presuppone un'antropologia filosofica e una
metafisica del bene. Avvalendosi di questa visione unitaria, che è
necessariamente collegata alla santità cristiana e all'esercizio delle virtù
umane e soprannaturali, la teologia morale sarà capace di affrontare i vari
problemi di sua competenza — quali la pace, la giustizia sociale, la famiglia,
la difesa della vita e dell'ambiente naturale — in maniera più adeguata ed
efficace. Il lavoro teologico
nella Chiesa è in primo luogo al servizio dell'annuncio della fede e della
catechesi. L'annuncio o il kerigma chiama alla conversione, proponendo la
verità di Cristo che culmina nel suo Mistero pasquale: solo in Cristo, infatti,
è possibile conoscere la pienezza della verità che salva (cfr At 4, 12; 1 Tm 2, 4-6). In questo contesto, si capisce bene perché, oltre
alla teologia, assuma notevole rilievo anche il riferimento alla catechesi: questa possiede, infatti,
delle implicazioni filosofiche che vanno approfondite alla luce della fede.
L'insegnamento impartito nella catechesi ha un effetto formativo per la
persona. La catechesi, che è anche comunicazione linguistica, deve presentare
la dottrina della Chiesa nella sua integrità, mostrandone l'aggancio con la
vita dei credenti. Si realizza così una singolare unione tra insegnamento e
vita che è impossibile raggiungere altrimenti. Ciò che si comunica nella
catechesi, infatti, non è un corpo di verità concettuali, ma il mistero del Dio
vivente. La riflessione filosofica molto può contribuire nel chiarificare il
rapporto tra verità e vita, tra evento e verità dottrinale e, soprattutto, la
relazione tra verità trascendente e linguaggio umanamente intelligibile. La
reciprocità che si crea tra le discipline teologiche e i risultati raggiunti
dalle differenti correnti filosofiche può esprimere, dunque, una reale
fecondità in vista della comunicazione della fede e di una sua più profonda
comprensione … ».